Fate politica, ma fatela bene. Il Papa chiama i giovani, che rispondono

Lab.Ora-Servitori del bene comune. Contro l'apatia dei millennial

Fate politica, ma fatela bene. Il Papa chiama i giovani, che rispondono

Papa Francesco (foto LaPresse)

Roma. Uno dei più grandi errori di lettura del corrente pontificato è di aver affibbiato a Papa Francesco un generico ma totale distacco dalla politica. Ha giocato un ruolo non indifferente il suo primo discorso ai vescovi italiani riuniti per la professione di fede in San Pietro, con quel “è compito vostro” un po’ travisato. Quasi che i suoi silenzi dinanzi a marce, sit-in, eventi laici ma afferenti al campo religioso fossero un segno evidente di disinteresse. Poi succede che a Firenze, nel novembre del 2015, davanti alla chiesa italiana riunita per il suo quinto Convegno ecclesiale, Francesco tiene uno dei discorsi più politici da quando sta a Santa Marta, chiude la stagione inaugurata nel 1985 a Loreto e si rivolge –  dopo aver definito alcune questioni non di poco conto con la corposa platea episcopale lì riunita – ai giovani. “Il modo migliore per dialogare è quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti”.

 

Gesù era meno prolisso e più efficace delle associazioni cristiane di oggi

Il Vangelo secondo Marco e la retorica dell’associazione Laudato Si’

 

Da qui, la necessità di “immergersi nell’ampio dialogo sociale e politico” per “vivere i problemi come sfide e non come ostacoli”. Insomma, la chiamata a darsi da fare, a rimboccarsi le maniche per vincere quella “apatia” – parole di Bergoglio –  che oggi è così à la page. Tempo da perdere non c’è n’è, osservata Francesco, anche perché “oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli”. Ed è allora che si gettano le basi del progetto Lab.ora-mille giovani. Servitori del bene comune, promosso dall’associazione Laudato Sì.

 

Il fine che si ripromette è di scavare nella società italiana, pescando il meglio della gioventù e lanciandola nel complicato e caotico agone nostrano. Impresa improba? Forse, soprattutto in quest’epoca dove lo scollamento tra giovani e politica, tra giovani e bene comune, ha assunto proporzioni enormi, con le cosiddette nuove generazioni che sovente disertano i seggi e di fare politica attiva hanno sempre meno voglia . Ma intanto ci si prova. Con incontri di quattro giorni dove si parla e si ascolta e in un clima di fraternità si lavora su grandi aree tematiche, con l’obiettivo unico di formare, valorizzando i carismi e il talento di mille giovani dai 23 ai 35 anni, credenti sì ma non solo cattolici. Formarli nelle diocesi e poi presentarli alle imprese locali, quindi – se meritevoli – far giocare loro un ruolo in politica. Tutto meno che un casting per giovani promesse, insomma, e anche per rimarcare questo concetto si è preferito prima avviare il progetto e poi presentarlo con i dovuti crismi dell’ufficialità. Più una scuola itinerante (si sono tenuti due incontri, in totale ve ne saranno dieci e il prossimo è in programma tra pochi giorni a Caltagirone, in Sicilia) che gira in lungo e largo l’Italia, con testimoni a rappresentare un’idea di bene comune. La Cei ne è parte, vi sono vescovi coinvolti, da mons. Giampaolo Crepaldi di Trieste a mons. Michele Pennisi di Monreale, a mons. Mario Toso di Faenza. E poi economisti, giuristi, giornalisti, esponenti di comunità e movimenti. Una rete articolata che parte dal Vangelo e dalla dottrina sociale della chiesa – il punto di partenza cristiano, ça va sans dire, è chiaro e scontato – e che mette a disposizione il suo patrimonio di idee, ideali e buone prassi, stando in mezzo ai giovani.

 

Con un monito finale, una sorta di faro datato 1984. Stavolta è Giovanni Paolo II a parlare, ricordando che “i capi non si improvvisano, soprattutto in epoca di crisi. Trascurare il compito di preparare nei tempi lunghi e con severità di impegno gli uomini che dovranno risolverla, significa abbandonare alla deriva il corso delle vicende storiche”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi