Chi è il nuovo cardinale che Francesco è andato a cercare fino in Laos

A Vientiane i cattolici sono meno dell’1 per cento. Mangkhanekhoun a colloquio col Foglio

Louis-Marie Ling Mangkhanekhoun

Louis-Marie Ling Mangkhanekhoun

Monsignor Louis-Marie Ling Mangkhanekhoun, è nato nel 1944 in un villaggio che non esiste. E’ uno degli enigmi della nomina di questo vescovo che nel Concistoro che si terrà oggi sarà creato cardinale da Papa Francesco. Diventerà il primo porporato lao, di un paese, il Laos, dove i cattolici sono 45.000, circa lo 0,65 per cento dei 7 milioni di abitanti. Dove la maggioranza, qualunque fede professi, resta profondamente animista, crede nei phii, gli spiriti, mentre il cristianesimo è considerato una “religione straniera”. Un paese, che, secondo un articolo dell’Economist, “ha il sistema politico più chiuso al mondo dopo la Corea del nord”.

 

“La chiesa cattolica in Laos ha poco più di cento anni e per settanta è stata perseguitata”, dice Monsignor Mangkhanekhoun. Ma questa è stata ed è la sua forza: “L’église qui est confort est l’église qui va à la mort”, ripete spesso: la paura umana determina il vero apostolato.

 

Il piccolo enigma del luogo natale, quindi, si intreccia ai misteri, sacri e profani, di un paese che per anni è stato uno scenario dove si sono materializzati gli incubi del colonnello Kurtz di “Apocalypse Now”. “Nella fede c’è mistero: non piace a tutti, perché il concetto di mistero nasce dalla coscienza dei propri limiti”, dice Monsignor Mangkhanekhoun nell’intervista che ha rilasciato al Foglio. Si riferisce ai materialismi di diverso segno ma egualmente atei che vogliono imporre la propria visione di una realtà che esclude l’inconoscibile. “Tutto ciò che è mistero è un’ipotesi”, afferma con un sorriso che non dissimula la severità.

 

"La ragione prima del comunismo è che c'è troppa differenza tra ricchi e poveri. Ma nella pratica il comunismo non è la soluzione"

Facciamo ipotesi, allora, sull’enigma più semplice: quello del villaggio. Bonha-Louang, che compare in molte delle sue biografie online, è fantomatico: non esiste sulle mappe. Il suo vero villaggio natale, Samkhone, nella provincia di Xieng Khouang “attualmente non esiste più”, dice lui. Il primo, probabilmente, è un classico caso di “lost in translation”, errore dovuto a difficoltà di comprensione, equivoci linguistici, tanto più ricorrenti nella babele di lingue e dialetti dei 49 gruppi etnici del Laos. Lo stesso Monsignor Mangkhanekhoun – che parla eccellente francese e inglese – quando si esprime in lao, dice una guida che ha frequentato tutta l’area, ricorda molto il khmer cambogiano. Come l’aspetto fisico, segno della sua appartenenza all’etnia Khmu, accomunata a quella khmer.

 

Nel secondo caso, forse, quel villaggio non esiste più perché è stato distrutto. Tra il 1964 e il 1973 sul Laos furono sganciate oltre 2 milioni di tonnellate di bombe. “A Great Place to Have a War” è definito nel titolo del libro di Joshua Kurlantzick del Council on Foreign Relations. Racconta la guerra segreta condotta dalla Cia negli anni ‘60, quando si credeva che questo paese incastrato tra Thailandia, Vietnam e Cambogia fosse la tessera fondamentale nella teoria del domino, ultima trincea contro il dilagare del comunismo nel sud-est asiatico. La provincia di Xieng Khouang, nota per il sito della Piana delle Giare, fu una delle più colpite. Qui combatterono i guerriglieri di etnia Hmong sostenuti dalla Cia. E’ nel villaggio di Samkhone, nella notte di Capodanno del 1960, che le truppe Hmong guidate dal generale Vang Pao, incalzate dalle milizie comuniste del Pathet Lao (la terra dei Lao), abbandonarono i loro veicoli.

 

“Una delle ragioni delle persecuzioni dei cristiani in Laos è perché i Hmong sono cristiani”, dice Robert Cooper, ex funzionario britannico arrivato in Laos nel 1971, quando il banchetto davanti al suo ufficio vendeva tabacco e oppio. Oggi scrive saggi storici e gestisce il Book Cafè di Vientiane. Il fatto che i Hmong siano fedeli delle chiese evangeliche e non cattolici, secondo Cooper, fa poca differenza. “In Laos niente e nessuno è ciò che dice o che appare. Qui tutto è confuso, incerto. Nella religione è lo stesso”.

 

Monsignor Mangkhanekhoun, come denotano aspetto e lingua, non è d’etnia Hmong. Loro sono Lao Soung, i lao delle terre alte, stanziati tra le montagne della catena annamitica. Lui, invece, in quanto Khmu, è un Lao Theung, delle terre intermedie, che vivono nelle zone basse delle montagne. Ma anche questo non fa differenza per i Lao Loum, i lao delle terre basse, la maggioranza che governa il paese. E’ una sorta di ancestrale rivalità etnica che prescindeva dalla religione, cui si è sovrapposto l’ateismo comunista. “Un buon comunista non ha bisogno di credere negli spiriti o nei personaggi stravaganti del folclore o della religione, perché il Comunismo risolve ogni suo problema”, dice un personaggio di “I Shot the Buddha”, ultimo romanzo di Colin Cotterill, scrittore che ambienta i suoi gialli nel Laos degli anni Settanta, quando il regime seguiva l’ortodossia marxista-leninista. Allora anche il buddismo Theravada e i phii dell’universo animista erano ostracizzati, benché la Costituzione della Repubblica Popolare Democratica del Laos preveda per i cittadini “il diritto e la libertà di credere o non credere nelle religioni”. In seguito il governo ha promosso l’insegnamento buddista quale espressione della cultura nazionale, ha cercato d’incorporare il sangha, la comunità monastica, nella politica. L’animismo, secondo Cooper, ha riguadagnato il favore della nomenklatura dopo una serie di calamità naturali che colpirono il paese nel primo decennio di questo secolo. “I riti animisti permettono l’interazione diretta tra il mondo umano e quello degli spiriti”, dice Cooper. Risolvono problemi.

 

"La chiesa cattolica in Laos ha poco più di cento anni e per settanta è stata perseguitata", dice il prossimo cardinale"

La chiesa cattolica ha dovuto attendere l’11 dicembre 2016. In quel giorno, nella cattedrale del Sacro Cuore di Vientiane si è svolta la cerimonia di beatificazione dei “Martiri del Laos” (undici missionari, tra cui un italiano, padre Mario Borzaga, un sacerdote, quattro catechisti e un laico lao) che furono uccisi “in odium fidei” tra il 1954 e il 1970 dai guerriglieri del Pathet Lao. Alla cerimonia era presente anche il direttore aggiunto del Fronte Lao per l’edificazione della nazione, organismo statale controllato dal partito e dal ministero degli interni. “E’ un momento storico per la nostra chiesa, un vero anno di grazia. Constatiamo con favore che il paese si sta aprendo sempre di più e che anche noi stiamo beneficiando di questo nuovo approccio”, aveva dichiarato all’agenzia Fides Monsignor Mangkhanekhoun.

 

“Pensare che solo fino a pochi anni fa la cattedrale era malconcia. Avevano addirittura proibito di ridipingerla”, ricorda un cattolico americano residente a Vientiane. Adesso quella chiesa, costruita nel 1928 in uno stile tra il coloniale e il neoromanico, appare di un bianco con tocchi pastello brillanti al sole. Ma per la maggior parte della popolazione di Vientiane, specie i più giovani, è “quella cosa come un tempio vicino all’ambasciata francese”.

 

“Non so se con la mia nomina a cardinale la chiesa lao diventerà più forte”, dice al Foglio Monsignor Mangkhanekhoun. “Probabilmente sarà più conosciuta. Anche se non so quanti sappiano che cosa significa cardinale”. Forse chi lo sa e ne è contento è il nuovo primo ministro Thongloun Sisoulith. Nato nel ‘45, formatosi nell’ex Unione Sovietica, è un esponente della nomenklatura che, scrive David Hutt, columnist del Diplomat, “ha per obiettivo di salvare il Partito Comunista da se stesso”. “Il governo sarà contento perché è qualcosa che rende merito al Laos”, dice Cooper. Nella visione di Thongloun, il rischio rappresentato dalla religione è disinnescato dalla crescita economica che negli ultimi anni si è stabilizzata tra il 7 e l’8 per cento (il pil pro capite del Laos è passato dai 406 dollari del 1988 a 1538). Anche la nomina cardinalizia potrebbe essere utile al suo progetto di far uscire il Laos dall’elenco dei paesi meno sviluppati entro il 2020.

 

“Non si può parlare di cambiamento, è una forma di evoluzione naturale della società che non si può fermare”, dice Monsignor Mangkhanekhoun, che gli esperti in questioni religiose asiatiche considerano un uomo impegnato nella ricerca dell’“armonia” con le autorità, del dialogo anziché del confronto. Nella trama storica di un paese come il Laos, che per molti non esiste, proprio come il villaggio di Monsignor Mangkhanekhoun, si può intravedere la spiegazione di ciò che a molti osservatori è apparso il mistero della sua nomina a Cardinale. “La piccolezza, la debolezza, la persecuzione. Ecco che cosa ha attirato l’attenzione del Papa. Ho la sensazione che il Papa senta il bisogno di cambiare, migliorare la struttura, ringiovanire la chiesa, renderla più viva”, dice, riferendosi a un certo ambiente col termine di “carabas”, che nell’argot francese sta a indicare nobili, grandi proprietari. “Per il Papa la periferia è qualcosa di speciale. Lui ha detto: ‘Voi siete all’interno. La forza della chiesa cattolica’”.

 

Il neocardinale, in un certo senso, rappresenta – ci perdoni il termine animista – il khwan, la forza vitale di questa periferia asiatica. Unico figlio maschio in una famiglia con cinque figlie femmine, è stato battezzato nel 1952 per volere della madre convertita al cattolicesimo. Dopo gli studi nel seminario lao viene mandato in Canada per proseguire gli studi di filosofia e teologia. Il 5 novembre 1972 è ordinato sacerdote, nel 1975 nominato parroco e pro-vicario di Vientiane. Proprio nel 1975, il 2 dicembre, è proclamata la Repubblica Popolare Democratica del Laos, governata dal Partito unico comunista. Per l’allora Padre Mangkhanekhoun significa spostarsi senza permesso per portare il Vangelo nei villaggi, nelle prigioni. Alla fine, nel 1984, ci finisce anche lui. “Sono stato arrestato perché lavoravo troppo. L’accusa era di ‘far propaganda a Gesù’”, dice Monsignor Mangkhanekhoun, che precisa che non si trattava di un campo di lavoro, dove “in fondo ti puoi anche muovere”, bensì di “una vera prigione con catene alle braccia e alle gambe”. Ci resterà sino al 1987.

 

Una delle ragioni delle persecuzioni dei cristiani in Laos è perché i Hmong sono cristiani", dice Cooper ex funzionario britannico

“All’inizio era difficile: non riuscivo nemmeno a pensare. Poi ho compreso che anche la prigione è un apostolato. La mia presenza era una necessità per me è per gli altri. Per la mia conversione…”, dice. “Metanoia”, esclama dopo un attimo. Con quel termine, che indica un profondo mutamento nel modo di pensare, forse vuole rafforzare il concetto. Forse mettere alla prova chi gli sta di fronte, o far intendere che la periferia del mondo è tale solo negli stereotipi culturali di un occidentale. “Per me è stata una purificazione. Avevo bisogno di purificazione. Tutti abbiamo bisogno di purificazione”, dice, rivolgendo l’ennesimo sorriso all’interlocutore. La sua purificazione continua sino al 1987, quando viene liberato. L’anno prima è stato promulgato il “chintanakane moi”, la “nuova maniera di pensare”, il rinnovamento economico e culturale che si sta diffondendo in Asia sull’onda della perestrojika sovietica.

 

Il 30 ottobre del 2000 Papa Giovanni Paolo II lo designa vicario apostolico di Pakse, la seconda città del Laos, e il 22 aprile 2001 è consacrato vescovo. In quella diocesi, nota soprattutto per il sito archeologico di Wat Phu, una delle culle della civiltà khmer, patrimonio culturale dell’umanità, vivono 1,3 milioni di persone, ma solo quindicimila sono cattolici. Là promuove iniziative di inclusione sociale come la cosiddetta “scuola dei catechisti”. E’ il modo più efficace, anzi, l’unico, per svolgere attività apostolica in un paese dove i missionari stranieri sono banditi, i preti sono pochi e la popolazione dispersa in un territorio dove spostarsi è difficile, faticoso, dove le piogge possono bloccarti per mesi.

 

“La cosa bella è che abbiamo catechisti sposati che sono veri missionari, che vanno a vivere nei villaggi e diventano le ‘radici’ dell’evangelizzazione”, ha dichiarato Monsignor Mangkhanekhoun nel 2015. “Proponiamo questa esperienza anche ai seminaristi. Devono studiare tre anni, poi si devono fermare almeno un anno per maturare nella loro decisione, ma anche per fare esperienze pastorali come catechisti, portando medicine, aiuti, preghiere per i popoli della montagna. Si integrano con gli abitanti del villaggio, simili a loro in tutto”.

 

“L’apostolato locale è apertura. La chiesa è ‘locale’ perché i problemi non sono gli stessi dovunque”, dice Monsignor Mangkhanekhoun. Seguendo i catechisti nel loro percorso, infatti, ha riscoperto antichi problemi posti dal confronto tra animismo e cristianesimo e scoperto nuovi problemi imposti dalla geopolitica. Tra i primi la poligamia. “Il problema è quando uno di questi uomini poligamici diventa cattolico la chiesa deve chiedere di rompere un legame. Mi chiedo: ne abbiamo il diritto?”, ha dichiarato qualche anno fa. Dubbio che nasce dalle difficoltà economiche e sociali che tale scelta impone. Ma anche da considerazioni etiche: per molti quel rapporto è naturale e scioglierlo crea sofferenza. Per Monsignor Mangkhanekhoun “occorre trovare una via di fede di fronte alla poligamia”.

 

I nuovi problemi sono determinati dallo sfruttamento del Laos, terra di conquista dei più ricchi vicini come Thailandia, Vietnam e, soprattutto, Cina. La deforestazione, le riconversioni agricole in monocolture, la costruzione di dighe stanno distruggendo l’ecosistema del paese e hanno innescato una spirale di problemi sociali: trasferimento di villaggi, corruzione, perdita dell’identità culturale, traffici di droga ed esseri umani, lavoro forzato. “Stiamo distruggendo noi stessi”, ha dichiarato Monsignor Mangkhanekhoun qualche anno fa, quando una posizione del genere comportava notevoli rischi. E’ per questo che il 15 dicembre 2012 che uno dei più noti ambientalisti lao, Sombath Somphone, è desaparecido dopo essere stato fermato dalla polizia. La situazione potrebbe migliorare col governo di Thongloun: il primo ministro ha posto un limite alle esportazioni di legname e sta considerando un nuovo approccio nelle concessioni minerarie e per la costruzione di dighe. Secondo molti osservatori è una finzione, ma per il piccolo paese del sud-est asiatico, vaso di coccio tra vasi di ferro, segna una svolta. “La soluzione è la suddivisione dei beni. Nella suddivisione c’è la giustizia e l’equità. La ragione prima del comunismo è che c’è troppa differenza tra ricchi e poveri. Ma nella pratica il comunismo non è la soluzione”, commenta Monsignor Mangkhanekhoun che però prende le distanze da qualsiasi richiamo alla “Teologia della Liberazione”. “Confonde un po’ la teologia con la sociologia e molti teologi si sono dimenticati di Gesù”.

 

Secondo Mangkhanekhoun è proprio in piccole chiese come quella lao che si può ritrovare questa memoria. “Nei paesi cattolici è tutto talmente facile che hanno dimenticato la fede: mi basto e non ho bisogno di nulla, né Dio né diavolo. Bisogna riconvertirli. In oriente, invece, permane la fede. Loro credono già. Bisogna solo sostituire gli altri con l’Uno”. “Perché farlo?”, è la domanda spontanea. “Perché camminare scalzi quando si può farlo con le scarpe?”.

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