La chiesa alla prova “del crimine” dell'eutanasia

Combattuta e persa la buona battaglia (e contro l’eutanasia ai minori la chiesa belga ha lottato con ogni mezzo, promuovendo una mobilitazione impensabile per quelle latitudini), la domanda è come comportarsi ora, cosa rispondere a quei cattolici (e sono tanti) che chiedono l’eutanasia.
La chiesa alla prova “del crimine” dell'eutanasia

Gabriel Ringlet

Roma. Combattuta e persa la buona battaglia (e contro l’eutanasia ai minori la chiesa belga ha lottato con ogni mezzo, promuovendo una mobilitazione impensabile per quelle latitudini), la domanda è come comportarsi ora, cosa rispondere a quei cattolici (e sono tanti) che chiedono l’eutanasia. Il salto nell’abisso – per dirla con il cardinale Elio Sgreccia – è compiuto, quindi è necessario adeguarsi in qualche modo, evitando l’arroccamento ormai sterile dietro il fortino già conquistato. Padre Gabriel Ringlet, già vicerettore dell’Università cattolica di Lovanio, è stato tra i primi a capirlo. Ha scritto un libro “Vous me coucherez nu sur la terre nue” (Mi sdraierete nudo sulla terra nuda) che figura persino tra le letture consigliate dalla Conferenza episcopale svizzera.

 

Nel libro – che non ha nulla a che vedere con i superficiali propositi di “decidere io quando voglio morire”, come scritto da Hans Küng in una delle sue ultime opere da cattolico sui generis – racconta la storia di una suora ottantatreenne, da sempre dedita alla vita contemplativa, che tra sofferenze strazianti aveva chiesto l’eutanasia. Che però non le fu praticata, “perché fu talmente rassicurata che si è addormentata dolcemente poco tempo dopo il nostro incontro”, diceva Ringlet in un’intervista di qualche tempo fa all’agenzia Sir: “Quando si ascoltano le persone fino in fondo, con un ascolto però incondizionato, senza giudizio, con la promessa di non abbandonare mai, l’eutanasia alla fine non viene praticata”. Padre Ringlet non è a  favore dell’eutanasia. “E’ un crimine, sono assolutamente d’accordo con mons. Léonard, si tratta di una trasgressione fondamentale”, osservò in un dibattito organizzato dalla Libre con l’allora arcivescovo di Bruxelles: “Il non uccidere non è un imperativo biblico, riguarda l’intera società. Dobbiamo rafforzare la famiglia e la solidarietà sociale. Dove c’è solidarietà, la richiesta di eutanasia diminuisce”.

 

Poi però c’è il momento in cui ci si trova davanti al malato che chiede l’eutanasia  e a volte d’un religioso si tratta. Che fare? “Il ruolo dell’accompagnatore spirituale non è quello di dare il proprio assenso o di condannare, non posso presentare la richiesta di eutanasia in termini di peccato. I pazienti hanno bisogno che si manifesti loro un ascolto incondizionato, senza secondi fini, senza che qualcuno cerchi di convincerli. Certo, io dirò al malato che la sua vita rimane immensa”. In molti casi funziona: il cinquanta per cento cambia idea, come quella “donna malata di cancro, con quattro figli. La sua domanda di eutanasia era stata accolta. Qualche giorno prima andai a trovarla, era angosciata. Abbiamo parlato e pregato. Mi ha chiesto se sarei stato con lei nel momento finale. Le ho risposto di sì. Qualche ora dopo, si è addormentata ed è morta. Le bastava essere rassicurata, e si è spenta naturalmente”. “Che si fa dunque – si chiedeva ancora Ringlet – se non si viene in aiuto di un paziente che chiede di porre fine alla sua esistenza? Consideriamo che queste persone sono perse?”. Servirebbe, semmai, un dibattito più ampio, badando al fatto che “accompagnare una persona non significa aderire alla sua scelta”. “La chiesa oggi dice sì alla sedazione e no all’eutanasia. Ma entrambe le decisioni sono gravi e anche la sedazione non comporta una morte naturale, perché induce un coma irreversibile che porta all’accorciamento della vita”.

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