La fine “moralmente lecita” e cattolica del malato di Sla a Treviso

Tra eutanasia e cure palliative. Dibattito catechismo alla mano

La fine “moralmente lecita” e cattolica del malato di Sla a Treviso

Foto Pixabay

Roma. La richiesta di Dino Bettamin, il macellaio settantenne di Montebelluna morto lunedì, era chiara: “Voglio dormire fino all’arrivo della morte, senza più soffrire a causa della Sla”. Malato da cinque anni, era considerato ormai un paziente in stato terminale. Il dibattito, come sempre accade in casi del genere, s’è riaperto: è un caso di eutanasia? La sedazione profonda rientra in quelle pratiche contrarie alla morale cattolica? No, dice il professor Giuseppe Battimelli, vicepresidente nazionale dell’Associazione medici cattolici e della Società italiana per la bioetica e i comitati etici: “La sedazione palliativa profonda continua nell’immanenza della morte, se praticata con metodi rigorosi, è deontologicamente, legalmente e moralmente lecita perché rientra tra i trattamenti medici e non è una pratica eutanasica”. E “dalle notizie che si hanno”, aggiunge Battimelli, il caso di Montebelluna rientra in questa fattispecie.

 

Avvenire, il quotidiano della Cei, già ieri spiegava la differenza con la vicenda di Piergiorgio Welby. A differenza di quest’ultimo, si legge, “Dino Bettamin non ha chiesto di interrompere la ventilazione, era paziente terminale ed è morto per effetto della sua malattia, mentre dieci anni fa il decesso di Welby fu causato dal distacco del respiratore”. È questo, dunque, l’elemento chiave che fa luce sul dibattito e toglie (o almeno dovrebbe) ogni dubbio in proposito. “Non sono state staccate le macchine, le flebo erano in funzione e anche il respiratore è stato staccato solo dopo un’ora dalla morte”, ha precisato il parroco, che bene conosceva Bettamin, tanto da ricevere la sua visita per l’ultima volta tre settimane fa, in canonica: “Era attaccato profondamente alla vita ma contemporaneamente era consapevole di partecipare al mistero della Croce di Cristo”. Consapevole, poi, che la sua vita non si sarebbe protratta oltre la prossima primavera, dato l’aggravarsi delle condizioni di salute.

 

Battimelli aggiunge che “in casi come questi non è stata richiesta nessuna procedura eutanasica ma la sedazione profonda che ha la finalità di combattere nell’imminenza della morte un sintomo refrattario e incoercibile (la mancanza di respiro, ndr) non altrimenti risolvibile, cosicché la malattia ha fatto il suo corso. La sospensione di alimentazione e idratazione, avvicinandosi la morte, è lecita quando queste ultime diventano non più utili per lo scopo per le quali erano state attivate”, ha chiosato il vicepresidente dell’Associazione medici cattolici. Dopotutto, fu Pio XII, sessant’anni fa, a dire che “se la somministrazione di narcotici provoca per se stessa due effetti distinti, da un lato l’alleviamento dei dolori e dall’altro l’abbreviamento della vita, essa è da ritenersi lecita”. Il Catechismo, poi, va anche oltre, quando afferma che “l’uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile”.

 

È il caso del malato di Montebelluna. Il fatto è che, spiegava qualche tempo fa il professor Filippo Maria Boscia, presidente dell’Associazione medici cattolici italiani, “qualcuno ha interpretato che la sofferenza fosse benefica per una proiezione oltre la vita”. Basterebbe ricordare, aggiungeva, che “la nostra religione non è una religione della sofferenza. Sia la religione sia la medicina sono unanimi nel dire che tutto quello che può essere sedato e se abbiamo a disposizione farmaci che nel passato erano considerati poco maneggevoli, devono essere sollecitamente usati”. Passaggio chiave: “Chi si augura che la malattia finisca presto non vuole includere in questa fine rapida la morte, ma vuole includere la fine del dolore”. Alla fine, la risposta definitiva la dà ancora il Catechismo, quando afferma che “le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate”.

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