Attori in periferia

Il problema della recitazione nei film italiani tra Venezia, raccordo anulare e macchiette

Micaela Ramazzotti

Micaela Ramazzotti (Foto LaPresse)

Abbiamo un problema. Un problema che ci trasciniamo da anni, che conosciamo tutti e che riemerge a ogni giro di boa della Mostra: il problema della recitazione nei film italiani. Quella cosa per cui davanti a un attore italiano sullo schermo, otto volte su dieci non ci crediamo. Perché? Azzardiamo qualche ipotesi.

 

Anzitutto, Venezia ci ha ricordato che il problema della recitazione nei film italiani va sempre inquadrato alla luce di un altro problema, quello della periferia romana. Nel nostro cinema si porta ancora tantissimo. Immerso nelle pendici del raccordo anulare, l’attore italiano pensa di cavarsela con un “li mortacci tua” assestato nel punto giusto, oppure uno sguardo truce, gli occhi da matto, una rapina à la Scorsese senza Scorsese, “lassame perde, lassame sta’”. C’è anche l’opzione graphic novel, un po’ “Romanzo criminale”, un po’ “Zero Calcare”. A Venezia si è visto “Brutti e Cattivi” con Claudio Santamaria rapinatore paraplegico e coatto, film in quota “Jeeg Robot” ormai immancabile a ogni Festival.

 

Tanta periferia al Lido. Vincenzo Salemme pasolinizzato nell’alter ego di Walter Siti innamorato di un gigolò, Vinicio Marchioni che tira la coca in canotta, Micaela Ramazzotti nelle viscere del Laurentino, immersa nel degrado morale in un “ruolo disperato”, una “variazione sulla lunga lista di madri che ha portato sullo schermo”. Perché negli abissi di Roma sud o sulle terrazze di Prati, i personaggi femminili si costruiscono sempre in relazione alla maternità. Non lavorano e hanno figli oppure lavorano e non possono averli, oppure ce li hanno ma devono venderli, come Maria. E’ “un film sul corpo della donna”, spiega Repubblica, un racconto che “nasce dalle intercettazioni fornite dalla procura di Santa Maria Capua Vetere”. Valeria Golino sarebbe brava, ma a Venezia faceva un’“osteopata cieca che si innamora di un pubblicitario irrisolto”, sarebbe dura anche per Meryl Streep (“Il colore nascosto delle cose”, di Silvio Soldini, titolo da cinquina dello Strega, incorniciato dalla frase “se l’amore è cieco perché Cupido non può essere ipovedente?”).

 

I film andati meglio sono “La gatta Cenerentola”, “Ammore e malavita” dei Manetti Bros e Virzì con Donald Sutherland e Helen Mirren. Un film d’animazione, un musical neomelodico e un road-movie con due star hollywoodiane. Ovvero, tre modi diversi di aggirare il problema degli attori italiani (la soluzione Virzì non funziona sempre, vedi i film italiani con Charlotte Rampling o Fanny Ardant, vedi Sean Penn con Sorrentino). Perché sia nell’ostentazione neorealistica, nella performance “dal basso”, à la Magnani, sia nel virtuosismo anti naturalistico, l’attore italiano finisce sempre dalle parti della macchietta. Macchietta Jasmine Trinca borgatara, macchietta Servillo che diventa Andreotti o Berlusconi per Sorrentino in un bagaglino “art-house” per spettatori riflessivi. Alla fine, pochi riescono a recitare senza sforzo o senza sfoggio (Mastandrea, ad esempio, che può contare su un talento naturale e pochi altri).

 

Di chi è la colpa? Della lingua italiana che non ha l’asciuttezza dell’inglese (quel problema dell’arabesco di Flaiano nella costruzione delle frasi, niente dialoghi fulminanti à la Sorkin), oppure degli sceneggiatori, di un cinema senza star system, delle accademie, dei tagli alla cultura, dei registi che non sanno dirigere gli attori, dei critici che in privato ne parlano malissimo poi scrivono “un ruolo toccante”, della devastante eredità neorealistica, “in fondo che è recita’? Se io mo’ me credessi d’esse n’altra, ecco che recito”, come dice Anna Magnani in “Bellissima”, quindi va bene tutto. Per un attore americano recitare è un lavoro (duro, difficile, con una selezione spietata), per noi una variazione sul tema “sempre meglio che lavorare”. Un modo per sentirsi “artisti”. Come nelle interviste, quando l’attore italiano si sente sempre obbligato a citare Carmelo Bene o, se c’è l’“impegno”, Volonté. Ma non è colpa sua. Semmai, è che nella recitazione la nostra concezione un po’ cialtrona del cinema si vede di più che negli altri reparti. Ce ne siamo vantati per una vita, forse sarebbe ora di abbandonarla.

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