Il banalismo anti crescita dei vescovi visto da un’omelia a Nuoro

“Siamo malati di egoismo e individualismo esasperati. La nostra cultura ci ha abituati alla competizione: la lotta per i primi posti, la ricerca del profitto”. E questa è la cultura cattolica in una regione che ha bisogno di impresa e capitali? E di grazia come si costruisce il futuro senza profitto?
Il banalismo anti crescita dei vescovi visto da un’omelia a Nuoro

Foto LaPresse

La Chiesa di Francesco e dei suoi vescovi ha l’ambizione di essere un ospedale da campo, ma i suoi esiti sulle cose terrene assumono sembianze sempre più bizzarre. Il dogma è un’opinione, la predica un’occasione, l’omelia una chance. Il prete si trasforma in sociologo turibolante, archeologo di ideologie d’occasione. Il religioso e il sacro si annacquano in una versione new age dispensata nelle piazze durante le feste e i funerali. Si va dalla negazione dell’evidenza scientifica, al determinismo ottenuto per via primitivista. Il Monsignore di Rieti che solennemente afferma le virtù del terremoto buono e i mali dell’uomo creatore di opere è solo uno degli ormai tracimanti esempi di riflessione escatologica senza capo né coda. La teologia à la carte della Chiesa di Bergoglio emerge tra le macerie di Amatrice, ma il disastro naturale è solo uno dei tanti teatri dove fa la sua comparsa.

 

In Barbagia, qualche giorno fa abbiamo assistito a un’omelia dove mancava solo il canto degli Inti Illimani. Mentre il vescovo di Nuoro recitava la sua omelia per la Festa del Redentore, in sottofondo sembrava di udire il ritornello El pueblo, unido, jamas serà vencido. E’ il 29 agosto, in una terra dal cuore di granito, scolpita dagli elementi, scrigno di devastante bellezza e crudeltà, davanti a migliaia di persone, Monsignor Mosè Marcia trasforma il monte Ortobene in un pascolo dell’anti-capitalismo: “Siamo malati di egoismo e individualismo esasperato. La nostra cultura ci ha abituati alla competizione: la lotta per i primi posti, la ricerca del profitto, la concorrenza fino ad eliminare chi è percepito come avversario, la raccomandazione a scavalcare altri”. Que viva la revolution! Le parole di Sua Eccellenza echeggiano come un tamburo in una regione povera, bisognosa come non mai di investimenti, di capitali, di fiducia, di profitto e di concorrenza.

 

Secondo il bollettino di Bankitalia sull’economia della Sardegna, pubblicato il 21 giugno scorso, nel 2015 l’economia ha cominciato a dare segnali di debole ripresa dopo la crisi, ma le prospettive per i giovani sono peggiorate: “Il tasso di occupazione è diminuito di 2 punti percentuali per le persone tra i 15 e i 24 anni di età”. La fiducia stenta a decollare, i percorsi accademici dei giovani sardi sono ampiamente al di sotto della media nazionale: “Tra il 2007 e il 2014 le immatricolazioni di giovani sardi di età compresa tra i 18 e i 20 anni sono diminuite del 21,2 per cento, più che nella media nazionale (-8,0 per cento) e del Mezzogiorno (-16,2 per cento)”. Sono numeri che la Diocesi di Nuoro dovrebbe conoscere bene, ma Monsignor Marcia è in fase Liber Tango, si scaglia contro il profitto e la competizione, vede l’impresa come un mostro, un’Idra che divora tutto quello che incontra. I toni sono apocalittici, è il Sardegna Canta del banalismo anti-crescita: “Se il nostro metro di misura è il Pil, la ricchezza, il denaro, proprio tornaconto, leggerà con questa ottica anche la distruzione e le morti che un terremoto causa in pochi infiniti attimi!”. Il Pil, figuriamoci, un feticcio degli economisti, un’eresia del razionalismo, c’è la Misericordina distribuita dal Papa in comode confezioni famiglia per alleviare ogni sofferenza qui nell’isola. Non la produzione, non la creazione di ricchezza, non l’impresa, non il lavoro.

 

Sua Eccellenza è al mixer, frulla la critica della Scuola di Francoforte con le ostie, pane e frattaglie ideologiche, il Corpo di Cristo e le pagine di Marx in versione reloaded. Egli non si fa deviare, cita ampi passi della lettera enciclica Laudato Si del Papa, ma è quando fa sgorgare dal petto la sua prosa che il racconto si fa distopico, va dritto al punto, colpisce il moloch capitalista, l’impresa, quella grande, vestita di mitologica onnipotenza, arriva con gli angeli al galoppo la carica contro la ricerca, la scienza, l’industria: “Fratelli, quanto sarebbe per noi deleterio, inqualificabilmente vergognoso e disumano, se rispondesse a verità che la ricerca di gas o di petrolio nelle profondità della terra, fosse causa o anche semplicemente concausa dei terremoti! Non bastano 291 morti, ma neanche una sola vita stroncata è mai barattabile con un “barile” di combustibile!”. Eccolo il nemico, il barile, il petrolio, la trivella. Sul monte Ortobene va in scena il fracking teologico, l’Oil & Gas sono trasformati negli elisir del diavolo, ma senza il genio di Hoffmann, l’omelia si trasforma in un goffo testo che perde il sacro e lo umilia fino a ridurlo a una battaglia ideologica dove i fatti, la scienza, la legislazione, non contano assolutamente nulla.

 

Nessuna di queste pratiche è ammessa in Italia, ma l’omelia del vescovo di Nuoro è ormai in orbita verso altri mondi, completamente sganciata dalla realtà. In Italia il fracking è vietato, ma fa niente, il minestrone religioso è in piena ebollizione. E’ un fuoco che conduce alla giusta condanna della piromania, ma è solo un attimo illusorio di rinvenuta saggezza, perché poi la narrazione di Monsignor Marcia torna al chiodo fisso, al Male Assoluto, al Nemico: “C’è rispetto del creato o non forse ancora il culto al dio-denaro, con i suoi incomprensibili interessi, e i nostri egoismi, con chissà anche quali sospettabili abusi di potere, quando si vuole cambiare la vocazione di una terra a scapito della piccola imprenditoria, familiari private, e a favore di grandi potenze economiche, fossero anche pubbliche?”. Le grandi potenze economiche? Purtroppo in Sardegna non ci sono, ce ne sarebbe un bisogno primordiale, una questione urgente di pane e futuro per i figli di tanti padri di famiglia, ma le multinazionali qui vengono, guardano, commentano la bellezza del nostro giardino naturale, del mare, ma poi vanno a creare lavoro altrove.

 

Perché l’isola ha seri problemi di logistica e trasporti, una bolletta energetica non competitiva con il resto del mondo, una provincia, quella di Nuoro, sede della diocesi di Monsignor Marcia, la cui quota di export rispetto al pil provinciale è pari al 3 per cento (la media in Italia è del 27%), mentre il pil pro capite (quello che fino a prova contraria misura la ricchezza e il benessere) è fermo a 14.947 euro contro i 23.870 euro della media nazionale. Sono dati Istat che Sua Eccellenza potrebbe mettere in fila tra una comunione, una cresima e un battesimo, quest’ultimo quando capita, visto che le proiezioni del tasso di natalità sono inesorabilmente decrescenti e senza popolazione giovane non ci sarà pil (sì, ancora quello). Si chiama futuro. E per costruirlo servono denaro, impresa, profitto, lavoro. I nemici dell’uomo elencati da Sua Eccellenza Monsignor Marcia.

 

E’ questo il volto della Chiesa in Sardegna? Questa è la cultura cattolica in una regione che ha bisogno di impresa e capitali? Pare di sì e forse aveva ragione Salvatore Satta, un suo figlio illustre, quando scriveva queste parole intrise di realismo isolano: “Chi lavora ha sempre ragione su chi insegue le sue chimere, e intanto non lavora”. Smettete di suonare il tango, tornate al ballo sardo.

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