La nuova Cei alla prova della politica

La linea “soft” Bassetti alla prova. I richiami inascoltati sullo ius soli

La nuova Cei alla prova della politica

Il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti (foto LaPresse)

La partita sullo ius soli è il primo banco di prova dei rapporti tra la politica e il nuovo corso della Conferenza episcopale italiana incarnato dal cardinale Gualtiero Bassetti, nominato da Francesco lo scorso maggio. Proprio all’indomani della prima (e a quanto par di capire, ultima) prolusione del capo dei vescovi italiani in cui si ribadiva la necessità di approvare al più presto il provvedimento sulla cittadinanza, quello che una volta si sarebbe definito il partito di riferimento della chiesa in Italia, la longa manus vaticana al di qua del Tevere, Alleanza popolare, ha fatto sapere che di ius soli non ne vuole sentire parlare. Anni fa i toni, da parte della Cei, sarebbero stati duri, arrivando fin quasi allo scontro pubblico.

 

Oggi, però, la musica è cambiata. E non solo perché Ap non è la Dc e i partiti “di riferimento” non esistono più. Bassetti, pur ribadendo la posizione della chiesa italiana in materia si guarda bene dal suggerire una precisa linea politica all’interlocutore politico. Non è un caso che il successore di Angelo Bagnasco abbia iniziato il suo intervento citando l’importante –  e un po’ sottovalutato – discorso che Francesco tenne a Firenze ormai quasi due anni fa, in occasione del Convegno ecclesiale in cui implicitamente segnalò l’esigenza di archiviare l’interventismo in politica inaugurato con la svolta di Loreto del 1985, benedetta da Giovanni Paolo II. Questa è la linea prioritaria della Cei di Bassetti, più famiglia e meno organizzazione. Princìpi fermi ma nessuna guerra di trincea. Anche perché da Santa Marta di sponde non ne arriveranno, benché il Papa (anche ieri) abbia ribadito che sul tema è decisamente in sintonia con i favorevoli all’approvazione del provvedimento.

 

A muoversi e parlare devono essere i vescovi, a loro spetta “ogni azione”, disse Francesco nel maggio del 2013. Per ora, a parlare, è Avvenire, che della Cei è l’organo di riferimento: “Non ci stanchiamo di ripetere che se si ritiene che una legge sia giusta (e utile, tanto che la stessa Ap la votò alla Camera due anni fa), non c’è un ‘momento sbagliato’ per approvarla, giacché se lo ius culturae è giusto, lo è sempre, a prescindere dalle circostanze”.

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Commenti all'articolo

  • filotea62

    28 Settembre 2017 - 08:08

    La Chiesa mi pare che goda sempre di più nel fare harakiri. Non solo la società contemporanea la condanna all'irrilevanza, ma sembra quasi che la cerchi. Dopo la gloriosa stagione Giovanpaolina, stiamo vivendo un periodo di declino che solo la Madonna di Fatima ci assicura sarà vinto.

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