Il primo attentato ha colpito una chiesa copta a Tanta (LaPresse)

L'odio islamista per i cristiani che l'occidente non vede

Matteo Matzuzzi

Lo sgozzamento dei ventuno copti sulle coste libiche, l'assassinio di Padre Jacques Hamel, la cacciata dei cristiani dalla piana di Ninive. Non è solo disagio sociale. Appunti per l'imminente viaggio in Egitto di Papa Francesco

Due attentati, una quarantina di morti, i cristiani copti di nuovo nel mirino. Colpiti ancora una volta di domenica, mentre affollavano le chiese per la messa. Attacchi che colpiscono l’Egitto a venti giorni dall’arrivo del Papa, il cui fitto programma ha due punti cerchiati in rosso: l’incontro con il Grande imam di al Azhar, Ahmed al Tayyeb, e la visita di cortesia a Tawadros II, il Papa dei copti che questa mattina stava celebrando la messa mentre fuori dalla cattedrale di San Marco un attentatore suicida si faceva esplodere. “Niente di nuovo, è il solito triste refrain cui siamo abituati da decenni”, diceva lo scorso dicembre al Foglio Ashraf Ramelah, presidente di Voice of the Copts, organizzazione no profit attiva nella difesa dei copti egiziani. Ramelah commentava l’attentato che (sempre di domenica) aveva causato la morte di venticinque cristiani nella chiesa di San Pietro, al Cairo. L’obiettivo, diceva, è l’annientamento dei cristiani dall’Egitto, programma che – di rais in rais – va avanti fin dai tempi di Nasser.

 

Ora, però, con la globalizzazione del terrore, gli attacchi odierni prendono le sembianze dell’ennesima puntata di un’escalation che negli ultimi anni, soprattutto con ciò che le cosiddette Primavere arabe hanno lasciato in eredità, ha visto i cristiani l’obiettivo da colpire un po’ ovunque. Prima nella piana di Ninive, con lo sfratto dalle proprie abitazioni (contrassegnate con la “N” di nazareno), quindi con la tassa da pagare al Califfato, infine con l’aut aut: convertirsi o prepararsi alla morte. Poi in Libia, con il teatrale e macabro sgozzamento di ventuno copti egiziani trasmesso online, con il sangue a colorare le acque del Mediterraneo. E, ancora, l’assassinio di padre Jacques Hamel in una chiesa della Normandia, a ricordare la persecuzione dei cristiani non è affare dei mediorientali, ma è vivissima anche nell’Europa in preda alle pruderie laiciste. Era, quello, un monito chiaro lanciato dai combattenti islamisti: il cristiano che non muove guerra a nessuno è comunque l’infedele da colpire, meglio ancora se nei luoghi simbolici che ne definiscono l’appartenenza religiosa: una chiesa, appunto.

 

"Dobbiamo evitare il linguaggio politicamente corretto. Dobbiamo dire che è stato un islamismo radicale terrorista. Questo è il fatto”, diceva mesi fa Ignace Youssif III Younan, patriarca di Antiochia dei Siri. “Quelli che hanno commesso la strage a Dacca, 9 italiani, non erano né poveri né ignoranti. Erano di famiglia assai bene ed educati. Non si può parlare di gente smarrita, socialmente emarginata”. Toccava, il patriarca, un punto sensibile nel dibattito interno alla chiesa. In particolare, Youssif III Younan contestava le affermazioni del Papa secondo cui il terrorismo affonda le radici prima di tutto nel disagio sociale, nell’emarginazione e nella disoccupazione giovanile. L’ha ripetuto, lo scorso febbraio, anche all’Università Roma Tre, quando ha detto che “la mancanza di lavoro mi porta, mah vado dall’altra parte e mi arruolo nell’esercito del terrorismo, almeno ho qualcosa da fare e do senso alla mia vita: è terribile!”. Il cardinale Pietro Parolin, segretario di stato, in un’intervista alla Stampa condivideva l’analisi, sottolineando che “il terrorismo trova un terreno fertile sicuramente nella povertà, nella mancanza di lavoro, nell’emarginazione sociale. Tuttavia – aggiungeva – vediamo, per esempio, con il fenomeno dei cosiddetti foreign fighters, che c’è una causa ben più profonda di malessere che favorisce il terrorismo ed è la perdita di valori che contraddistingue tutto l’occidente e che destabilizza soprattutto i giovani”.

 

Discorsi che, però, paiono distanti da quanto provano quotidianamente i cristiani del Mediterraneo orientale, prime vittime di una guerra più grande di loro: "Noi – diceva il patriarca di Antiochia dei siri – stiamo vivendo questa tragedia, voi in occidente state facendo delle elucubrazioni teoriche, a sangue freddo, quando noi dobbiamo subire ogni giorno, in ogni momento, i pericoli del terrorismo islamico".

 

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.