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Due cose sull'Afghanistan - [ Il Foglio.it › Cico ]
IL FOGLIO .it - Direttore Giuliano Ferrara
I blog del Foglio

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Due cose sull'Afghanistan

Il piano di ritiro dall'Afghanistan presentato da Obama ha un livello di lettura tecnico e uno d'impostazione generale. Il livello tecnico riguarda quante truppe richiamare in patria e con quale tempistica; in questo non c'è consenso né fra gli uomini dell'Amministrazione né fra gli osservatori. Nel briefing per i giornalisti prima del discorso un ufficiale della Casa Bianca spiegava che la soluzione poi approvata (10 mila uomini a casa entro la fine dell'anno, i 33 mila del surge entro l'estate 2012, poi processo di drawdown a seconda delle condizioni sul campo e transizione della sicurezza agli afghani nel 2014) era la più radicale delle opzioni presentate dal generale Petraeus al presidente, e certamente lontana dai desiderata della gerarchia militare. Cosa che ha confermato anche l'ammiraglio Mike Mullen, capo delle forze armate. Ritiro troppo affrettato e rischioso, dicono i generali, per cementare i progressi del surge in qualcosa che assomigli a una stabilità.

I liberal, da Nancy Pelosi al New York Times, dicono il contrario: il ritiro è troppo blando, la gente è stanca di questa guerra in cui ormai sappiamo che contano più i droni che l'occupazione militare. Lo stesso dicono i libertari, che sono silenziosamente in sollucchero dopo che Obama ha parlato di un "nation building at home". Su metodi e tempi, dunque, vale la massima tot capita tot sententiae, con la differenza che l'opinione del commander in chief è un ordine. In questo caso un ordine piuttosto radicale. Il problema è che la fenomenologia del ritiro si basa sull'assunto che la guerra in Afghanistan abbia uno scopo preciso, il quale è riassunto nella filastrocca del "disrupt, dismantle and defeat al Qaida". A sua volta questo assunto sottende una convinzione diffusa: l'Afghanistan è la guerra buona in cui siamo entrati per fare un mazzo così a chi ci attaccato. Una volta raggiunto lo scopo ce ne troniamo da dove siamo venuti. Sul fine esiste ormai una piattaforma ampia di consenso (con alcune eccezioni che stanno perdendo peso politico), mentre il multiforme dibattito fra esperti, giornali e all'interno del team della sicurezza nazionale di Obama riguarda essenzialmente il come, il quando, il dove.

E siamo al problema d'impostazione. La tesi di alcuni analisti, (Peter Bergen, tanto per dirne uno), è che lo scopo della guerra in Afghanistan non è quello di distruggere al Qaida. Lo scopo è fare in modo che il paese che per decine e centinaia di ragioni è diventato il rifugio di terroristi che combattono l'occidente e i suoi valori smetta di esserlo. Questo significa che non solo gli operativi di al Qaida devono essere sconfitti, ma c'è da smantellare un intero sistema che è radicalmente contrario all'essenza intima dell'occidente, in modo da avere la ragionevola certezza che una volta ritirati i soldati l'Afghanistan non ritorni a essere terreno fertile per i terroristi; è un fatto di ideale e visione, di nation building e democrazia.

E perché allora l'America non attacca la Corea del nord, l'Arabia Saudita, lo Yemen, l'Iran ecc.? La risposta è semplice: perché è andata così. In principio era al Qaida, ma poi si è scoperto che occupare militarmente un paese ha delle conseguenze, bisogna prendersi delle reponsabilità, le cose cambiano in corso d'opera, la realtà eccede rispetto alle intenzioni e, soprattutto, nella guerra lunga occorre chiedersi di continuo quale sia lo scopo più intimo della missione. La chiave del dibattito dopo il discorso di Obama è invece l'efficacia: quale schema ci permetterà di raggiungere lo scopo con minimo sforzo e massima resa? Quali sono i rischi del ritiro? Quali i punti di forza? Ciascuno può fare il proprio bilancio fra pro e contro e dire che sarebbe meglio ritirarsi più in fretta, più lentamente, usare solo i droni, uccidere Karzai, buttare l'atomica su Kabul, ignorare il problema, tornare a casa, fare uno stato di polizia, mettere fiori nei cannoni. Ma il dibattito sui mezzi non esaurisce il capitale problema del fine.

di Mattia Ferraresi   –   @mattiaferraresi

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