Anche per il Vaticano è genocidio

Sono parole pesanti quelle che ha pronunciato il cardinale Jean-Louis Tauran in merito all’appello lanciato su questo giornale dall’associazione Aiuto alla chiesa che soffre affinché anche il Parlamento italiano definisca “genocidio” quanto sta capitando alle popolazioni cristiane del vicino e medio oriente.
Anche per il Vaticano è genocidio

Il cardinale Jean-Louis Tauran

Sono parole pesanti quelle che ha pronunciato ieri il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, in merito all’appello lanciato su questo giornale dall’associazione Aiuto alla chiesa che soffre affinché anche il Parlamento italiano (dopo quello europeo, il Congresso americano e il Dipartimento di stato di Washington) definisca “genocidio” quanto sta capitando alle popolazioni cristiane del vicino e medio oriente. “Sì, sono sostanzialmente d’accordo”, ha detto il porporato francese, sottolineando che in Siria e Iraq “i cristiani vengono uccisi, minacciati, ridotti al silenzio o cacciati via, con le chiese che vengono distrutte o rischiano di trasformarsi in musei”. Frasi come queste assumono un rilievo notevole se a farle proprie è un esponente di altissimo rango della gerarchia vaticana, qual è appunto Tauran. Diplomatico di carriera, è stato segretario per i Rapporti con gli stati (cioè il numero tre della Segreteria di stato) dal 1990 al 2003 e – dopo la parentesi da archivista e bibliotecario vaticano – è stato scelto da Benedetto XVI per presiedere il dicastero che si occupa delle relazioni con le altre religioni. Tauran, poi, ha organizzato il recente e storico incontro tra il Grande imam di al Azhar e il Papa.

 

Fino a oggi, molti osservatori si domandavano quale fosse la reale posizione della Santa Sede circa la richiesta – comune alla grande maggioranza dei vescovi siro-iracheni – di riconoscere che in corso è un genocidio e non una semplice mattanza. La prudenza, dettata dal pericolo di non aggravare la condizione delle popolazioni già costrette all’esodo dalla piana di Ninive e martoriate dagli attentati nelle città e nei villaggi siriani, finora aveva suggerito di non usare la parola “genocidio”. La situazione reale sul campo, però, non consente più di tergiversare. Le migliaia di uomini e donne e bambini spariti nel nulla a Mosul, le fosse comuni che spuntano un po’ ovunque, le “N” di nazareno impresse sulle case occupate dai miliziani, sono un fatto incontrovertibile, che rende sterile il dibattito su quanti sono i cristiani macellati e quanti invece gli sciiti o gli yazidi. Già la scorsa Pasqua, in occasione della benedizione Urbi et Orbi, il Papa aveva ricordato “i nostri fratelli e sorelle perseguitati per la fede e per la loro fedeltà al nome di Cristo”. Ora è il cardinale responsabile del dialogo interreligioso a dirlo: “Il cristianesimo rischia di non essere più presente, proprio nella terra in cui è nata la fede di Cristo. Nel 1910, il venti per cento della popolazione mediorientale era cristiana. Ora è meno del quattro per cento. Evidentemente – ha chiosato Tauran – c’è un piano d’azione per cancellare il cristianesimo dal medio oriente e questo può chiamarsi (o quantomeno richiamare) il genocidio”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi