Addio a Dionigi Tettamanzi, il cardinale che tentò di seppellire il ruinismo

E' morto l'arcivescovo emerito di Milano, successore di Martini e predecessore di Scola. Esperto di bioetica, nel 2006 al Convegno ecclesiale di Verona sollecitò una nuova linea per la Cei. Non andò bene

Addio a Dionigi Tettamanzi, il cardinale che tentò di seppellire il ruinismo

Il cardinale Dionigi Tettamanzi (LaPresse)

Roma. Che il cardinale Dionigi Tettamanzi fosse malato era cosa nota e a certificarlo fu l’immagine dell’incontro con il Papa, lo scorso marzo in Duomo. L’arcivescovo emerito, morto questa mattina verso le 10.30 presso la Villa Sacro Cuore di Triuggio, non aveva voluto mancare all’appuntamento. Francesco gli andò incontro, abbracciandolo. Tettamanzi aveva terminato nel 2011 la propria esperienza da pastore della diocesi ambrosiana, iniziata ricevendo il pesantissimo pastorale dalle mani di Carlo Maria Martini. Al suo posto, Benedetto XVI volle Angelo Scola, allora patriarca di Venezia. Tettamanzi era stato precedentemente a Genova come successore del cardinale Canestri e ancor prima, dal 1989 al 1991, vescovo di Ancona-Osimo. Nel 2012, dopo il pensionamento milanese, fu nominato amministratore apostolico di Vigevano, chiamato a mettere ordine in una diocesi con gravi problemi finanziari. Nel messaggio di cordoglio, il Papa ha ricordato la “peculiare attenzione ai temi della famiglia, del matrimonio e della bioetica, dei quali era particolarmente esperto”.

 

E in effetti Tettamanzi in questi campi è stato per lungo tempo uno dei teologi più importanti che la chiesa italiana potesse offrire. Per oltre vent’anni insegnò Teologia morale a Venegono Inferiore, quindi Teologia pastorale a Milano. A lungo, poi, fu la “penna” di tanti discorsi di Giovanni Paolo II, eletto poi presidente della Commissione episcopale della Cei per la famiglia (1990) e, l’anno dopo, segretario generale della Conferenza episcopale italiana. Stimatissimo anche da Bergoglio, che lo chiamò al Sinodo ordinario sulla famiglia dell’autunno 2015, Tettamanzi era stato cardinale il 21 febbraio del 1998. Per anni è stato considerato un papabile, soprattutto nella vulgata mediatica che seguiva il declino del pontificato giovanpaolino. Si diceva che era il profilo più adatto per incarnare una via mediana tra gli opposti schieramenti presenti in Conclave, una soluzione “di mezzo” tra i progressisti e i conservatori. Nell’aprile del 2005, però, subito si capì che gli orientamenti erano ben altri. 

 

Undici anni fa Tettamanzi fu il protagonista del tentativo di scardinare e mandare in soffitta il commissariamento della Cei sancito da Giovanni Paolo II a Loreto nel 1985, quando affidò le chiavi della Conferenza episcopale italiana a Camillo Ruini. A Verona si celebrava il Convegno ecclesiale nazionale e l’allora arcivescovo di Milano fu chiamato a tenere la prolusione, che sviluppò attorno alla necessità di “tradurre il Concilio in Italiano”. Tettamanzi citò le parole d’ordine del Convegno ecclesiale di Roma del 1976, cercando di riportare le lancette indietro di decenni e rievocando la difesa del Vaticano II fatta a suo tempo da Paolo VI contro chi lo accusava “di un tollerante e soverchio relativismo al mondo esteriore”. Fu un fallimento, pochi applausi, una definizione dai più definita “generalista” e nessun cambio di passo di rilievo nella linea della Cei. 

 

L’ultimo Tettamanzi, ormai emerito, è stato quello dell’appoggio – anche sui temi della morale famigliare – alla linea di Santa Marta, che non a caso (come s’è scritto sopra) lo volle al Sinodo del 2015. Già l’anno prima, Tettamanzi si era detto favorevole, a determinate condizioni, al raccostamento alla comunione dei divorziati risposati.  

 

“La dipartita del cardinale Dionigi Tettamanzi rappresenta una grande perdita per la chiesa milanese e per tutta la chiesa universale”, ha scritto un una Nota il cardinale Angelo Scola, amministratore apostolico dell’Arcidiocesi di Milano. “Non solo per i diversi ministeri che egli ha assunto e per il suo servizio come esperto a Papi e alla Santa Sede, ma anche per la sua personalità umile, sorridente, appassionata ai rapporti. Era sempre teso ad incarnare la visione cristiana della vita nella realtà attuale”.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    06 Agosto 2017 - 21:09

    Quand'ero bambino nel "piccolo mondo della Bassa" i preti dovevano per forza diventare dei donCamillo sennò la gente se li mangiava, ma se decisi e combattivi venivavo rispettati a sottosotto apprezzati ed ascoltati. Ma dovevano dimostrarsi tuttid'unpezzo. Altrimenti gli toccava un titolo sprezzante che diceva tutto facendoli sparire: "don-Inùtil". Poi, crescendo, ho constatato che non solo certi pretini ma anche vescovi e cardinali si meritano quel titolo di don-Inùtil. E mi fermo qui.

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