Pechino sfida il Vaticano e celebra l'assemblea dei cattolici cinesi

Il cardinale Zen attacca: "Vogliono la sottomissione della chiesa al governo". I negoziati tra la Santa Sede e il governo asiatico proseguono sottotraccia

Pechino sfida il Vaticano e celebra l'assemblea dei cattolici cinesi

L'incontro, secondo le fonti ufficiali, si chiuderà domani o venerdì

Roma. In un hotel di Pechino è iniziata l’attesa assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi, l’organismo che sovrintende cioè a vescovi e clero locale controllato dal governo. Sono presenti 365 delegati, stando a quanto reso noto dalle autorità. La riunione (la nona) si chiuderà domani o al più tardi venerdì. La Santa Sede prendeva posizione lo scorso 21 dicembre con una dichiarazione del direttore della Sala stampa, Greg Burke, da cui trapelava un atteggiamento di prudenza: il Vaticano – si leggeva – “attende di giudicare in base a fatti comprovati. Nel frattempo, la Santa Sede è certa che tutti i cattolici in Cina attendono con trepidazione segnali positivi, che li aiutino ad avere fiducia nel dialogo tra le Autorità civili e la Santa Sede e a sperare in un futuro di unità e di armonia”.

 

Nel 2010, in occasione della precedente assemblea (l’ottava) il Vaticano si mostrava ben più duro, definendo l’incontro “inconciliabile con la dottrina cattolica”. Il punto contestato, infatti, riguardava proprio l’autorità dei vescovi, che di fatto veniva sottomessa al governo e tagliava ogni legame con Roma. Secondo le informazioni ufficiali diffuse da Pechino, sarebbero presenti 59 vescovi, molti dei quali riconosciuti anche dal Vaticano. Come ha scritto Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, “anche se i temi non sono molto significativi, ha molto significato l’atmosfera: ogni relazione ieri ha esaltato l’indipendenza della chiesa (dalla Santa Sede); l’autonomia (nella teologia, nella gestione, nella giurisdizione), il patriottismo della fede (prima amare la nazione, poi amare la chiesa)”. A dominare, insomma, è l’ambiguità: “A parole queste frasi sembrano aprire un futuro delle religioni e della chiesa cattolica a servizio del popolo cinese; nei fatti il tutto appare molto ambiguo fino a palesare l’esperienza di una chiesa di stato, controllata in tutti i suoi movimenti e progetti”.

 

Se la Santa Sede mantiene una posizione di estremo equilibrio per non vedere naufragati i complessi sforzi per riallacciare i rapporti con Pechino attraverso una condivisione delle nomine episcopali, per far sì che tutte siano approvate dal Papa (il percorso pare più lento e delicato di quanto potesse sembrare anche solo qualche mese fa, nonostante i negoziati riservati procedano da mesi), chi denuncia apertamente la doppiezza cinese è il cardinale Joseph Zen, arcivescovo emerito di Hong Kong, che alla vigilia di Natale ha scritto che il governo del paese asiatico “vuole una incondizionata sottomissione” della chiesa”.

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