Un’America post cristiana

Un cocktail fra le ansie di chi cerca l’antidoto alla secolarizzazione

Mattia Ferraresi

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Un’America post cristiana

New York. “Alcuni mi dicono che sono un allarmista, ma secondo me i cristiani che non sono allarmati da quello che sta succedendo intorno a noi hanno qualche problema a leggere i segni dei tempi. Sono soltanto un realista”. Rod Dreher, fresco autore del libro “The Benedict Option”, dice queste cose a una vasta platea punteggiata di collarini bianchi, clergyman, e papillon che avvolgono cristiani laici mediamente più allarmati di lui. Il contesto è importante. E’ l’evento di presentazione del libro di Dreher, organizzato da una partnership fra i magazine Plough, espressione della comunità anabattista di Bruderhof, First Things, il tempio dei cattolici conservatori fondato da Richard Neuhaus, e The American Conservative, la casa dei paleoconservatori della scuola di Pat Buchanan. Queste realtà fra loro molto diverse sono accomunate dalla chiara sensazione di avere avuto, una volta, una patria, un posto nel mondo, e quella patria a un certo punto li ha traditi. Abitavano tutti nelle case più belle della “city upon a hill”, passeggiavano con il Vangelo sotto un braccio e la National Review sotto l’altro, alternando canzoni patriottiche e inni sacri, mentre ora per loro c’è qualche piccolo spazio negli scantinati della società, e quanto ne vogliono nell’interiorità della coscienza. Il salone della Union League Club è perfetto per sottolineare le frizioni. Il Gentleman’s Club con obbligo di giacca e mastodontici ritratti dei Padri fondatori alle pareti era nato per sostenere con spirito patriottico l’unione contro i critici, soprattutto irlandesi cattolici, che suggerivano di trovare un accordo con il sud ed evitare la guerra. Si affaccia su Park Avenue, all’angolo con la 37esima strada, nel cuore della vecchia New York wasp che un tempo sembrava il luogo della preservazione del carattere cristiano del popolo, mentre ora pare che dall’esterno un’ostile forza secolarista prema fisicamente sulle pareti per minacciare questo strano consesso. L’impressione è che la classe intellettuale cristiana abbia fatto di questo libro a lungo atteso l’occasione per ritrovarsi e pianificare una fuga dal mondo.

 

Fra i panelist della serata c’è chi, come Ross Douthat, che viene scherzosamente presentato come “editorialista di un giornale”, sostiene che la fuga davvero opportuna è in realtà un piccolo passo in una direzione benedettina. Significa, in sostanza, che scrivere sul New York Times senza abbandonare il magistero è già una “Benedict Option”; altri, come Peter Mommsen di Bruderhof, che il loro ritiro benedettino lo hanno già fatto, riparandosi dai barbari in un arcipelago di comunità intenzionali che poi ricalcano quel sistema di isole religiose e civiche che è all’origine dell’esperimento americano. Il problema è che già Alexis de Tocqueville, il quale guardava con ammirazione la dimensione democratica della “township”, aveva messo in guardia gli americani del suo tempo: se lo spirito individualista che dà sostanza a questo paese sarà lasciato libero di proliferare, la dimensione comunitaria sarà spazzata via, diceva. Quella in cui viviamo, osserva Douthat, è l’America post tocquevilliana. Scavando più in profondità, si trova quello che il costituzionalista Patrick Deneen descrive come il drammatico passaggio dalla “moral majority” alla “moral minority”. Jerry Falwell, coscienza cristiana del conservatorismo reaganiano, aveva coniato l’idea di maggioranza morale che al momento del bisogno avrebbe fermato l’ondata della secolarizzazione, puntellando un ordine tradizionale che peraltro andava felicemente a braccetto con la promessa della vita americana. Il popolo di Dio e il popolo americano erano entità distinte con un destino in comune.

 

Evidentemente la profezia non si è avverata. L’ottimismo di Falwell è stato spazzato via, e non è stato il venire meno delle forze politiche a determinare la perdita dello status di maggioranza. Nei decenni in cui i frutti della rivoluzione sessuale sono diventati costumi della cultura mainstream e poi sono stati incorporati nel diritto, i repubblicani hanno avuto più anni di governo, più maggioranze parlamentari e hanno scelto più giudici della Corte suprema dei democratici. Ciò che hanno in comune i membri di questo eterogeneo gruppo neo-benedettino è l’improvvisa presa di coscienza che “l’America è popolata da una maggioranza immorale”. L’elezione di Donald Trump, sospinto dai voti di evangelici e cattolici, ha tutt’al più fatto guadagnare un po’ di tempo ai cristiani conservatori, ma Dreher non ci gira attorno: “Non fidatevi di Trump. Spero di sbagliarmi, ma temo stia prendendo in giro noi cristiani”. Che fare, dunque? Il modello di Dreher impone di mettere da parte il lavoro nelle barricate delle culture wars, ormai perse, per dedicarsi alla costruzione di arche per conservare i tesori della sapienza cristiana e superare il diluvio. A completare la letteratura odierna sui dilemmi dei cristiani gettati nel mondo post cristiano ci sono altri due libri, che sono al centro delle chiacchiere a margine della presentazione newyorchese, e sono entrambe variazioni, si parva licet, sulla “Città di Dio” di Agostino. Il primo lo ha scritto l’arcivescovo di Philadelphia, Charles Chaput, e s’intitola “Strangers in a Strange Land: Living the Catholic Faith in a Post-Christian World”.

 

In confronto all’opera di Dreher, è un trattato denso di ottimismo, anche se sullo sfondo occhieggia sempre l’analogia con il declino dell’impero romano. Il combattivo Chaput declina lo spirito diognetista per questi tempi in cui i cattolici americani sono stranieri in terra straniera: i cristiani delle origini “non hanno abbandonato o non si sono ritirati dal mondo. Non hanno costruito fortezze chiuse. Non hanno inventato una loro cultura e non hanno inventato il loro linguaggio. Hanno preso elementi della cultura che li circondava e li hanno ‘battezzati’ con un nuovo spirito e un nuovo modo di vivere”. Il secondo libro è “Out of the Ashes: Rebuilding American Culture”, di Anthony Esolen, professore di Inglese al Providence College che invoca invece un ritorno all’ordine naturale delle cose per recuperare lo spirito cristiano perduto. Vivere in modo autenticamente umano è il primo passo della testimonianza cristiana, spiega Esolen, che rimettendo al centro della riflessione la “polis” come comunità ideale offre a Deneen lo spunto per una riflessione tagliente: “I Padri fondatori hanno rifiutato la polis come modello. Hanno adottato invece gli ideali contemporanei della libertà illuminista, l’idea che la libertà è assenza di ostacoli. E’ ciò che la legge permette di fare”. S’insinua il dubbio che l’America non soltanto non sia più una nazione cristiana, ma che in fondo non lo sia mai stata. Di questo si parla, allarmati, nel raduno dell’intellighenzia cristiana su Park Avenue, bevendo il cocktail del giorno, chiamato “The Benedict Option”, così aspro che mette voglia di fare astinenza quaresimale. 

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Commenti all'articolo

  • mauro

    19 Marzo 2017 - 23:11

    Se è destino che la civiltà occidentale cristiana (non è concepibile, infatti una civiltà, occidentale non cristiana se non come altro, una cosa diversa) è destinata a declinare sempre di più e a soccombere è inutile resuscitare l'allegoria dell'arca, non ci sarebbe più alcuna terraferma dalla quale una colomba potrebbe riportare il ramoscello d'ulivo.

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