I fischi meritati per il venerato maestro Haneke

La terza Palma d’oro all’austriaco torturatore di spettatori sembra scongiurata. Nicole Kidman protagonista di un punk-movie un po' confuso

I fischi meritati per il venerato maestro Haneke

Nicole Kidman (foto LaPresse)

HAPPY END di Michael Haneke, con Isabelle Huppert (concorso)

La terza Palma d’oro all’austriaco torturatore di spettatori sembra scongiurata. Perfino i critici francesi si sono accorti del bluff, del riciclo di idee stantie (guardatevi la serie britannica “Black Mirror” invece di gridare al genio ogni volta che sullo schermo del cinema compare un altro schermino), dell’atteggiamento “Io sono Haneke e vi annoio quanto mi pare”. I critici britannici ancora resistono. Sui giornali italiani leggiamo parole in libertà: “Un crescendo di senso incomprensibile senza avvenuta visione” (noi abbiamo capito che gli spettatori uscivano confusi e furiosi, ma era inteso come un complimento). Jean-Luis Trintignant padre e Isabelle Huppert figlia erano già nel deprimentissimo “Amour”: “Happy End” potrebbe essere il seguito.

 

 

JEUNE FILLE di Léonor Serraille, con Laetitia Dosch (Un Certain Regard)

Il venerato maestro Michael Haneke viene accolto con i primi fischi (erano anni che aspettavamo questo momento, perdonerete la soddisfazione) e una finora sconosciuta regista prende i suoi primi applausi. Ecco a cosa servono buone scuole di cinema come la Fémis: a trasformare le solite storie di fidanzati che piantano, di ragazze che si accaniscono fino allo stalking, di ripicche e di precariato in un film bellissimo. Per dirla chiara: mille miglia lontano dall’annoso lamento collocato tra il romanzo rosa, la denuncia e la spiegazione della parola “resilienza”. Paula, si chiama la ragazza (la brava attrice è Laetitia Dosch) e nel suo piccolo, dopo che il fidanzato l’ha sbattuta fuori casa, lancia la sfida balzacchiana: “Parigi, a noi due”. Bisogna trovare intanto un posto per dormire, poi un lavoro, poi da sistemare il gatto persiano che ti segue ovunque.

 

DOPO LA GUERRA di Annarita Zambrano, con Giuseppe Battiston (Un Certain Regard)

Il cinema italiano in patria non è gran cosa (“Fortunata”, “Cuori puri”, “Sicilian Ghost Story”, “L’intrusa” ampiamente lo hanno dimostrato a Cannes 2017). Il cinema italiano all’estero non è meglio. “Dopo la guerra” batte bandiera francese, e avanza con la velocità di un bradipo. Nessuno alza mai la voce, neanche la sedicenne portata via senza preavviso dalla scuola, dalle amiche e dalla pallavolo perché il padre terrorista negli anni 70 si considera ancora in guerra con lo stato italiano. Tra le perle: “Gli altri morivano di eroina, io facevo la lotta armata contro il sistema e mi sono salvato”. Oppure: “In guerra non esistono responsabilità individuali”. Prima di parlare, tutti riflettono a lungo (anche se sarebbe stato meglio riflettere sul fatto che un caratterista come Giuseppe Battiston non può diventare protagonista). Dopo 45 minuti – controllati sull’orologio – finalmente succede qualcosa. Dopo aver scomodato la delicata materia, sarebbe stato utile immaginare e scrivere un finale.

 

 

HOW TO TALK TO GIRLS AT PARTIES di John Cameron Mitchell, con Elle Fanning (fuori concorso)

Nicole Kidman si diverte, in parrucca bianca stile Andy Warhol su nero punk, con borchie e catene (sarà anche nella serie tv di Jane Campion, “Top of the Lake: China Girl”: a differenza di Netflix, le tv sono entrate nel salotto buono del cinema). Il glam rock si era incrociato con gli extraterrestri in “Ziggy Stardust” di David Bowie, qui il punk si incrocia con un gruppo di alieni – divisi in varie sette, per mostrare il talento delle costumista Sandy Powell alcuni vestono di rafia gialla, altri in lattice rosso e blu – che divora i propri figli e medita il suicidio di massa. Bell’inizio, finisce nella più totale confusione.

 

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