Il caso Socci

Ogni commento del giornalista sul Papa regnante, incassa applausi: "Nei primi mesi accolsi bene il pontificato, poi sono arrivate le interviste con Scalfari dove si dice che Dio non è cattolico". Dalle critiche a Francesco a quelle a Cl. “Io obbedisco alla mia coscienza”. E i fan aumentano
Il caso Socci

Antonio Socci (foto LaPresse)

Roma. Cinquantaduemilatrecentosettanta seguaci su Facebook, libri a profusione con vendite record. Antonio Socci, giornalista, da tre anni è diventato un piccolo caso. Ogni suo commento sul Papa regnante, Francesco, incassa l’applauso della folta schiera di fan. E i commenti sono al vetriolo, contro Bergoglio che starebbe annichilendo la chiesa a colpi di rivoluzioni esteriori che “i media esaltano salvo poi parlare subito di continuità rispetto ai pontificati precedenti” quando si tratta di parlare di dottrina, morale, Magistero. Eppure, Socci all’indomani dell’elezione dell’arcivescovo di Buenos Aires era entusiasta, scriveva che “Papa Francesco è maestro e padre per tutta la chiesa. E’ il principio di una grande purificazione, di un nuovo inizio che porterà la Buona Novella a tutti. Come duemila anni fa”. Poi qualcosa è cambiato, Francesco da punto di partenza per una “nuova stagione della cristianità” è diventato l’uomo che rompe con il Magistero di sempre. Contraddizione? “No, io guardo i fatti”, dice al Foglio: “Sono cattolico ma anche giornalista. Nei primi mesi accolsi bene il pontificato, mi riferisco ad esempio alla Lumen fidei, la sua prima enciclica. Poi sono arrivate le interviste con Eugenio Scalfari dove si dice che ‘Dio non è cattolico’, quindi il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata. Una tendenza che è andata procedendo senza cambiamenti, perché c’è una chiara volontà di andare contro la dottrina cattolica”.

 

Non è esagerato? “Sarei contento di svegliarmi e fare autocritica”, dice Socci: “Io prego per lui come cattolico, ma per mestiere devo basarmi sull’evidenza. Basta rileggersi le interviste che concede, è una situazione estremamente dolorosa, drammatica. Dire che Dio non è cattolico significa volere una super religione depurata di dogmi e sacramenti, peccato che l’orizzonte monoteista così inteso vada poi a impattare con il credo trinitario. Ed è un bel problema. Che Dio non abbia un figlio lo sostiene l’islam”. E Socci del rapporto tra il credo musulmano e il Papa ne scrive in abbondanza. Francesco “non vede la situazione dei cristiani sotto i regimi islamici, che vivono in una sorta di apartheid. Nessuno dice che dovrebbe fare il crociato, ma i papi devono difendere i perseguitati”. Giovanni Paolo II, dopo l’abbattimento delle Torri gemelle, non puntò l’indice sui musulmani. “Non ho mai detto che il Papa dovrebbe affacciarsi alla finestra del Palazzo apostolico per condannare l’islam, ma bisognerebbe proclamare la Verità”.

 

Si cita Ratisbona, che però fu un discorso rivolto in primo luogo all’occidente: “E’ vero, ma quella parte sull’islam Ratzinger l’ha voluta dire, non lo si può negare”. E la verità è che “l’islam è un’ideologia travestita da religione, l’hanno riconosciuto perfino persone illuminate di quel mondo”. Ma un cattolico non dovrebbe seguire il Papa, cioè Pietro? “Io obbedisco alla mia coscienza. Anche il beato Newman la pensava così. E’ lui che scrisse ‘Se fossi obbligato a introdurre la religione nel brindisi dopo un pranzo, brinderò prima alla coscienza e poi al Papa. Anche l’allora cardinale Ratzinger ripeté, in un incontro a Siena negli anni Novanta, questa massima”. E’ Newman ad aver parlato della coscienza come eco della voce di Dio, definendola ‘l’originario vicario di Cristo’”.

 

Della Verità fanno parte anche le parole che Francesco ha pronunciato contro il gender, a Cracovia, il mese scorso. Toni netti, come era già accaduto nel generale silenzio mediatico (a Napoli nel 2015, ad esempio), obiettiamo. “Certo, ma l’ha detto a porte chiuse, davanti a un episcopato, quello polacco, wojtyliano e ostile a ogni apertura su questo fronte, come ha dimostrato il biennio sinodale. Ma la Verità dovrebbe essere proclamata a tutti, non a porte chiuse”.

 

In questi giorni di Meeting, un altro bersaglio delle intemerate di Socci è Comunione e Liberazione, movimento di cui ha fatto parte fino al 2004, prima di andarsene in quanto critico con l’appiattimento su posizioni troppo politiche (“Il livello più alto di Cl s’è avuto quando la sua presenza politica era al minimo, negli anni 80”, dice). Quella che per ventisette anni è stata la sua casa, sottolinea, “è completamente sparita, nel mondo giovanile più in generale non se ne trova quasi più traccia.

 

L’establishment ciellino ha accolto trionfalmente questa trasformazione genetica che ha portato il movimento ad avvicinarsi alle posizioni dell’Azione cattolica degli anni 60-70 tanto combattute da Giussani. Il suo successo è sempre stata l’originalità, di cui oggi non si vede più traccia”.

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