Il senso della Pasqua e la crisi di fede dell'occidente

"Senza la resurrezione", scriveva Benedetto XVI, "la fede cristiana è morta. Gesù in tal caso è una personalità religiosa fallita".

Il senso della Pasqua e la crisi di fede dell'occidente

Foto LaPresse

“Questa è la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro”. Così recita l’Exsultet, l’inno che apre la solenne liturgia della Veglia pasquale, “la veglia madre di tutte le veglie”, per usare una felicissima espressione di S.Agostino.

 

A Pasqua, in tutte le chiese del mondo, i cristiani hanno fatto di nuovo memoriale del fatto che duemila anni fa ha cambiato per sempre il corso della storia. Il fatto, ovviamente, è la risurrezione di Cristo, senza la quale non vi sarebbero né cristianesimo né chiesa. Che la resurrezione sia “la” questione, il punto su cui tutto sta o cade, è oltremodo sottolineato da San Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo, falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo” (1Cor 15, 14s). Senza la resurrezione, scrive nel terzo volume del suo “Gesù di Nazareth” Benedetto XVI, “si può, certo, raccogliere dalla tradizione cristiana ancora una serie di idee degne di nota su Dio e sull’uomo, sull’essere dell’uomo e sul suo dover essere – una sorta di concezione religiosa del mondo –, ma la fede cristiana è morta. Gesù in tal caso è una personalità religiosa fallita; una personalità che nonostante il suo fallimento rimane grande e può imporsi alla nostra riflessione, ma rimane in una dimensione puramente umana e la sua autorità è valida nella misura in cui il suo messaggio ci convince. Egli non è più il criterio di misura; criterio è allora soltanto la nostra valutazione personale che sceglie dal suo patrimonio ciò che sembra utile. E questo significa che siamo abbandonati a noi stessi”. Quest’ultimo passaggio è particolarmente illuminante. Perché dà la misura esatta di quella che da sempre, ma forse oggi in modo più drammatico che in altre epoche, è la questione più importante nella e per la chiesa (altro che la comunione ai divorziati risposati o il celibato dei preti o le donne diacono), ovvero se e in che misura il popolo di Dio – nella sua più vasta accezione – ponga o no al centro della propria vita la fede nella risurrezione.

 

E a guardare alla storia ecclesiale degli ultimi decenni, la situazione è a dir poco sconfortante. Non è certo un caso se lo stesso Benedetto XVI nel libro-intervista “Ultime conversazioni”, ha ribadito come il cuore del problema sia proprio la fede. O meglio, il fatto che nella società occidentale ormai da oltre mezzo secolo è in atto una profonda crisi di fede, che San Giovanni Paolo II stigmatizzò con due parole precise: “Apostasia silenziosa”. Crisi di fede che se per un verso investe tutta intera la dottrina cattolica, per altro è fuor di dubbio come tale fenomeno sia primariamente il riflesso di una crisi più profonda che tocca i fondamenti stessi della fede, in primis la risurrezione di Cristo. Di cui, appunto, si parla sempre meno. Non soltanto nelle facoltà di teologia, in alcuni casi vere fucine di razionalismo teologico più pernicioso dell’ateismo; ma anche nei dibattiti, convegni, seminari di teologia pastorale o di cultura cattolica in generale, dove puntualmente della resurrezione non c’è traccia. Per non parlare di certa omiletica - si va dal comizio camuffato alla declinazione in chiave sindacale del vangelo; dall’invettiva apocalittica e moralistica al bel discorso tutto infarcito di citazioni colte; dall’intrattenimento dell’assemblea stile “showman” alla noiosissima e inutile lezione di teologia - che se possibile la fede te la toglie.

Le cause che spiegano la crisi attuale sono note, e tutte riconducibili a quella cesura storica che l’allora giovane professore di teologia Joseph Ratzinger aveva profeticamente intravisto quando era ancora agli inizi, ovvero sul finire degli anni Sessanta. I cambiamenti epocali di quel periodo – contestazione studentesca, rivoluzione sessuale e dei costumi, ingresso massiccio dei mass media nella vita quotidiana, lotte politiche e di emancipazione e, non ultima, una lettura del Vaticano II da parte di certi ambienti ecclesiali che ha di fatto favorito un processo di “mondanizzazione” della chiesa spacciata per modernizzazione, ecc. – avrebbero comportato per la chiesa l’inizio di un tempo di crisi e di prova, che da un lato ne avrebbe drasticamente ridimensionato l’influenza, il prestigio e la presenza, anche numerica, nella società fino a diventare, come in effetti è avvenuto, minoranza; dall’altro, e allo stesso tempo, la progressiva affermazione di una società compiutamente post-cristiana avrebbe rappresentato l’opportunità di riscoprire l’essenziale: “Dalla crisi odierna – disse il futuro Pontefice il 25 dicembre del 1969 nell’ultimo di cinque discorsi radiofonici – emergerà una Chiesa che avrà perso molto...dovrà ripartire più o meno dagli inizi... Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica...io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico…la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte”.

 

Ciò che Ratzinger aveva intravisto con estrema lucidità, si è puntualmente verificato. E sarebbe oltremodo miope, di fronte ad una crisi di fede che ha raggiunto ormai proporzioni drammatiche in Europa e non solo, non rendersi conto di come oggi più che mai ci sia bisono di ri-evangelizzare la società tornando all’essenziale piuttosto che pensare a soluzioni rabberciate o elaborare l’ennesimo e inutile piano pastorale. D’altra parte, che la riscoperta della fede sia (o dovrebbe essere) “la” questione per eccellenza, è oltremodo comprovato dalla troppo spesso dimenticata domanda di Gesù: “Quando il Figlio dell’Uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?” Non una società più giusta, un mondo pacificato e solidale, l’umanità finalmente emancipata dalla sofferenza e dal dolore, un eco-sistema più salubre, ecc. Ma, appunto, la fede. E’ da qui che bisogna ripartire, tornando all’essenziale. E l’essenziale è l’annuncio della morte e resurrezione di Cristo. Declinato come si vuole, ma senza il quale il cristianesimo non ha neanche motivo di esistere. In questo contesto la riscoperta della liturgia riveste un’importanza decisiva (lex orandi lex credendi). A partire dalla celebrazione per eccellenza, la Veglia pasquale.

 

La Pasqua affonda le sue radici nella storia di Israele, in particolare nella storia dell’esodo. Ha un significato profondamente esistenziale e concreto (ma niente affatto politico come sostiene qualche corrente teologica), perché indica la liberazione, il passaggio dalla schiavitù alla libertà. Anche la Pasqua cristiana esprime questa realtà. La risurrezione è un evento di liberazione: dalle catene della morte, prima, e dalla schiavitù del peccato, di conseguenza. E nonostante le mancanze e le debolezze di noi uomini, ogni anno durante la Veglia Dio continua a “passare” in mezzo al suo popolo. E come la croce è l’asse portante dell’universo – stat crux dum volvitur orbis recita il motto dei certosini di San Bruno – così la resurrezione è la luce che illumina ogni sofferenza umana, di ogni uomo. Per questo da tempo immemorabile i cristiani vegliano durante la notte delle notti. Non vanno a dormire, stanno svegli – con i loro figli – in attesa che il Signore passi di nuovo in mezzo a loro, salvandoli. Questo è il senso profondo della Veglia pasquale, come recita ancora l’Exsultet da cui siamo partiti: “O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore!”. Ed è un vero peccato che, salvo rare eccezioni, quella che dovrebbe essere la liturgia più importante per un cristiano sia stata ridotta ad una messa come un’altra, solo spostata alle nove di sera. 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • giorgio.coen

    17 Aprile 2017 - 13:01

    In un articolo del Foglio Luca Del Pozzo riporta la grave situazione della fede cristiana nel mondo, specie in Europa, I guess, e come il papa Ratzinger fosse preoccupato arrivando a dire che non credere più alla morte e resurrezione di Gesù equivale ad una liquidazione del cristianesimo che non avrebbe più senso. Mi pare che questo modo di vedere sia piuttosto estremistico e basato su l’obbligo dei “fedeli” di credere in cose che non sono incontrovertibili, come direbbe il filosofo Severino, e quindi affidate ad una forzatura del dover credere a tutti i costi perche’ si mantenga un certo tipo di religione. Ma la religione va intesa come bacino culturale con contenuti etici, senza reali obblighi di fede. Certo, la promessa fatta dal Cristianesimo della vita eterna non ha basi nella aspettativa della gente che, vivendo nella razionalità come richiesto da una visione prevalentemente laica, non aspira ad una vita eterna ma solo desidera che questa vita sia desiderabile, comoda, regolata d

    Report

    Rispondi

    • carmelachia

      17 Aprile 2017 - 17:05

      signor coen, vede, nel caso dell'appartenenza comunitaria che il suo cognome pare identificare, la religiosità (la fede in un Dio creatore), come dice lei, è di fatto un "bacino culturale con contenuti etici senza reali obblighi di fede". ma per un cristiano la fede o è epifania o non è. essere cristiani non si identifica in nessun territorio, storia comune, lingua originaria comune e manco etica o consuetudini comuni e tutte quelle cose laiche che piacciono tanto a lei. quanto all'etica e la storia bastano e avanzano i greci e i romani, e quanto al territorio, gli usi e costumi non potrebbero essere più lontani e estranei nel raggio persino di un budello di continente come quello europeo, immagini extraeuropeo. i cristiani non sono una umma o un popolo eletto. sarebbe cosa buona e giusta cercare di non limitarsi ad essere autoreferenziali nel farsi una idea di realtà da sè distanti. grazie.

      Report

      Rispondi

  • mauro

    17 Aprile 2017 - 12:12

    Quando i maomettani avranno più o meno pacificamente occupato gran parte dell'Europa forse la rinascita attraverso piccoli gruppi che impugneranno la spada. Senza la spada, rimandendo nelle catacombe non ci potrebbe essere alcuna rinascita. Se si crederà in molti che ne valga la pena.

    Report

    Rispondi

Servizi