L’inevitabile caduta del vulcanico Pell

Il cardinale voluto da Papa Francesco, gli scontri sull’economia, le “troppe mail” spedite. Pell è stato incriminato dalla magistratura australiana per presunti abusi sessuali

L’inevitabile caduta del  vulcanico Pell

George Pell (foto LaPresse)

Roma. E’ forte la botta al governo di Francesco, anche se non inattesa. Di scosse d’avvertimento ce n’erano state parecchie, in questi tre anni di presenza a Roma del cardinale George Pell, il colosso australiano che Bergoglio in persona – sull’onda della lustracija richiesta dal conclave – volle in Vaticano per fare pulizia in ambito finanziario. Pell si sistemò nella vecchia torre di San Giovanni, in mezzo ai Giardini vaticani, giusto a chiarire che lui delle beghe curiali non voleva saperne nulla. Prima gli spifferi dall’Australia sulla riesumazione di vecchie inchieste, quindi le audizioni notturne in videoconferenza con la Royal commission. Quindi l’epilogo, con il messaggio d’allerta diffuso dalla Sala stampa vaticana alle 4,30 del mattino, a significare che qualcosa di grosso stava accadendo. Pell è stato incriminato dalla magistratura australiana per presunti abusi sessuali su minori quando era sacerdote a Ballarat (negli anni Settanta) e arcivescovo a Melbourne, dal 1996 al 2001. Tra le accuse, anche quella di stupro. Dovrà comparire in tribunale il 18 luglio.

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La stella di Pell s’era appannata già da un pezzo, e non solo per il chiacchiericcio che sapientemente centellinato arrivava dall’altra parte del mondo. Di mezzo c’era la santa guerra per il controllo delle casse vaticane, questione di soldi, di immobili e di rendite di posizione da salvaguardare. Pell, con spirito e movenze non proprio da premier danseur, voleva agire come un Caterpillar. Demolire, prendere in mano lui solo il controllo della situazione. Tanto lì l’aveva messo il Papa, nonostante vecchie volpi di curia avessero suggerito a Francesco che sarebbe stato meglio soprassedere e cercare un uomo dal profilo più diplomatico e posato; magari più manovrabile, secondo i pulpiti più maligni. Ma dopo solo qualche mese, Pell s’è trovato isolato. Ci sono i verbali di una riunione del collegio cardinalizio dell’Apsa (l’Amministrazione per il patrimonio della sede apostolica) del 2014 svelati dall’Espresso in cui l’attuale sottodecano, Giovanni Battista Re, una vita passata in curia, diceva che “è pericoloso che la segreteria dell’Economia prenda in mano tutto”, con il cardinale Tauran che parlava di “sovietizzazione” in corso.

 

Pell come un elefante in una cristalleria. Troppo accentratore, troppo rapido per gli usi d’Oltretevere, tant’è che lo accusavano pure di “dare ordini via mail”: giusto per dare l’idea di quali sono i ritmi nella cittadella santa. Sempre con quel carattere poco incline alla mediazione, il cahier de doléances che le eminenze presentavano al Papa s’allungava sempre di più, chi gridando allo Stalin arrivato da Sydney, chi paventando il rischio di veder sparire la tanto agognata trasparenza. Francesco se n’è accorto. Si è, soprattutto, mantenuto alla larga dalle diatribe sui forzieri, fuori luogo nell’ospedale da campo da stabilire ovunque nel mondo. Dopo il grande impulso iniziale, con commissioni di studio create ex chirografo, ha delegato. Ha lasciato fare, seppur vigilando. Vatileaks 2, con persone da lui nominate finite sotto le grinfie della giustizia vaticana, ha lasciato il segno. Progressivamente a Pell sono state tolte competenze, l’Apsa si è ripresa quel che aveva e la segreteria di stato è tornata ad avere voce in capitolo sulla cassa. Il Papa, però, non ha rispedito in Australia “l’energico” (così nel comunicato diffuso ieri) Pell. L’ha lasciato al suo posto confermandolo ad quinquennium, fino alla naturale scadenza del mandato. Anche quando Pell ha compiuto i 75 anni, età canonica del pensionamento. Ora la questione è: le riforme andranno avanti? Sì, stando a quanto si dice dal Vaticano, dove si chiarisce che tutto – per volontà di Bergoglio – rimane così com’è. Poi, si vedrà. Il tempo, dopotutto, è superiore allo spazio.

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