Servirebbe una barriera d'entrata per certi film in concorso a Cannes

L'ultimo di Sofia Coppola e quello che fa eccitare i cinefili

Servirebbe una barriera d'entrata per certi film in concorso a Cannes

Sofia Coppola il cast Elle Fanning, Nicole Kidman and Kirsten Dunstand. Foto REUTERS/Eric Gaillard

BEGUILED di Sofia Coppola, con Kirsten Stewart (concorso)

Dalle vergini suicide alle vergini assassine, passando per un film che fu di culto: “La notte brava del soldato Jonathan”, diretto da Don Siegel nel 1971. Clint Eastwood era il soldato nordista ferito, accolto in un collegio per ragazze sudiste, concupito dalla direttrice (e da tutte le altre femmine, ragazzine comprese). Lo rimpiazza Colin Farrell con barba curatissima anche in guerra, il ciuffo spettinato ad arte, le camicione da notte, un po’ macho e un po’ orsacchiotto. Nicole Kidman (anni 49) ha la parte che fu di Geraldine Page (ne aveva un paio meno, al confronto pare la nonna). Aggiustamenti necessari, neanche il gotico sudista mantiene le morbosità di una volta (né Sofia Coppola, sempre brava, sembra interessata all’articolo). Più interessante chiedersi cosa vedrà nel nuovo film chi non ha visto il vecchio. Femmine offese da un maschio che fa il galante con tutte? O signore da cui sarebbe meglio stare alla larga?

     

BECOMING CARY GRANT di Mark Kidel (Cannes Classics)

E’ brutto da dire, però una barriera d’entrata servirebbe. Ma che rivelazione e rivelazione, che Cary Grant si fosse impasticcato di LSD per consiglio del suo psicoanalista lo si sapeva. L’aveva raccontato l’attore, nato a Bristol con il nome di Archibald Leach. L’abbiamo riletto nei libri, nei saggi, negli articoli, dedicati allo svizzero Albert Hofmann che nei laboratori della casa farmaceutica Sandoz nel 1943 scopri gli effetti allucinogeni dell’acido lisergico. A parte il presunto scoop, si promettono brani di un’autobiografia inedita e filmini casalinghi. Spiace dirlo, sono la fiera delle banalità. Sapevamo anche che la cura aveva dato ottimi risultati. Non c’era bisogno di aggiungere onde sulla battigia, psicoanalisi d’accatto, un tizio che prende le pastiglie e si dibatte sotto una coperta mentre lo psichiatra fuma.

     

HIKARI (RADIANCE) di Naomi Kawase, con Masatoshi Nagase (concorso)

E’ bello trovare anime gemelle. Su Nice Matin leggiamo – nella recensione, non in un articolo di contorno o di satira festivaliera: “confesso che faccio fatica a distinguere gli attori dei film orientali” (qualche anno fa sembrava che i registi asiatici cominciassero a collaborare, con occhiali o pettinature, fu un bel momento ma durò poco). Lo diceva per “Il giorno dopo” di Hong San-soo, coreano in concorso. Va benissimo anche per le elucubrazioni sulla luce di Naomi Kawase. Su Libération a proposito del suo film leggiamo: “Bisogna prendersi a schiaffi per non cadere in un sonno profondo”. Anime gemelle da cercare lontano: tra gli italiani va molto la scuola critica “ho dormito, capolavoro”. Una signorina che scrive le descrizioni dei film per i non vedenti incontra un fotografo cieco. I cinefili si eccitano con roba così.

     

CUORI PURI di Roberto De Paolis, con Selene Caramazza (Quinzaine des Réalisateurs)

Gesù è come il navigatore della macchina, quando uscite dalla retta via ricalcola il percorso. Lo dice il prete, pronto a togliere dalle pareti Cristi e Madonne quando arrivano gli immigrati (cibo e letti basterebbero, mica c’è subito bisogno di chiarire che la loro religione conta più della nostra). Neo-neorealismo, come se nulla fosse successo da qua dì nel cinema non punitivo per lo spettatore e nella società italiana. Protagonisti; una ragazza che sta per fare voto di castità e il guardiano di un parcheggio (si conoscono quando lei ruba il telefonino, a parte l’inseguimento i tempi sono lentissimi). Adottato dal Sindacato Critici Cinematografici italiani, nelle sale da oggi, e siamo curiosi di sapere come andrà a finire.

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