O Malta o morte

Non solo polemiche. Dall’assistenza ai profughi al lavoro negli ospedali. Cosa fa il più antico Ordine religioso laicale della chiesa

O Malta o morte

I membri dell’Ordine sono poco più di tredicimila, di cui tremila solo in Italia

La povertà, il bisogno e la malattia non sono solo privazione. Sono isolamento. Un giorno senza cibo è spesso sufficiente per spezzare l’unità di una famiglia. Il continuo doversi occupare di un malato che si ha in casa – e il più delle volte con pochi mezzi finanziari a disposizione – è sì un esercizio di pazienza e amore, ma a volte distrugge quel minimo di gioia di vivere, trasformando anche i gesti d’amore in un esercizio che può guastare l’anima”. Parte da questa considerazione Riccardo Paternò di Montecupo, presidente dell’Associazione dei Cavalieri italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta per spiegare in cosa sia impegnato, oggi, il più antico Ordine religioso laicale della chiesa cattolica, essendo stato fondato nel lontano 1113. “A queste innumerevoli situazioni di disagio sociale che quotidianamente ci circondano – aggiunge Paternò, appartenente a un’antichissima millenaria principesca famiglia siciliana da sempre legata all’Ordine di Malta – si aggiunge ormai il drammatico tema dei rifugiati. Guerre, povertà, persecuzioni e cambiamenti climatici hanno indotto milioni di persone ad abbandonare le loro case. È bene che si sappia che sono circa 180 milioni le persone colpite da conflitti e calamità varie, cosa che si traduce in sessanta milioni di sfollati al mondo, venti dei quali sono rifugiati, trentotto sono sfollati e circa due milioni sono richiedenti asilo”.

 

I numeri, dopotutto, spiegano più d’ogni saggio la situazione sul terreno, drammatica e spesso ignorata: “Solo i rifugiati siriani registrati in Libano agli inizi del 2016 erano più di un milione. Tutti accolti in villaggi costruiti per duecento persone e che ora accolgono spesso più di duemila rifugiati”, spiega Paternò. “E situazioni simili le troviamo in Mali, Sud Sudan e Pakistan. Nella Repubblica Democratica del Congo, migliaia di donne fuggono dalle violenze sessuali e circa tre milioni di sfollati cercano di sopravvivere”. E, ancora, la Repubblica Centrafricana, visitata poco più d’un anno fa dal Papa, con l’apertura della Porta Santa nella cattedrale di Bangui. Un paese che è al penultimo posto al mondo quanto ad aspettativa di vita. Attraverso l’ambasciata a Bangui, l’Ordine sostiene quattordici centri sanitari aiutando centomila persone. Ogni anno, Ordre de Malte France fornisce cibo a tremila bambini malnutriti ed esegue novantamila esami medici nelle strutture sanitarie che esso finanzia.

 

Ma non serve andare così lontano per comprendere la portata del problema: si guardi al numero dei migranti sbarcati sulle nostre coste nel 2015, quasi 154 mila. “Tutto ciò crea problemi umanitari senza precedenti per coloro che fuggono e per coloro che accolgono: cibo, riparo, sostegno medico e psicologico, inserimento”. Ebbene, aggiunge il nostro interlocutore, “in questo contesto così drammatico, fatto di quotidiani fenomeni di bisogno e di straordinari eventi che comprendono anche quelli causati dai nostri recenti disastri naturali, l’Ordine di Malta, con le sue innumerevoli attività sparse in tutto il mondo, dà un aiuto che credo sia inimmaginabile ai più. La maggior parte della gente probabilmente non sa cosa sia in realtà il nostro Ordine, cosa esso rappresenti a livello globale, come sia strutturato e quante e quali energie metta quotidianamente in campo all’ombra di un principio che è scolpito nelle sue carte, ma ancor prima nelle coscienze dei suoi membri: tuitio fidei et obsequium pauperum”.

 

Ma che cos’è l’Ordine? Chi ne fa parte? Nell’immaginario collettivo, si tratta di una sorta di club elitario, aristocratico e poco sintonizzato con la quotidiana realtà che affligge questo mondo. Per molti, un gruppo fuori dal tempo, residuo di un’epoca finita e che non può tornare. A scorrere le cifre dell’attività (anch’essa quotidiana) dei Cavalieri, le cose stanno in maniera ben diversa. E’ sempre Paternò a spiegare che i membri dell’Ordine sono poco più di tredicimila, di cui tremila solo in Italia. Allargando l’orizzonte, nei cinque continenti si aggiungono oltre centomila volontari permanenti, divisi in vari corpi, “fra i quali uno è di soccorso internazionale che interviene a seguito di catastrofi naturali o di conflitti”. L’Ordine gestisce in tutto il mondo venti ospedali, 1.500 centri medici e posti di pronto soccorso, molti dei quali in zone di crisi umanitarie, centodieci case per anziani. Ha, in tutto, 25 mila dipendenti: medici, paramedici, assistenti sociali, esperti di soccorso in situazioni d’emergenza”.

 

È fondamentale ricordare, spiega Paternò, “che il nostro Ordine, in virtù di quanto sancito nella nostra Costituzione all’articolo 2.2, aiuta tutti senza distinzione di religione, razza, origine ed età e mette in piedi circa cento progetti speciali all’anno in circa venticinque paesi”.

 

La storia è antichissima, affonda le radici in epoche di crociate, di difesa dei luoghi santi, di Mediterraneo teatro di guerre (anche se non soprattutto su base religiosa). La nascita dell’Ordine (allora di San Giovanni di Gerusalemme) risale al 1048, quando alcuni mercanti di Amalfi ottennero dal califfo egiziano il permesso di edificare a Gerusalemme una chiesa, un convento e un ospedale. Fine dell’opera: assistere i pellegrini di ogni fede. Più tardi, con la bolla del 15 febbraio 1113 di Papa Pasquale II, l’ospedale viene posto sotto la tutela della chiesa, con diritto di eleggere liberamente i suoi superiori, senza interferenza da parte di altre autorità laiche o religiose. Tradotto: l’ospedale diventa un Ordine religioso laicale. Tutti i cavalieri erano religiosi. La costituzione del Regno di Gerusalemme, poi, costrinse l’Ordine ad assumere la difesa militare dei malati e dei pellegrini e a proteggere i propri centri medici e le strade principali. Passaggio fondamentale: alla missione ospedaliera, l’Ordine aggiunge la difesa della fede. E poi gli anni delle grandi traversie, il trasferimento a Cipro, quindi a Rodi e nel 1530 – dopo aver abbandonato Limassol in seguito alla battaglia contro l’esercito di Solimano il Magnifico – a Malta. Qui i cavalieri, nel 1565, furono impegnati nella difesa dell’isola dall’assedio ottomano. Vinsero e costruirono la città e il porto della Valletta, che prese il nome del Gran Maestro dell’epoca, fra’ Philippe de Villiers de l’Isle-Adam. Furono costruiti palazzi, giardini, bastioni; fu avviata la facoltà di Medicina nonché uno dei più grandi e avanzati ospedali del mondo. Nel 1578 la Sacra Infermeria era l’ospedale più grande e attrezzato del Mediterraneo, nel 1912 la nave ospedale Regina Margherita gestita dall’Ordine trasportò dodicimila feriti durante la guerra di Libia.

 

“Nel corso della Prima guerra mondiale, i nostri treni ospedale, sui vari fronti e in modo imparziale, hanno assistito 800 mila feriti”, sottolinea Paternò, e le immagini in bianco e nero tratte dalla storia, mentre in Europa infuriava il guerrone profetizzato da Pio X, sono a testimoniarlo. Come l’istantanea che ritrae un treno ospedale del Gran Priorato di Austria e Boemia, uno dei tanti che percorse in lungo e in largo il continente per portare soccorso. O come la foto dell’ospedale ausiliare di Verdun, teatro di uno dei più sanguinosi massacri del Primo conflitto mondiale. Bombardato, spostato più volte, divenuto trappola per decine di pazienti e medici. Venendo ad anni più recenti, dove la storia si mescola con l’attualità, c’è una data che è ben impressa nella memoria dei Cavalieri: il 1990, quando nacque “il primo bambino nell’ospedale dell’Ordine a Betlemme. A oggi, lì sono nati oltre 65 mila bambini, per lo più palestinesi”, aggiunge il presidente dell’Associazione dei Cavalieri italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta.

 

Un’attività continua a ogni latitudine, il che spiega bene perché, pur non avendo né territorio né popolazione (e cioè due delle tre condizioni che uno stato deve soddisfare per essere considerato soggetto di diritto internazionale), l’Ordine di Malta intrattiene relazioni diplomatiche con 106 stati, con l’Unione europea (attraverso lo scambio di ambasciatori) e relazioni ufficiali con altri sei stati. Ha osservatori permanenti presso le Nazioni Unite e le sue agenzie specializzate, nonché presso le principali organizzazioni internazionali. “La nostra sovranità è riconosciuta per le attività grazie alle quali abbiamo guadagnato l’ammirazione di 106 stati sovrani che intrattengono con noi regolari relazioni diplomatiche. Il rispetto che il mondo ci dà costituisce perciò la nostra maggiore forza e il miglior viatico per guardare al futuro”.

 

Ma non c’è solo l’assistenza in terre piagate da guerre senza fine, quasi eterne, la cui soluzione non si intravede. L’elenco di questi casi è lunghissimo, è noto nella sua triste costanza. In Italia, ad esempio, tra le numerose attività di volontariato ci sono la mensa serale due giorni a settimana per i senzatetto a Roma, presso le stazioni Termini e Tiburtina. Ventiduemila pasti serviti in media ogni anno. Poi c’è la gestione della mensa sociale nel Santuario di Pompei, che ogni giorno serve cento pasti agli indigenti. “Le attività ospedaliere gestite dall’Associazione dei Cavalieri italiani sono costituite da dodici centri medici specializzati che operano in diverse città italiane e dall’ospedale San Giovanni Battista a Roma”. Vi è poi l’attività ambulatoriale, con le tredici strutture distribuite tra Lazio, Campania, Liguria e Puglia che erogano complessivamente circa due milioni di prestazioni all’anno. Impegno anche sul fronte migranti. “Nel 2015 sono stati 153 mila i migranti sbarcati sulle coste dell’Italia meridionale. A prestare soccorso ai superstiti c’erano in prima linea i medici e gli infermieri del Corpo italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta, con squadre permanenti a bordo delle navi della Guardia costiera e della Guardia di finanza italiane”. “Attualmente – aggiunge Paternò – il nostro personale sanitario è attivo nelle operazioni di soccorso con cinque team sanitari, formati da un medico e da un infermiere, tre dei quali a Lampedusa a disposizione della Guardia costiera e della Guardia di finanza, e due a bordo delle unità navali maggiori della Guardia costiera”. Inoltre, “da gennaio 2016 a oggi sono stati tratti in salvo dalla Guardia costiera più di 28 mila migranti, 13 mila dei quali hanno necessitato di cure mediche da parte del nostro personale sanitario”. Dal 2008 a oggi, i volontari impiegati sono 1.109, con una media di circa 123 l’anno.

 

C’è, meno conosciuta, l’opera che viene compiuta negli Stati Uniti, dove quasi due milioni e mezzo di individui affollano le locali prigioni. L’assistenza e il sostegno psicologico ai detenuti sono una delle principali attività dell’Associazione americana dell’Ordine di Malta. Si tratta d’un progetto su cui converge da anni l’impegno delle altre associazioni dell’Ordine nel nord America, da quella federale a quella occidentale, fino a quella canadese. A oggi sono trentuno gli stati che vedono membri e volontari dell’Ordine operare con programmi di sostegno ai detenuti e ai loro familiari. A fronte di un tasso di recidività molto alto – il 65 per cento degli ex carcerati finisce prima o poi di nuovo in prigione – l’Ordine di Malta è particolarmente impegnato nell’agevolare il reinserimento degli ex detenuti nella società con un percorso di sostegno alla formazione professionale e per la ricerca di un alloggio, immediatamente dopo il rilascio.

 

Basta poi andare in Libano per vedere che lo stereotipo del club elitario per nobili non corrisponde alla realtà. Qui l’Ordine realizza campi estivi per ragazzi disabili. Strutture che sono un laboratorio di creatività, socializzazione e ascolto per centinaia di ragazzi e ragazze, assistiti da un gruppo internazionale di giovani (sempre dell’Ordine) provenienti da Germania, Francia, Gran Bretagna, Polonia, Austria, Svizzera, Spagna, assieme ai loro coetanei libanesi. “La religione non è un problema nei nostri centri, né per le persone che servono né per i pazienti che qui vengono: la domanda su quale Dio preghino non viene neanche formulata”, dice suor Maria Josepha, responsabile del centro d’assistenza dell’Ordine a Kefraya, nel nord del Libano. Un villaggio a maggioranza musulmana sunnita, dove gli ambulatori socio-sanitari dell’Ordine di Malta si prendono cura di pazienti provenienti da oltre quaranta villaggi circostanti. Qui, l’Ordine gestisce una rete di ventotto diverse iniziative umanitarie che raggiungono cristiani e musulmani in egual misura, gestite in collaborazione con congregazioni o fondazioni religiose di fedi diverse. “L’atmosfera è di profondo rispetto”, dice infatti l’ospedaliere dell’associazione libanese, Paul Saghbini. “I visitatori ci chiedono sempre con entusiasmo come possono diventare membri o volontari dell’Ordine di Malta, spiegano Monica Lais e Valérie Guillot, curatrici del Visitors Centre, nella sede del Palazzo Magistrale di via Condotti, a Roma: questa, osservano, “è la prima indicazione del successo del Centro. Italiani, americani, spagnoli, tedeschi, francesi, giapponesi, taiwanesi, russi: ci confrontiamo con nazionalità diverse, e già centinaia di persone hanno visitato il Centro dalla sua apertura”. I visitatori, appena vedono le foto dell’opera quotidiana dell’organizzazione, chiedono cosa essa faccia oggi. “La finalità dell’Ordine di Malta può solo essere quella di aiutare chi soffre, pertanto esso non ha bisogno né di frontiere né di territorio”.

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