Superare l’Humanae vitae

Una commissione vaticana riesaminerà l’ultima enciclica di Paolo VI

Superare l’Humanae vitae

La pagina dell'Osservatore romano con il testo dell'enciclica Humanae Vitae

Roma. Lo scopo della commissione istituita per volontà del Papa sull’enciclica Humanae vitae è storico, prima di tutto. E cioè di fare chiarezza, scavando negli archivi, sul percorso travagliato che portò Paolo VI a scrivere così com’è il testo che provocò una frattura grave in seno alla chiesa, con la disobbedienza pubblica di una parte consistente dell’episcopato nordeuropeo (a cominciare dai vescovi olandesi capitanati dal cardinale Bernard Alfrink) e letture del documento tutt’altro che univoche. Dopotutto, il cinquantesimo anniversario della promulgazione è imminente (2018) e anche alla luce di Amoris laetitia, l’esortazione post sinodale sulla morale famigliare firmata da Francesco, il momento per riproporre all’attenzione quel testo appare propizio. A presiedere la commissione è stato chiamato il professor Gilfredo Marengo, docente all’Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, e con lui nel gruppo di esperti si annoverano il preside dell’Istituto stesso, Pierangelo Sequeri, lo storico della chiesa Philippe Chenaux e mons. Angelo Maffeis, preside dell’Istituto Paolo VI di Brescia. In una recente intervista alla Radio Vaticana, Marengo ha spiegato che “da un lato, è necessario procedere a collocarla nel contesto di tutte le cose importantissime e feconde che la chiesa in questi 50 anni ha detto su matrimonio e famiglia” e poi “dal punto di vista della ricerca storico-teologica, sarà molto utile poter ricostruire, esaminando la documentazione conservata presso alcuni archivi della Santa Sede, l’iter compositivo dell’enciclica, che si è sviluppato con fasi distinte dal giugno 1966 alla sua pubblicazione, il 25 luglio 1968”. Benché i lavori siano agli inizi e la complessità del tema richieda tempo, pare fin d’ora certo che davanti alla commissione si presenteranno due strade. Con relative polemiche e letture (il teologo Andrea Grillo ha definito Humanae vitae “controversa” e Luca Badini, direttore di ricerca del Wijngaards Institute for Catholic Research, ha parlato di enciclica “contraddittoria in se stessa” e “profondamente sbagliata nelle sue conclusioni”.

 

La prima strada che la commissione ha davanti a sé, spauracchio dei settori più legati al mondo tradizionalista e ultraconservatore, è quella di una reinterpretazione di Humanae vitae alla luce del celeberrimo “rapporto di maggioranza”, cioè quel documento che suggeriva a Paolo VI di aprire alla pillola, alla luce dell’idea che la procreazione poteva essere considerata come mero fine biologico. L’accentuazione, insomma, dell’interpretazione dell’enciclica nello spirito della Gaudium et spes, facendo leva sulla linea dei personalisti francesi vicini a Montini che però non salvavano – sulla materia in discussione – la continuità dottrinale. L’altra strada è più dirompente ma anche più complicata da imboccare nel dato contesto attuale e cioè dire –  come fa ad esempio Eberhard Schockenhoff, già assistente di Walter Kasper a Tubinga negli anni Ottanta, teologo moralista all’Università di Friburgo e apprezzato consigliere della Conferenza episcopale tedesca –  che con Amoris laetitia s’è verificato un cambiamento di paradigma per tutta la teologia morale e che quindi Humane vitae va letta, ora, alla luce dell’ultima esortazione. Quindi, mentre l’interpretazione della teologia morale di Giovanni Paolo II afferma una deduzione che dai princìpi assoluti si applica ai casi concreti non ammettendo eccezioni, ora (è la linea, tra gli altri, di Schockenhoff) si parte dal caso concreto e le norme morali saranno considerate solo a guisa di orientamento generale e primario che però è suscettibile di interpretazione. Finendo così nella casistica. Il problema è che anche la prima strada ha davanti a sé un ostacolo non irrilevante, rappresentato proprio dal rapporto di maggioranza che –  secondo la vulgata –  Paolo VI decise di ignorare. 

 

Fu nei primi anni Duemila, regnante Wojtyla, che il professor Bernardo Colombo, docente di Demografia all’Università di Padova, perito conciliare e fratello del vescovo Carlo, che Montini si scelse come proprio consigliere teologico una volta eletto Pontefice, scrisse sulla rivista Teologia che quel rapporto “era un falso sparato a uso dei criticoni e dei beoni: non di rado le stesse persone”. Nient’altro, precisò, che “uno di dodici rapporti presentati al Santo Padre”. Ma l’unico che finì sui giornali, dal Monde al Tablet e al National Catholic Reporter. Rapporto che raccomandava (con 70 sì e 4 no) al Papa di approvare la pillola contraccettiva. “Io – scrisse sempre Colombo – vi vedo una campagna orchestrata con malizia: non mi risulta che questa rientri tra le virtù cristiane”.

 

Poi Paolo VI scelse diversamente, ignorò “uno dei dodici rapporti” e decise di confermare la dottrina tradizionale, ben consapevole delle reazioni che avrebbe suscitato il suo documento (non avrebbe più scritto alcuna enciclica negli ultimi dieci anni di pontificato). E sarà da vedere come la commissione dei dotti presieduta da Marengo – che non a caso ritiene Humanae vitae e Amoris laetitia due “storie parallele” – riuscirà a conciliare la richiesta di reinterpretazione dell’enciclica “alla luce della persona e della coscienza”, come chiese senza successo nel biennio sinodale l’allora presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia, mons. Vincenzo Paglia, con la scelta precisa che sul finire degli anni Sessanta fece Montini, grazie anche a un memorandum che da Cracovia gli inviò l’arcivescovo cardinale Wojtyla, che proprio Paolo VI aveva voluto dentro alla commissione. Il Papa, secondo quanto hanno ricostruito Juan José Perez Soba e Pawel Galuszka, era davanti a un dilemma non da poco: propendere per le tesi del personalismo francese, che enfatizzavano l’indubbio aspetto innovativo di Gaudium et spes ma non salvavano la continuità dottrinale, o seguire la strada indicata da quanti ritenevano necessario preservare la dottrina ma facendolo su basi naturali. Wojtyla, secondo lo studio di prossima pubblicazione a ridosso delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario dalla pubblicazione di Humanae vitae, propose una mediazione, consentendo al Papa di tenere nel documento (per quanto possibile) entrambe le anime confliggenti.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    02 Agosto 2017 - 13:01

    Avere fede è un sentimento bellissimo che muore in morte.

    Report

    Rispondi

    • iksamagreb@gmail.com

      iksamagreb

      08 Agosto 2017 - 16:04

      Caro fratello e contemporaneo vivente, per me avere fede è stare in Presenza di Dio Padre che mi ha creato per Amore e ad invitarmi a farGli compagnia, per una Vita eterna. E con Dio si sta "daDio" e basta. Provare per credere. Buon Ferragosto.

      Report

      Rispondi

  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    02 Agosto 2017 - 08:08

    E' cristiano chi segue Cristo che ascoltiamo leggendo il Vangelo, pregandoLo davanti al Tabernacolo, vivendo come in Sua presenza. Poi "il vostro dire sia si si, no no; il di più viene dal Maligno". Chi discetta non Lo vive, e chi Ne discute divide. Il Cristianesimo è semplicissimo: pensare Bene e volere solo e sempre Bene, perciò parlare del Bene e fare solo del Bene, così diffondere il Bene. Il nostro Cardinal Tùnini ci ricordava volentieri la sintesi del Credo che sentiva da bambino da suo padre e dai contadini: "Vurìss bèin, un tòcc ad pan, e la cusciinsa nàtta". (volersi bene, un pezzo di pane, e la coscienza netta). C'è tutto.

    Report

    Rispondi

Servizi