Il Papa sul mondo che scotta

I viaggi in cantiere, i dossier aperti (con qualche spina). Come la Santa Sede ha recuperato un ruolo geopolitico da protagonista sulla scena internazionale

Matteo Matzuzzi

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papa francesco erdogan

L'incontro ad Ankara tra Papa Francesco ed Erdogan nel 2014 (foto LaPresse)

 La chiave per comprendere le direttrici della geopolitica vaticana sotto il pontificato di Francesco è una forma geometrica, il poliedro. Nel settembre del 2015, in visita a Philadelphia per l’Incontro mondiale delle famiglie, in uno dei più significativi discorsi tenuti negli Stati Uniti, parlando della globalizzazione il Pontefice la definì in sé buona, “perché ci unisce”. L’importante, aggiungeva, è intendersi su quale forma essa abbia: “Se la globalizzazione è una sfera nella quale ogni punto è uguale, equidistante dal centro, annulla, non è buona. Se invece unisce, come un poliedro nel quale tutti sono uniti e ognuno conserva la propria identità, allora è buona e fa crescere un popolo”. Guardare il mondo come fosse un poliedro, dunque. In un’intervista di qualche tempo fa, il Pontefice spiegava che “i grandi cambiamenti della storia si sono realizzati quando la realtà è stata vista non dal centro, ma dalle periferie. Si comprende la realtà solamente se la si guarda dalla periferia, e non se il nostro sguardo è posto in un centro equidistante da tutto”. No alla sfera, dunque. Sì al poliedro. E il Papa nelle periferie c’è andato, e non solo in quelle geografiche, lontane cioè da Roma.

In tre anni e mezzo di pontificato ha toccato tutti i continenti, eccetto l’Oceania. Sedici viaggi fuori dai confini italiani: quattro volte nelle Americhe (sette paesi visitati), tre in Asia (quattro paesi), una in Africa (tre paesi). Rilevante il “caso” europeo: sette viaggi – per lo più della durata d’un giorno –  con otto paesi visitati. Francesco è partito anche qui dalle periferie, Albania, Armenia, Azerbaigian e Georgia. Nessun “grande” paese di tradizione cattolica (più o meno sbiadita), ma estrema valorizzazione delle peculiarità locali, delle storie spesso sconosciute le cui stimmate ancora sono ben visibili su popoli interi.

Ed è proprio in questo partire da lontano, dai punti più lontani dal centro propulsivo, che la Santa Sede è ritagliarsi un ruolo di attore protagonista sul proscenio globale. Mediare in contese e tra contendenti divisi su tutto e ancor di più far decantare situazioni ingarbugliate e apparentemente irrisolvibili: sono questi i verbi che dominano l’azione della Segreteria di stato guidata (non a caso) dal diplomatico Pietro Parolin, meno segretario di stato rispetto ai suoi immediati predecessori – cioè meno primo ministro della curia – e più concentrato sulla proiezione internazionale della Santa Sede, alla stregua d’un ministro degli Esteri con ampi poteri. Dopotutto, Parolin conosce come pochi altri in Vaticano il dossier cinese – ebbe un ruolo non indifferente nella stesura della Lettera ai cattolici cinesi inviata nel 2007 da Benedetto XVI – e prima di essere richiamato a Roma fu per qualche anno nunzio in Venezuela, osservatore del declino fisico di Hugo Chávez e del crepuscolo del chavismo da quest’ultimo inaugurato.

L’evento simbolico del ritrovato protagonismo d’oltretevere è senza dubbio l’azione messa in campo alla fine dell’estate del 2013 (Bergoglio era Pontefice da pochi mesi e formalmente in Segreteria di stato c’era ancora Tarcisio Bertone) per fermare i bombardamenti – che allora apparivano imminenti – degli angloamericani su Damasco, al fine di deporre il presidente Bashar el Assad sperando così di chiudere la guerra in Siria. Francesco scelse l’Angelus del 25 agosto per lanciare l’appello “perché si fermi il rumore delle armi”. “Non è lo scontro che offre prospettive di speranza per risolvere i problemi, ma è la capacità di incontro e di dialogo”. All’appello seguiva una veglia silenziosa sul sagrato di piazza San Pietro, sei giorni dopo. Immagini che fecero il giro del mondo, e i caccia che già erano pronti a decollare dalle portaerei alla volta della Siria tornarono nelle basi, spegnendo i motori. Vi fu, pochi giorni dopo, una lettera ufficiale inviata – con tanto di chiosa benedicente – dal Papa a Vladimir Putin, che all’epoca era presidente pro tempore del G20. Anche in tale circostanza, Francesco chiese una soluzione negoziata per la crisi siriana e non un’escalation militare, come peraltro ipotizzato non solo da Washington e Londra, ma anche da diversi esponenti delle gerarchie cattoliche del vicino e medio oriente. Accanto però a indubbi successi, rimangono sul tavolo questioni aperte e irrisolte (i rapporti con l’ortodossia moscovita e la Cina comunista) e divergenze culturali e politiche che sembrano ampliarsi man mano che il pontificato di Francesco vede attuarsi la sua agenda (è il caso delle relazioni con gli Stati Uniti).

RUSSIA

I “numerosi ostacoli” che si frappongono alla riconciliazione tra la chiesa ortodossa di Mosca e Roma sono ancora tutti sul tappeto, lo riconosceva anche la storica Dichiarazione congiunta firmata dal Papa e da Kirill lo scorso anno all’Avana, terreno neutrale e a migliaia di chilometri di distanza dal “vecchio mondo” (così nel testo) dove le ferite di “antiche contese” continuano a bruciare a un millennio dallo scisma. Da Giovanni Paolo II in poi, i Papi che si sono succeduti al Soglio petrino hanno messo il disgelo con la Russia in capo alle rispettive agende. Con Karol Wojtyla la questione era più delicata, sia per le chiusure di Alessio sia perché l’allora vescovo di Roma era polacco, e quindi percepito come giocatore interessato soprattutto in relazione alla complessità delle chiese ucraine. Con Benedetto XVI, che di relazioni politiche con Mosca non si era mai interessato, il dialogo riprese contando sulle affinità teologiche. Il macigno che si frappone sulla strada dell’intesa, al di là dei problemi dottrinali e delle forti opposizioni alle aperture del Patriarca che s’incontrano a Mosca, ora che a Roma c’è Francesco, è rappresentato ancora dalla questione ucraina. “La presenza della chiesa greco-cattolica è un grosso ostacolo nei rapporti tra il Patriarcato e la Santa Sede”, chiariva il metropolita Hilarion, presidente del dipartimento per le Relazioni ecclesiastiche esterne di Mosca. Da una parte gli ortodossi con un piede a Kiev, dall’altra i fedeli a Roma capeggiati dall’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, che dopo aver inviato una lettera al Papa esortandolo a fare “come il padre che difende i suoi figli”, e cioè a “essere la voce del popolo ucraino e di tutti i cattolici credenti che soffrono”, criticava apertamente l’incontro tra lo stesso Francesco e Kirill a Cuba. Mi hanno contattato in molti per dirmi che si sentivano traditi dal Vaticano, delusi dalle mezze verità del testo e dal sostegno indiretto  della Santa sede all’aggressione contro l'Ucraina”. Il Papa replicava: “Io ho nominato il popolo ucraino chiedendo preghiere, vicinanza, tante volte, sia nell’Angelus, che nelle udienze del mercoledì. Ognuno ha la sua idea su questa guerra: chi l’ha cominciata, come si fa. E’ evidente che questo è un problema storico, è un problema personale esistenziale di quel paese”.

Papa Francesco con il Patriarca di Mosca, Kirill, durante lo storico incontro a Cuba (LaPresse)

CINA

 

E’ il grande sogno del gesuita Jorge Mario Bergoglio, che da giovane voleva diventare missionario in Giappone. La grande apertura della chiesa a oriente (uno dei suoi primi viaggi internazionali è stato in Corea del sud, paese con il più alto incremento di cattolici in Asia negli ultimi due decenni. “Se andrei in Cina? Ma sicuro! Domani”!”, disse ai giornalisti che gli domandavano se un accordo con Pechino fosse in vista. Ma Franceso, di solito assai espansivo con i media, sulla questione cinese ha sempre centellinato le parole. Consapevole della delicatezza estrema del dossier, ha mostrato grande disponibilità ai segnali che giungevano dal gigante asiatico. Come il permesso di sorvolo concesso all’aereo papale che portava Francesco a Seul, nel 2014, e gli scambi di telegrammi con Xi Jinping. Il negoziato per la nomina dei vescovi procede tra alti e bassi, le ipotesi su cui si ragiona sono sempre le medesime: terne di nomi proposti a Roma e poi decisione del Papa. Le resistenze ci sono, come è noto: il cardinale Joseph Zen, arcivescovo emerito di Hong Kong, vede in ciò nient’altro che un appeasement. Sull’altra sponda, si ribadisce che solo una politica dei piccoli passi, rinunciando anche a qualcosa, può aprire portoni da più di sessant’anni blindati.

STATI UNITI

 

Una delle principali curiosità (anche mediatiche) del 2017 sarà vedere come si articolerà il rapporto tra il Papa e il nuovo presidente Donald Trump. Le premesse non sono rosee, se si ricorda la frase pronunciata a braccio da Francesco quanto The Donald non era neppure il candidato ufficiale del Gop alla Casa Bianca: “Chi vuole costruire muri non è cristiano”, disse Bergoglio, cui seguì la pronta risposta trumpiana. Giorni dopo, le acque si calmarono e le precisazioni arrivarono, con la ricomposizione della piccola frattura. Non che l’eventuale elezione di Hillary Clinton sarebbe stata più gradita dalle parti del Vaticano: interprete del globalismo più estremo, l’interventismo della candidata Dem avrebbe cozzato con la visione poliedrica del vescovo di Roma. Più difficile, almeno nell’immediato, appare l’allineamento della corposa conferenza episcopale statunitense all’agenda papale. A tre anni e mezzo dall’insediamento a Santa Marta, i vescovi americani sono ancora ben radicati lungo il fronte delle battaglie per i cosiddetti valori non negoziabili, dottrina che Francesco considera archiviata (per farsene un’idea è sufficiente rileggersi il discorso pronunciato un anno fa nella cattedrale di San Matteo a Washington). Prova ne è l’elezione recente dei nuovi vertici dell’episcopato: fuori i vescovi nominati da Bergoglio, dentro uomini dal solido identikit conservatore.

 

L’incontro tra il Pontefice e Barack Obama alla Casa Bianca, nel settembre 2015 (LaPresse)

SUD SUDAN

 

“Sentite, io sono con voi, io soffro e vivo con voi. Voglio visitare il Sud Sudan. Ha detto ‘Io voglio visitare il Sud Sudan’”. L’ha ripetuto due volte, lo scorso ottobre a Roma, mons. Paolino Lukudu Loro, arcivescovo di Juba e punto di riferimento della chiesa nel più giovane paese del mondo, indipendente dal 2011 e dilaniato da una guerra civile che ha lasciato sul terreno morti, sfollati, rifugiati. Francesco ha in animo di tornare in Africa, puntando sempre su quelle periferie esistenziali e non solo geografiche che aiutano a comprendere meglio la realtà. Non si sa se il desiderio del Papa preso quasi alla fine del mondo si realizzerà quest’anno, ma il progetto c’è.

 

REPUBBLICA CENTROAFRICANA

 

E’ stato considerato uno dei viaggi più significativi del primo triennio di pontificato. A Francesco mancava di visitare solo l’Africa, il continente dove il numero dei cattolici è in crescita esponenziale (comprese le vocazioni, nonostante i dubbi e le prudenze necessarie per una chiesa così giovane). E per la sua prima volta ha scelto la Repubblica centroafricana, paese poverissimo, senza sbocchi sul mare, perennemente in bilico tra la tregua e la guerra, diviso a metà tra cristiani e musulmani. Bergoglio ha scelto di aprire lì, in anticipo e come mai era accaduto prima nella storia, la Porta santa della Misericordia, nella cattedrale di Bangui. Con i fedeli che si inginocchiavano al suo passaggio, senza smartphone da usare per i selfie. E poi l’incontro con il locale imam, propiziato dal vescovo della capitale, Dieudonné Nzapalainga, creato cardinale lo scorso novembre. Con i suoi quarantanove anni, è il membro più giovane del Collegio.

 

Il Papa apre la Porta Santa della cattedrale di Bangui, nel novembre del 2015 (LaPresse)

BANGLADESH

 

Novello cardinale (il primo del paese) è anche mons. Patrick D’Rozario, arcivescovo di Dacca, la capitale del Bangladesh, realtà dove i cristiani sono minoranza esigua (l’uno per cento della popolazione) con tensioni etniche e religiose. Qui il Papa, “quasi certamente”, si recherà quest’anno, in un viaggio che lo porterà anche in India. Anche qui, Francesco è pronto a mettere piede in una terra dove gli equilibri sono instabili, soprattutto tra induisti e musulmani.

 

COLOMBIA

Il rinnovato protagonismo della chiesa sul piano internazionale è visibile soprattutto in relazione al ruolo di mediazione nei contrasti e conflitti che da tempo attraversano l’America latina. Sarebbe banale e superficiale ricondurre la causa di questo elemento di novità alle origini sudamericane di Francesco. E’, semmai, l’impostazione periferica data al suo pontificato che ha favorito l’appello a Roma quale soggetto terzo, autorevole e indipendente, per fare da arbitro in partite complesse giocate su terreni spesso insidiosi e minati. L’esempio più evidente è relativo alla mediazione nel conflitto tra il governo colombiano e le Farc. Un anno e mezzo fa, venuti a conoscenza del viaggio di Francesco a Cuba, i rappresentanti delle milizie rivoluzionarie avevano proposto che il Pontefice presiedesse il negoziato decisivo proprio in terreno neutrale, L’Avana. La Santa Sede frenava, invocava la politica dei piccoli passi, spiegava che prima di atti così espliciti ed eclatanti era necessario lavorare a fari spenti, dietro le quinte, attraverso il ruolo della conferenza episcopale colombiana. Solo più tardi, quando le parti avevano raggiunto un’intesa per la pace (poi bocciata da un referendum), la diplomazia vaticana usciva allo scoperto e il Papa, a ridosso del Natale, riceveva a Roma il presidente colombiano Santos e il suo predecessore Uribe, il primo a favore dell’accordo e il secondo contrario. Seduti l’uno accanto all’altro, davanti a Francesco. E non è un caso che, lasciando da parte ancora una volta l’Argentina, Bergoglio vi si recherà in viaggio apostolico con ogni probabilità entro i prossimi sei mesi.

 

VENEZUELA

 

“Quando un presidente chiede, lo si riceve, per di più era a Roma, in scalo. L’ho ascoltato, mezz’ora, a quell’appuntamento; l’ho ascoltato, io gli ho fatto qualche domanda e ho sentito il suo parere. E’ sempre bene sentire tutti i pareri. Ho ascoltato il suo parere. In riferimento al secondo aspetto, il dialogo. E’ l’unica strada per tutti i conflitti! Per tutti i conflitti. O si dialoga o si grida, ma non ce n’è un’altra”. Rispondeva così, il Papa, ai giornalisti che lo scorso novembre gli domandavano perché avesse ricevuto Nicolás Maduro, presidente del Venezuela. Una mediazione della Santa Sede, pur richiesta da più parti, qui appare complessa, essendo alto il rischio di strumentalizzazione. Non a caso, il Papa ha preferito derubricare l’udienza concessa al successore di Chávez a incontro quasi casuale.

 

EUROPA

 

Il significato del poliedro emerge qui in tutta chiarezza. Viaggi sì, ma partendo dai punti estremi, da Lampedusa all’Albania. E poi Lesbo, la Georgia, l’Armenia, l’Azerbaigian. A nord, la Svezia per la commemorazione dei cinquecento anni della Riforma luterana. Francesco guarda dalle periferie il decadimento della vecchia Europa, domandando a essa “cosa ti è successo?”. L’ha fatto a Strasburgo, prima al Parlamento e poi al Consiglio d’Europa. L’ha ripetuto in Vaticano, nel lungo discorso con cui ha accettato il Premio Carlo Magno, lo scorso maggio. “Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”. Domande che attendono risposta, ma che fanno comprendere come lo stato disunito della comunità fondata da De Gasperi, Schuman e Adenauer sia sotto lo sguardo vigile e critico del Papa preso quasi alla fine del mondo, che in uno dei suoi ultimi interventi riguardanti il Vecchio continente ha osservato come “manchino leader all’altezza”.

Francesco interviene al Parlamento europeo di Strasburgo, nell’autunno del 2014 (LaPresse)

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