Con la "sana decentralizzazione" la riforma della chiesa entra nel vivo

Il C9, il gruppo cardinalizio che da quattro anni lavora alla riforma della curia romana, al lavoro: più poteri ai vescovi locali e meno a Roma

Con la "sana decentralizzazione" la riforma della chiesa entra nel vivo

Foto LaPresse

Roma. “Sana decentralizzazione” sono le due parole chiave del comunicato diffuso a metà settimana dalla Santa Sede riguardante il lavoro del C9, il gruppo cardinalizio che da quattro anni lavora alla riforma della curia romana. Finora s’è studiato molto, si sono ricevute e valutate le proposte giunte, si è proceduto all’accorpamento dei pontifici consigli in due macro-dicasteri, uno per lo Sviluppo umano integrale e uno per la Famiglia, i laici e la vita. Si sono create commissioni ad hoc, incaricate di passare al setaccio settori specifici da riformare. Ora però, si compie l’atteso passo ulteriore. Si mette cioè per iscritto l’esigenza di decentralizzare, e cioè di trasferire poteri da Roma alle chiese locali. Una sorta di devolution, per usare corrispettivi tratti dal lessico politico, che porteranno in teoria la chiesa ad avere una struttura meno piramidale – nel discorso per il cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, nell’ottobre del 2015, Francesco parlò non a caso di “piramide capovolta”, con “il vertice che si trova sotto la base” – e più orizzontale. Cosa sarà devoluto, lo si spiega subito dopo: “Per esempio”, si legge, “il trasferimento dal dicastero per il Clero alla conferenza episcopale per l’esame e l’autorizzazione di ordinare un sacerdote un diacono permanente non sposato; il passaggio a nuove nozze di un diacono permanente rimasto vedovo; la domanda di accedere all’ordinazione sacerdotale di un diacono permanente rimasto vedovo”. Si tratta di un esempio, appunto.

 

In realtà, il respiro del progetto è più ampio. Nulla di misterioso: è sufficiente riprendere in mano la magna carta del pontificato, l’esortazione Evangelii gaudium, il programma di Francesco. Nei primissimi paragrafi, Bergoglio scriveva: “Non credo che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare decentralizzazione”. Il punto, che verosimilmente impegna e impegnerà ancora il C9, è capire quanto tale decentralizzazione possa essere estesa, quali ambiti tocchi e quali competenze possano passare da Roma alla periferia. Diversi episcopati dell’Europa centrale e settentrionale, come è noto, da decenni ritengono che l’autonomia – anche in materie che riguardano la dottrina della fede – debba essere ampia. Si prenda il caso della comunione ai divorziati risposati, che ha tenuto banco in due sinodi consecutivi: il cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi, chiariva che la Conferenza episcopale di Germania non avrebbe “potuto aspettare fino a quando un Sinodo ci dirà come dobbiamo comportarci qui sul matrimonio e la pastorale familiare”. E le linee-guida interpretative di Amoris laetitia sono di fatto opposte a quelle date (sempre sul medesimo documento) dai confratelli polacchi. Il rischio, ammoniva già tempo fa il fronte più ostile alla politica di decentralizzazione, è che ognuno faccia un po’ come crede, con interpretazioni legate al determinato contesto, alle peculiarità sociali. Giustificando, insomma, ogni presa di posizione “originale” e lontana dagli orientamenti romani con le condizioni particolari della singola realtà. Da qui alle chiese autocefale sul modello ortodosso, segnalavano i critici, il passo è breve. Il Papa, non a caso, sempre nell’intervento per la ricorrenza dell’istituzione del Sinodo, volle precisare che “i vescovi sono congiunti con il vescovo di Roma dal vincolo della comunione episcopale (cum Petro) e sono al tempo stesso sottoposti a lui quale capo del collegio (sub Petro)”.

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