Senza acqua né luce, nel monastero di Aleppo dove cadono i missili

Da nessuna parte come lì, nel cuore della persecuzione e della violenza, in Siria, la fede si esprime con tutta la forza di cui è capace: “Ogni messa è frequentata da centinaia di persone, perché i cristiani sanno che dietro una crisi c’è sempre un’opportunità, una possibilità” perché inizi qualcosa di nuovo".
Senza acqua né luce, nel monastero di Aleppo dove cadono i missili

Il monastero di Er Ram, ad Aleppo, è colpito quasi quotidianamente dai missili jihadisti (LaPresse)

Rimini. “Qui non c’è più acqua, elettricittà. Le bombe cadono giorno e notte, tante famiglie se ne sono andate. Ad Aleppo non ci sono più zone sicure né tranquille”. Padre Firas Lutfi, quarantuno anni, è il viceparroco della chiesa di San Francesco e con il Foglio commenta la situazione in quella che definisce “la città più martoriata della Siria”. Ieri è intervenuto al Meeting di Rimini: “Sperare contro ogni speranza” era il titolo dell’evento cui ha partecipato anche Jàn Figel, inviato speciale della Commissione europea per la promozione della libertà di religione o di credo al di fuori dell’Unione europea. Assente il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, in seguito al terremoto che ha colpito il centro Italia. Sperare è difficile, ma “il paradosso è che più c’è violenza più c’è fede. Un cristiano che ha fede ripone ogni speranza nelle mani del Signore”. Di cristiani ad Aleppo ce ne sono sempre meno. “Prima della guerra eravamo centocinquantamila, oggi siamo ridotti a trentamila. Un quinto della comunità originaria”.

 

Eppure, mai come lì, nel cuore della persecuzione e della violenza, la fede si esprime con tutta la forza di cui è capace: “Ogni messa è frequentata da centinaia di persone, perché i cristiani sanno che dietro una crisi c’è sempre un’opportunità, una possibilità” perché inizi qualcosa di nuovo. L’auspicio è che questa certezza – almeno per padre Firas lo è – contagi anche l’Europa assopita e alla ricerca di un’identità definita mentre viene colpita dagli attentati jihadisti che mietono vittime tra i lungomare delle città mediterranee e le chiese della Normandia. E’ difficile capire per un occidentale come si possa vivere una situazione simile senza scoraggiarsi: “Abbiamo avuto 350 ragazzi all’ultimo campo scuola estivo. I bombardamenti c’erano sempre, ma nessuno se n’è andato. Anzi, c’erano cento giovani in più rispetto all’anno scorso. Ricaricarsi sfidando le bombe, insomma. E’ chiaro che avevamo paura, è umano. Ma non ci siamo lasciati vincere da questa paura”, dice il nostro interlocutore.

 

Che poi è uguale ad affollare le chiese mentre le bombe cadono sulle cupole delle stesse, durante la santa messa. Citiamo il razzo lanciato sulla chiesa di san Francesco, e padre Firas commenta tranquillo: “Sì, ma è accaduto un anno fa. Il 21 maggio scorso, un missile ha colpito il convento Er Ram, di cui sono superiore. Una donna è rimasta uccisa sul colpo. Gli attentati sono all’ordine del giorno, al punto che siamo perfino stufi di sistemare i muri”, dice sorridendo: “Siamo stanchi di restaurare il convento”.

 


Padre Firas Lutfi durante il suo intervento di ieri al Meeting di Rimini. (Flickr Meeting


 

Tempo fa, il parroco Ibrahim Alsabagh disse al Foglio che al mercato si trovava ormai solo erba, che persino lo yogurt era diventato una chimera. Oggi non c’è acqua. “Noi frati della Custodia di Terra Santa facciamo quel che possiamo, cerchiamo di aiutare i cristiani, sempre più tentati di andarsene. Vengono padri di famiglia a dirmi ‘Va bene patire la fame e la sete, ma un figlio colpito da un razzo, no. Padre, mi dia il certificato di battesimo e mi lasci andare’”. Il rammarico maggiore è che si è anche infranto il modello di convivenza tra cristiani e musulmani che in Siria aveva dominato pacificamente per secoli. “Qui l’islam è sempre stato più maturo, perché ha convissuto con il cristianesimo, che lo precedeva. C’è sempre stato uno scambio continuo, un amalgama riuscito. Ora è tutto distrutto. I rapporti con i musulmani sono buoni nelle zone sotto il controllo dell’esercito regolare. Le atrocità di questi anni – osserva padre Firas – sono opera di quell’islam wahabita che nasce e regna in Arabia Saudita. Jihadisti che vengono da fuori, terroristi che arrivano qui per combattare in nome di Allah. Sono dei mercenari. Gente che sgozza, stupra, umilia e con cui non si può neppure pensare di poter dialogare”.

 

Certo, c’è anche la rabbia per le interferenze straniere che hanno rotto l’idillio, con un occidente incapace di capire che “tutto ciò che tocca il medio e vicino oriente, prima o poi arriva in occidente. Il mondo è piccolo, un microcosmo. Tutto è legato”, dice il viceparroco cattolico di Aleppo. “L’occidente non capisce che non può applicare a questa realtà lo stesso modello di democrazia e le medesime forme mentali che vigono in Europa. Il rispetto della persona umana, ad esempio, è stata una conquista occidentale del secondo Dopoguerra. In medio oriente ci stiamo arrivando ora”, spiega.

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