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ArchivioNuovo Cinema Mancuso

CILIEGINE

di Laura Morante, con Laura Morante, Pascal Elbé, Isabelle Carré, Samir Guesmi, Patrice Thibaud

Nel film la diagnosi dice “androfobia”. Più tardi entra come deus ex machina il riferimento freudiano alla Gradiva: caso quasi clinico di un archeologo incapricciato di un bassorilievo visto al museo. Agli occhi dell’innamorato – che si procura un calco e lo rimira, sognando una vita precedente nell’antica Pompei – pare più interessante della ragazza della porta accanto. Le misure sono prese: siamo in un girotondo amoroso e parigino, dove si chiacchiera per ore davanti a un caffè e si va al cinema di pomeriggio scegliendo pellicole artistiche. Di androfobia soffre, secondo uno psichiatra – il personaggio più divertente del film, sposato a Isabelle Carré che ha l’abitudine di parlargli da dietro la porta del bagno, mentre lui si taglia i peluzzi del naso e delle orecchie – la gesticolante Amanda. Volgarmente, una rompicoglioni di prima classe. Capace di mettere il muso al fidanzato che per darsi un contegno (lei lo ha appena strapazzato perché dopo un anno ancora le offre coppe di champagne, senza ricordarsi del suo odio per le bollicine) mangia l’unica ciliegina sulla mousse di cioccolato. Laura Morante, regista e sceneggiatrice assieme a Daniele Costantini, ha girato il film a Parigi, con attori francesi. Si è ritagliata su misura la parte di Amanda, con un po’ di autoironia e purtroppo con i soliti vezzi da attrice, capelli scarmigliati e voce un tantino sopra le righe, anche quando non sarebbe necessario. Nella prima scena, con un terribile cappello in testa, assieme all’amica sembra fare l’imitazione di un film di Woody Allen (tema: cosa si può tollerare in una relazione e cosa no). Poi il regista di riferimento diventa Eric Rohmer, lunghe passeggiate nel parco, planetario e ciliegi in fiore. Si apprezzano, comunque, gli sforzi per costruire un film basato sugli equivoci, il montaggio veloce e azzeccato, una certa sobrietà nelle spiegazioni psicologiche, un finale non scontato. Sull’altro piatto della bilancia, pesa il “Caro diario…” (al computer, ma scritto con parole da romantica zitella d’altri tempi) utile a sbrigare qualche difficoltà. Succede che Amanda si ritrovi a una cena di Capodanno con la convinzione che il vicino di tavolo sia gay. Quindi molla le difese, tra l’imbarazzo del poveretto che non osa contraddirla, e gli amici che sperano di sistemarla.

di Mariarosa Mancuso

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