Tra i fantasmi di Serge Toubiana

Grenoble, Truffaut, il Partito. Più che un’autobiografia, quello dell’ex direttore dei Cahiers è un romanzo. Racconta se stesso, ma è la storia del cinema

Tra i fantasmi di Serge Toubiana

Una delle immagini usate per la locandina del film “La camera verde” del 1978 di François Truffaut

Il cinema, si sa, è letteratura e sogno più politica, serpeggia come un incanto pedagogico nella società di massa, raccontarlo bene è un atto di storia sociale e di antropologia. Serge Toubiana, un pilastro della cultura cinematografica francese, esperto e insider del cinema mondiale, ha pubblicato in Francia “Les fantôme du souvenir” (Grasset). E’ un’autobiografia o un memoir che percorre la sua vita professionale, e attraversa alcuni dei più appassionanti periodi storici della seconda metà del Novecento. Un viaggio nel segreto del cinema. Toubiana è stato per quattordici anni direttore dei mitici Cahiers du cinéma, e per tredici della Cinématheque, fondata dal cinefilo e collezionista Henri Langlois, un culto per chi sa. E’ un purissimo critico – non un cineasta mancato – che ha volato tutta la vita nel cielo del cinema internazionale, cose da sogno.

 

Toubiana nasce a Sousse in Tunisia nel 1949, allora colonia francese. Di famiglia ebrea non osservante, arriva adolescente nel 1962 a Grenoble. La conquista dell’indipendenza del paese arabo nel 1956, congiunta ai tumulti seguiti alla fondazione dello Stato d’Israele, induce la comunità ebraica di fuggire. I Toubiana, invece, non si scompongono, sono tranquilli. Il capofamiglia è orologiaio, e la madre insegnante nelle scuole pubbliche degli occupanti francesi. Sono laici, non educano i figli alla religione, perciò nessun bar mitzvah per Serge e suo fratello. La casa è frequentata da scrittori e intellettuali che arrivano per presentazioni e altre occasioni culturali. Solo dopo lo scoppio della violenza conosciuta come la crisi di Biserta nel 1961, quando la Tunisia rivendica la restituzione del porto strategico dove la Francia aveva mantenuto una base navale dopo l’indipendenza, i genitori di Toubiana sono presi dalla paura. Ci sono mille morti, quasi tutti tunisini. Il padre prova a installarsi a Parigi ma alla fine sceglie Grenoble, dove trova un lavoro provvisorio, e la madre è promossa direttrice di una scuola elementare nella stessa città, con diritto a un appartamento nel capoluogo del dipartimento dell’Isère, non poca cosa per una coppia con quattro figli da tirare su e una vita da rifarsi lontani dal paese d’origine. Lo choc dello sradicamento è forte. E’ in compagnia, però, di centinaia di migliaia di pieds-noirs, cittadini francesi che si riversano in Francia a loro volta dopo la guerra d’Algeria.

 

A Sousse Serge andava spesso al cinema con le due sorelle. Consumano avidi commedie, western, polizieschi, musical americani, tutto quello che viene programmato. Una volta era così in Italia, negli Stati Uniti e forse dappertutto. Si diceva “andiamo al cinema!” senza discutere il titolo. Si entrava anche alla fine, o a metà, e si restava per vederlo dall’inizio. Questa bulimia dei più vari generi lo aiuta a superare uno choc subito dal primo impatto, a sei anni, quando è portato a vedere “La strada”. L’enorme orco cattivo Zampanò, di Anthony Quinn, un omone minaccioso che maltratta gli inermi, lo aveva traumatizzato.  Solo il tempo e molti altri film lo hanno riconciliato con il cinematografo, ma mai con il film premio Oscar di Federico Fellini sull’innocenza offesa.

 

Ci si trova ipnotizzati dall’autore, dal suo carattere equilibrato e calmo che trapela dalla prosa fluida, dalla delicatezza con cui comunica fatti personali sconvolgenti – senza reticenze ma evitando con agilità qualunque sentore di vittimismo, ostilità o autopromozione. La sua immensa discrezione è una qualità non indifferente nel suo percorso denso di cambiamenti, di tumulti generazionali e di decisive riconoscimenti, come le promozioni ai più alti ranghi della cultura in una nazione che ne ha la venerazione. Toubiana racconta gli incontri, i colloqui, i rapporti, gli approfondimenti con centinaia di grandi del cinema come Francois Truffaut, Claude Lanzmann, Jean-Luc Godard. Micheline Presle, Marco Ferreri, Isabelle Huppert, Gérard Dépardieu, John Cassavetes, David Lynch, Steven Spielberg, e centinaia di altri artisti. Riesce a mantenere l’interesse del lettore senza mai tradire le confidenze intime o le ombre caratteriali che chi lavora a lungo e a stretto contatto con chiunque impara di necessità a conoscere. Sarà lui il prescelto per condurre i grandi festeggiamenti della Cinémathèque, con il patrocinio dello Stato, l’Etat culturel nella celebre definizione di Marc Fumaroli, nel 1995, nel centenario della prima proiezione a pagamento di un film dei fratelli Lumiére.

 

L’ex direttore dei Cahiers è uno dei pochissimi ad avere visto i rushes o giornalieri (scene girate ma non montate) di “The Day The Clown Cried”, misteriosissimo film sulla Shoah di Jerry Lewis, in cui il comico è un pagliaccio che accompagna i bambini di un lager nella camera a gas. L’opera non è mai stata finita per disaccordi con i produttori svedesi. Il regista-autore ha giurato che quel film non vedrà mai la luce del giorno, nonostante ricorrenti inviti a finirlo e distribuirlo. L’amore per Jerry Lewis della cinefilia francese è sempre andato di traverso agli americani bobo. Nel 2006, nella compianta rubrica di fine anno di Esquire magazine, “Dubious Achievement Awards” (“risultati piuttosto dubbi”) c’era un primo piano del comico slapstick con la bocca spalancata e la lingua di fuori sotto il titolo: “Un’ennesima ragione per detestare i francesi”; sotto la foto, la spiegazione: “La Légion d’honneur a Jerry Lewis”.  Ancora oggi Toubiana è perplesso di fronte agli sfottò inflittigli dai cinefili americani per questa passione inspiegabile, secondo gli yankee, se non insana. (In realtà si può ridere fino a farsela sotto sia delle prese in giro dei cugini d’Oltralpe sia dei film di Jerry Lewis. Ma alla fine dei conti tocca stare con i francesi, punto).

 

Il lettore del memoir cinéphile si stupisce: l’autore non può non conoscere difetti, dettagli più o meno scabrosi, tic e segreti dei cineasti con cui ha passato lunghi anni, ma offre mille informazioni divertenti senza farsi scappare gossip volgari, rivelazioni imbarazzanti per i personaggi che ha conosciuto intimamente. Il titolo bellissimo del libro, in italiano “fantasmi dei ricordi”, è tratto dall’ultima strofa della canzone “Les passantes” di George Brassens, con le parole del poeta anomalo Antoine Pol (Fabrizio De André, la cui voce è straordinariamente in armonia con quella dello chansonnier francese, ne ha incisa una versione italiana).

 

Il giovane Toubiana era di famiglia comunista, adesione insolita per ebrei della piccola e media borghesia tunisina. Alla fine della Seconda guerra mondiale per i genitori quella fede “era la promessa di un mondo migliore”; eppoi, aggiungeva il padre, “è dove s’incontrano le ragazze più belle!”. In Francia, invece, loro non s’iscrivono al partito ma il figlio sì. Serge da liceale è militante comunista con il compito di attaccare i manifesti elettorali, e di vendere di porta in porta il sabato il quotidiano comunista, L’Humanité du Dimanche. Deluso dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968, presto lo studente impegnato si trova appiccicato l’epiteto di “rinnegato” per “divergenze ideologiche”. Il partito era stato formativo e accogliente, il giovane si sente orfano. Aderisce a diversi gruppuscoli, incluso uno “marxiste-leniniste”; ma trova farneticante, delirante la demagogia contro la vittoria valanga nelle urne del gaullismo, trattata alla stregua di un richiamo alla clandestinità e alla resistenza come ai tempi del nazismo. Altre esperienze di gruppi in cui i militanti dovevano farsi assumere come operai nelle fabbriche per “educarli” finiscono nella delusione. Toubiana non si sentiva per niente “vittima del capitalismo”. Nel 1971, a dieci anni dall’arrivo in Francia, saluta la famiglia e se ne va a Parigi a studiare cinema.

 

Il film del colpo di fulmine che ha acceso il fuoco del futuro critico e la passione per il cinema, visto a Grenoble di propria iniziativa e senza raccomandazioni di professori o amici, era “Pierrot le fou” di Jean-Luc Godard, del 1965. Sconvolto ed emozionato dalla commistione inedita di ennui borghese, thriller, poesia, traffico d’armi, politica, improvvisi, insoliti accostamenti di immagini e i colori primari della Pop Art, subisce il fascino dell’opera magistrale che racconta le cose in modo nuovo. A Parigi sceglie la scuola di cinema di Censier, dove insegnano i critici dei Cahiers du cinema. Intanto lavora per una società di sondaggi per pagare l’affitto. La sua educazione cinematografica va di pari passo con quella politica. La contestazione era dappertutto. Le pareti dell’ateneo erano tatuate di slogan. La critica feroce del sapere accademico era all’ordine del giorno, i professori poco apprezzati e ascoltati. Gli studenti erano ferventi ammiratori del cinema politico italiano: “La classe operaia va in paradiso”, “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri, “L’affare Mattei” e “Lucky Luciano” di Francesco Rosi. L’attore principe era Gian Maria Volonté. Erano gli anni in cui imperversava “la déconstruction”, si masticavano i concetti vagamente nichilisti o marxisti eretici dei filosofi Jacques Derrida e Louis Althusser. Godard e Jean Pierre Gorin fanno parte del collettivo Dziga Vertov che “concede” agli studenti (tra cui Daniel Cohn-Bendit e altri, tutti devoti al “cinema della lotta di classe”) di girare a Roma “Vento dell’est” poco dopo il Maggio ’68. Nel western politico, o meglio “Western gauchiste spaghetti”, è coinvolto anche il regista di “La donna scimmia”, Marco Ferreri, amico e finanziatore di Lotta continua. Il risultato è un pot-pourri confuso in cui Volonté è ridotto a comparsa. Ma non tutto è perduto. Toubiana ascolta e impara dai maestri della Nouvelle Vague e altri. Si lega principalmente a Serge Daney, della seconda generazione di critici dei Cahiers, quella seguita ai Truffaut, Eric Rohmer, Godard, Jacques Rivette, tutti passati alla regia di film d’autore.

 

Seguono gli anni ai Cahiers accanto a Daney, dove Toubiana racconta lealmente le difficoltà incontrate nell’imparare a scrivere, un apprendistato faticoso. Sono gli anni in cui la demagogia politica, l’imperante dialettica del marxismo-leninismo s’impadronisce dei Cahiers. Truffaut, disgustato della deriva ideologica, si allontana dalla rivista e si dedica ai suoi film. Il riavvicinamento avviene quando la dirigenza – in sostanza Toubiana e Daney – lo va a trovare. L’autore culto de “I quattrocento colpi” è assai diffidente. Dice che li seguirà con attenzione “bienveillante” e si vedrà. Se i Cahiers ridiventano di nuovo leggibili dopo l’ubriacatura politicista, ne riparleranno. Toubiana diventa direttore con il compito di raddrizzare la nave e riportarla al cinema senza fronzoli ideologici. Il libro procede con il racconto delle emozioni nell’inventarsi numeri speciali dedicati ai cineasti francesi prima di tutto, ma non solo. Molte pagine sono dedicate al cinema di Marco Ferreri, che Toubiana ha conosciuto e amato. Dopo la morte prematura dell’autore della Grande Bouffe, i Cahiers dedicano al regista un numero speciale con testimonianze di Michel Piccoli (“Dillinger è morto”, “La grande abbuffata”, “Non toccare la donna bianca”) Hanna Schygulla “”Storia di Piera”, “Il futuro è donna”) e Gérard Dépardieu (“L’ultima donna”, “Ciao, maschio”) e un’analisi ragionata dei suoi trentacinque lungometraggi. C’è il resoconto dell’emozionante trasferta in America per il numero speciale sul cinema americano, dedicato ai film dei tori scatenati emersi negli anni settanta, tra cui Martin Scorsese (“Mean Streets”, ”Toro scatenato”, “Taxi Driver”), Francis Ford Coppola (“Il padrino”, “La conversazione”, “Apocalypse Now”) e Brian De Palma che accoglie i cinefili francesi con un sardonico: “Come mai ci avete messo così tanto?”. C’è poi il numero speciale per il cinema russo, con trasferta in Unione Sovietica, poi quello sul cinema asiatico, vere scoperte per l’occidente. I Cahiers sono di nuovo nella propria pelle, trasmettendo qualcosa di raro e prezioso agli appassionati internazionali che guardano i cinefili francesi come un faro.

 

Gli anni della Cinémathèque sono quelli in cui il ministero della Cultura incarica Toubiana di unificare le diverse istituzioni che si occupano di cinema – spesso assai diffidenti dell’assistenza pubblica e gelose della loro autonomia – con il compito di portarle a comunicare tra di loro e a coabitare sotto nel bell’edificio creato da Frank Gehry a Bercy, rinnovato e ristrutturato per accogliere il museo del cinema, la collezione Langlois di film di ogni provenienza e di cimeli, sceneggiature e molto altro ancora, gli immensi archivi, tre sale cinematografiche, un auditorium, le sale conferenze. Il centralismo politico francese, come tutti i regimi culturali importanti del Novecento, dall’Unione Sovietica a Hollywood ai fascismi europei, ha capito prima di tutto che le immagini in movimento hanno un impatto analogo e nella cultura di massa anche superiore alle belle arti, alla letteratura, alla musica, e che quelle immagini vanno conservate, restaurate, proiettate, rese accessibili a studenti, ricercatori, esperti, e al grande pubblico. “Fantômes du souvenir” e il suo autore sono la guida di questo processo. La scrittura è chiara, fluida e accessibile, sarebbe bella una versione italiana. Toubiana ha collaborato alla sceneggiatura di “Hitchcock-Truffaut”, uno stupendo documentario costruito sulle celebri conversazioni tra i due autori negli anni Sessanta, ma con le immagini dai film per meglio illustrare la gigantesca maestria tecnica del maestro inglese. E’ anche co-autore di un’imperdibile biografia dedicata a François Truffaut, pubblicata in Francia nel 2006. Si legge come un romanzo, è un modello di biografia di un maestro del cinema.

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