Il "peccato gravissimo" di Papa Francesco

Dall’inizio del pontificato, il Papa ha scelto di puntare sulla “tutela del lavoro”. Tesi: “Chi lo toglie fa un peccato gravissimo”. Ma che succede se il lavoro lo toglie Francesco? Otto famiglie rimettono in discussione la teologia sindacale del Papa

Claudio Cerasa

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Il "peccato gravissimo" di Papa Francesco

Papa Francesco (foto LaPresse)

Se Papa Francesco dovesse giudicare Papa Francesco oggi non potrebbe che usare quelle tre parole per raccontare una storia che lo riguarda: “Un peccato gravissimo”. Dall’inizio del suo pontificato, Papa Francesco ha scelto di scommettere forte sul tema della “tutela del lavoro” e nel corso degli ultimi anni il Santo Padre non ha perso occasione per declinare con varie tonalità la sua particolarissima forma di teologia sindacale. Il 24 maggio del 2015, all’interno dell’enciclica Laudato sì”, ha ricordato con fermezza che “la riduzione dei posti di lavoro ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del ‘capitale sociale’, ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile”. Il 27 maggio del 2017, nel corso di una visita pastorale a Genova ai cantieri dell’Ilva, il Santo Padre ha affermato con decisione che “chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando la gente non è un buon imprenditore: è un commerciante. Oggi vende la sua gente, domani vende la dignità propria”. Pochi giorni prima, il 15 marzo, nel corso di un’udienza generale molto ripresa dai giornali e in parte dedicata alla situazione dei giornalisti di Sky, il cui progetto di ristrutturazione ha portato alla chiusura della sede di Roma e a un numero importante (centinaia) di licenziamenti e spostamenti di lavoratori da Roma a Milano, Francesco ha sintetizzato al meglio la sua dottrina e in poche parole ha messo insieme tutto. Teologia. Dottrina. Visione economica. Diritti sindacali. Susanna Camusso, probabilmente, non avrebbe saputo dirlo meglio. “Il lavoro ci dà dignità. Chi per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari chiude fabbriche, chiude imprese e toglie il lavoro agli uomini fa un peccato gravissimo”.

 

Un peccato, come recita l’articolo otto del capitolo primo sulla dignità della persona umana previsto dal catechismo della chiesa, è “una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna. E’ un’offesa a Dio. Si erge contro Dio in una disobbedienza contraria all’obbedienza di Cristo”. E considerare la cessazione di un rapporto di lavoro un’offesa a Dio (“peccato gravissimo”) non inferiore a quello che può significare per la chiesa un’interruzione di gravidanza (nella lettera preparatoria all’ultimo Giubileo, Francesco ha definito l’aborto un “grave peccato”, senza superlativi) indica come il tema abbia un’importanza niente affatto secondaria nell’ambito della dottrina di Papa Francesco. Per questo la piccola storia che stiamo per raccontarvi è a suo modo una storia incredibile, che in pochi passaggi dimostra come il Papa, sul terreno della misericordia sul lavoro, ha scelto di seguire due registri diversi, come purtroppo capita spesso a chi sceglie di ragionare sul tema del lavoro con un approccio da sindacato: un conto sono le parole, un conto sono i fatti.

 

I fatti ci dicono che negli ultimi due anni c’è una storia che in Vaticano conoscono tutti ma che misteriosamente nessuno ha mai raccontato. Una storia che riguarda una particolare scelta di Papa Francesco a causa della quale, come direbbe Susanna Camusso, “nove persone sono finite sul lastrico”, compresa una famiglia con un bambino di un anno. Le nove persone finite sul lastrico sono i dipendenti di uno studio fotografico che dal 1888 al 2015, dai tempi di Pio IX, ha operato in Vaticano, affiancando il lavoro dei fotografi pontifici dell’Osservatore Romano. Lo studio fotografico Felici, insieme con l’Osservatore Romano, seguiva le udienze del Papa, i viaggi del Papa, gli incontro del Papa ed è diventato famoso in tutto il modo per aver immortalato, grazie a uno dei fotografi di famiglia, l’attimo in cui, il 13 maggio 1981, pochi minuti dopo l’ingresso di Wojtyla in piazza San Pietro per l’udienza generale, Ali Agca sparò al Papa due colpi di pistola. Nel corso degli anni lo studio si è rafforzato e ha sempre lavorato quasi esclusivamente per il Vaticano. Tutto questo fino al tre luglio del 2015, quando improvvisamente un avvocato dello studio legale Bellettini Lazzareschi Mustilli invia allo studio fotografico Felici una raccomandata di poche righe. 

 

Oggetto: “Accesso alla Città del Vaticano”. Svolgimento: “In nome e per conto della Segreteria di Stato di Sua Santità siamo a notificare che per disposizione delle Superiori Autorità, con efficacia immediata e a tempo indeterminato, alla Vostra Ditta e ai suoi addetti non potrà più essere consentito l’accesso al territorio dello Stato della Città del Vaticano e nelle zone extraterritoriali, ivi incluso durante le Udienze Generali in Piazza San Pietro o alle Messe Papali ovunque abbiano luogo.
Le suddette disposizioni sono state comunicate alla Gendarmeria e agli altri Uffici competenti, affinché ne assicurino il rispetto. Confidando che vorrete ad esse conformarvi, ed invitandovi a contattarci per eventuali chiarimenti, porgiamo distinti saluti”. In sostanza: un avvocato scelto dalla Segreteria di Stato di Sua Santità intima a uno dei due studi fotografici che da più di cent’anni segue la vita del Papa di non presentarsi più in Vaticano, e dunque di non lavorare più per loro. Di fatto: licenziati, e per di più senza una ragione. Nello studio fotografico lavorano quattro persone a tempo pieno, più tre collaboratrici, più tre proprietari del laboratorio che stampava foto dello studio da venticinque anni. Qualche giorno dopo la lettera ricevuta, il responsabile dello studio, Giuseppe Felici, riceve una telefonata da un segretario della segreteria di Stato. Siamo ad agosto 2015. La spiegazione di quello che è successo è riassunta in poche parole: “L’altissimo vuole così”. Pochi giorni dopo, uno dei responsabili dello studio, Rodolfo, scrive al Santo Padre. Una prima lettera viene inviata a ottobre. Nessuna risposta. Una seconda a novembre. In tutto, alla fine, le lettere inviate saranno cento. Tutte uguali. “Santo Padre, tutta la mia famiglia sta attraversando una gravissima crisi, ci sentiamo senza più un futuro, senza lavoro, colpiti duramente negli affetti e vittime di una ingiustizia che non riusciamo a comprendere. Sono ormai tre mesi che cerchiamo di rimanere aperti, ma non entra più una persona da tempo.
Dovremo certamente chiudere lo studio a dicembre, ed i collaboratori perderanno il lavoro”.

 

Lo studio fotografico chiude definitivamente nel dicembre del 2016. Otto famiglie perdono il lavoro. Pochi giorni dopo la chiusura arriva una telefonata del cardinale Parolin. Al telefono c’è ancora Giuseppe Felici. “Purtroppo – dice Parolin – la faccenda ha raggiunto un punto di non ritorno. Mi dispiace. Le faccio tanti auguri per il futuro”. La storia è piccola ma significativa e ci sarebbero altri passaggi curiosi da raccontare (nel 2008 il cardinale Tarcisio Bertone provò a sbarazzarsi dello studio fotografico chiedendo, attraverso lo stesso avvocato che ha estromesso dal Vaticano lo studio Felici, 80 mila euro all’anno di concessione e fu Papa Benedetto XVI a bloccare la richiesta e a riconoscere l’importanza di offrire ai pellegrini la possibilità di scegliere tra le foto di due diversi studi fotografici). Papa Francesco, attraverso la segreteria di Stato, ha scelto di seguire una strada diversa che presenta alcune implicazioni interessanti. Meglio il monopolio che la concorrenza. Meglio il sovranismo che l’apertura. Meglio innescare un processo di licenziamenti, e mettere sul lastrico alcune famiglie, che dover subire una convivenza non gradita. Il Papa manager, come è evidente, è un Papa molto diverso dal Papa oratore. Ma la storia dello studio Felici, in piccolo, ci dice qualcosa di significativo sulla dottrina sociale di Francesco. A prima vista si potrebbe dire che, stando alle parole del Papa, il Pontefice avrebbe compiuto “un peccato gravissimo” (“Chi per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari chiude fabbriche, chiude imprese e toglie il lavoro agli uomini fa un peccato gravissimo”). Ma in realtà la questione è più sottile. La teologia sindacale può funzionare in un’enciclica ma nella vita reale non funziona mai. E chissà che la storia delle famiglie lasciate sul lastrico da Francesco non suggerisca al Papa di rispondere, nella prossima occasione in cui si occuperà di lavoro, con una espressione che in fondo gli dovrebbe essere familiare: scusate, ma chi sono io per giudicare?

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    31 Agosto 2017 - 15:03

    Giusto rilevare i passaggi tra il dire e il fare, a dimostrazione che tutti siamo peccatori, nessuno escluso. Non c'è "dubia".

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  • Elisabettagreco

    11 Agosto 2017 - 16:04

    Dove posso trovare l'articolo completo grazie

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    02 Agosto 2017 - 15:03

    Al direttore - Quando un Papa tira in ballo "i posti di lavoro", abbracciando il gergo dei sindacati che hanno sempre e solo, difeso i propri "lavoratori", cioè gli interessi sindacali di bottega, meglio lasciar perdere. "Dio, a tutti i figli d'Eva nel suo dolor pensò"

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  • luigi.desa

    02 Agosto 2017 - 13:01

    Evviva tra Alessandro VI e Bergoglio preferisco il primo .Era un ruspantone e malefico aveva molte facce ed era spietato. Così Bergoglio non assassina ma ha una faccia che sbandiera manco fosse l'Anticristo. nella media dei papi per giudizi di merito e di valore si mantiene alla media . Ebbene ,quando è su quella sedia -non ex cathedra- ha sempre ragione lui. Meglio Trump.

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