Il Papa manda un americano (di peso) nella fabbrica dei vescovi

Mons. Blase Cupich diventa l’interlocutore principale, “l’uomo del Papa” per le scelte dei vescovi negli Stati Uniti. Ruolo che è stato del cardinale Raymond Leo Burke, per anni rimasto il punto di riferimento nella scelta dei vescovi d’oltreoceano.
Il Papa manda un americano (di peso) nella fabbrica dei vescovi

Il Papa ha nominato mons. Blase Cupich membro della congregazione per i Vescovi (LaPresse)

Roma. “Penso che la scelta sia splendida”, ha scritto il columnist del progressista National Catholic Reporter, Michael Sean Winters, commentando la nomina di mons. Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, quale membro della congregazione per i vescovi. “Non penso di aver trascorso così tanto tempo al telefono con così tante persone in un giorno da quando Cupich fu mandato a Chicago, nel settembre del 2014”, ha aggiunto. La scelta del Papa, in effetti, è di quelle che pesano e che aiutano a delineare i contorni della reale rivoluzione che Francesco sta conducendo nella chiesa, destinata a lasciare un segno ben più di quanto farà la divisione dei compiti tra dicasteri curiali circa la gestione e il controllo delle finanze vaticane.

 

La congregazione è decisiva nella scelta dei pastori che da Roma vengono mandati in giro nel mondo. Ne fanno parte una trentina di presuli che votano le terne di candidati che poi il cardinale prefetto, ora il canadese Marc Ouellet, porta sul tavolo del Pontefice, libero di scegliere tra i nomi indicati o di fare di testa sua. Ma più che far parte di una plenaria dove ogni testa vale un voto, la mossa conferma che le idee di Bergoglio sul profilo del pastore ideale sono ben chiare. “Designando Cupich, Francesco ha esteso il suo sforzo di dare un’impronta più moderatamente progressista alla congregazione per i vescovi e, più in generale, all’episcopato globale”, ha scritto il sito americano Crux. Cupich diventa infatti l’interlocutore principale, “l’uomo del Papa” per le scelte dei vescovi negli Stati Uniti. Ruolo che è stato del cardinale Raymond Leo Burke, per anni rimasto il punto di riferimento nella scelta dei vescovi d’oltreoceano. Non a caso, il profilo dei presuli nominati nell’ultimo trentennio corrisponde a quello – così definito – del culture warrior, a pieno titolo inserito nella categoria del conservatorismo muscolare che ha caratterizzato la stagione wojtyliana e benedettiana.

 

Già nove mesi dopo l’elezione, Francesco provvedeva a ribaltare l’organigramma della congregazione: se Ouellet veniva confermato, a perdere il posto era  Burke. Al suo posto, in quota americana, il Papa nominava il cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington, tra i pochi porporati statunitensi esterni alla cerchia dei conservatori muscolari, come si è constatato anche dalle sue dichiarazioni nell’ultima assise sinodale (di cui era membro per la stesura del Documento finale), assai lontane dai toni apocalittici dei suoi confratelli contrari a ogni apertura in materia di morale familiare. Cupich è sulla stessa linea, come risultò subito evidente dopo la sua designazione (a sorpresa) quale successore del cardinale Francis George sulla cattedra metropolitana di Chicago. Scelta fatta a insaputa del predecessore per un triennio presidente della Conferenza episcopale statunitense e tra i più influenti protagonisti della stagione delle culture wars. Una discontinuità lapalissiana, sebbene annunciata. Un punto di svolta che sarebbe stato confermato un anno più tardi dalle parole del Papa stesso, con il discorso pronunciato a Washington, dinanzi ai vescovi locali, nel settembre 2015. In quella circostanza, Francesco chiese agli astanti – senza troppo badare ad addolcire il contenuto del messaggio – di convertirsi all’umilità e alla mitezza, di mutare prospettiva e modo d’agire nello spazio pubblico, perché “non poche sono le tentazioni di chiudersi nel recinto delle paure, a leccarsi le ferite, rimpiangendo un tempo che non torna e preparando risposte dure alle già aspre resistenze”. La ricetta è di aprirsi al dialogo, che “è il nostro metodo”, e di lasciar perdere lo scontro muscolare nella dimensione pubblica: “Il linguaggio aspro e bellicoso della divisione non si addice alle labbra del pastore, non ha diritto di cittadinanza nel suo cuore e, benché sembri per un momento assicurare un’apparente egemonia, solo il fascino durevole della bontà e dell’amore resta veramente convincente”. Questo è lo schema proposto un anno fa, una richiesta di conversione pastorale che oggi, con la nomina di un vescovo non guerriero nella fabbrica che i vescovi li crea, è messa in pratica.
 

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