La chiesa insegna che la guerra può essere giusta e necessaria

L’Europa va difesa, non sacrificata in nome di una utopica armonia. Per sant’Agostino, le autorità civili hanno il dovere di proteggere l’ordine sociale e i popoli loro affidati.
La chiesa insegna che la guerra può essere giusta e necessaria

Papa Francesco (foto LaPresse)

Il Mediterraneo non ha mai impedito lo spostamento delle popolazioni. Al contrario, nel corso della storia esso ha funzionato come un’autostrada, e non come una barriera, permettendo intense interazioni commerciali e integrazione politica, ma anche movimenti di massa e proiezioni di potenza che hanno destabilizzato ambedue le coste. Il V secolo dopo Cristo costituisce un caso emblematico. Scendendo dal nord, i vandali attraversarono in massa lo stretto di Gibilterra, devastando le province del nord Africa (in un rovesciamento della storia, che aveva visto le minacce provenire dal nord Africa, come quella dei cartaginesi nel III e II secolo a. C.). Ne risultarono disordini, devastazione, indebolimento dell’autorità civile e guerra, che mandarono in rovina la più ricca e sicura area dell’impero romano.

 

L’invasione dei vandali fu, in parte, il risultato di futili contrasti tra gli amministratori romani e di semplice stupidità da parte delle autorità dell’impero. I barbari erano stati invitati da Bonifacio, comandante locale dei romani, che sentiva minacciate dalle autorità imperiali le sue ambizioni di diventare il leader supremo nella regione. Probabilmente egli aveva aspirazioni anche maggiori, costituendo uno dei tanti casi che ricorrono nella storia di incompatibilità tra ambizioni e capacità. Bonifacio credette di poter raggiungere un accordo con i vandali, barattando un po’ di controllo sulla regione con la loro manodopera. Ma quando capì che i vandali erano troppo forti per accettare un accordo era ormai troppo tardi, e l’intera struttura politica nella regione andò in fumo. La Roma di allora, come gran parte dell’occidente di oggi, non ebbe la fortuna di avere grandi leader politici.

 

Quali che fossero le ragioni della spinta dei vandali verso sud, una cosa era certa: l’ordine politico esistente era in pericolo. La presenza militare dei romani era scarsa, le tribù barbare locali che fino a poco prima erano a libro paga imperiale divennero inaffidabili (“Poiché non solo alla frontiera, ma in tutte le province la pace si stabilisce mediante giuramento prestato dai barbari”, sant’Agostino, Lettera 47), e persino i vescovi sembravano non intenzionati a rimanere e a condividere il destino del loro gregge.

 

Di fronte all’avanzata dei vandali verso le coste orientali del nord Africa, le città e le comunità si arresero senza opporre troppa resistenza. Come scrisse Possidio, vescovo di Calama, “un’ondata di nemici selvaggi formata da vandali e alani, con al suo interno anche tribù gotiche e altri popoli, venne via mare dalle regioni della Spagna, e devastò tuttò ciò che poté, attraverso saccheggi, uccisioni, torture, incendi e altri innumerevoli e indicibili crimini”. I barbari non volevano diventare parte dell’ordine politico e sociale esistente; essi volevano demolirlo, e stabilire il loro.

 

La situazione relativa alla sicurezza sollevò così una grande domanda. Perché difendere un ordine politico che era chiaramente corrotto e guidato da degli stupidi e presuntuosi edonisti? Dopo tutto, Roma non era una semplice città, ma aveva creato un ordine proprio attraverso la violenza.

 

“Questa unità è stata raggiunta con molte e immani guerre, con grande scempio di uomini e grande spargimento di sangue umano. Trascorsi questi avvenimenti, non ebbe termine la sventura di simili mali” (sant’Agostino, La Città di Dio, XIX, 7).

 

Alcuni erano tentati dall’idea di non opporsi ai vandali, cercando un accordo o semplicemente scappando, abbandonando le loro posizioni di responsabilità, alte e basse. In fin dei conti, sarebbe nato un nuovo ordine sociale, controllato dai vandali, e sarebbe stato inutile intralciare questo movimento di massa. Forse le persone avrebbero semplicemente accettato la nuova natura del governo e si sarebbero adattate ai mutamenti della storia.

 

Sant’Agostino la pensava diversamente. In una serie di lettere inviate al confuso comandante romano Bonifacio, il santo affermò chiaramente che le autorità civili avevano il dovere di proteggere l’ordine sociale e le popolazioni loro affidate. Nelle parole di sant’Agostino non c’è assolutamente alcun pregiudizio contro la guerra. Al contrario, come egli scrisse nella Lettera 189, “Non credere che non possa piacere a Dio nessuno il quale faccia il soldato tra le armi destinate alla guerra”.

 

Certamente, abbandonare le preoccupazioni terrene è una nobile causa, ma non tutti sono chiamati a farlo. “Altri combattono contro i nemici invisibili pregando per voi, mentre voi spendete le vostre energie combattendo per loro contro i barbari visibili” (Lettera 189). I “barbari visibili” sono nemici visibili, tangibili, reali, e noi non dovremmo ingannare noi stessi con l’idea che sia possibile raggiungere l’armonia, o che tutti possano ritirarsi in un monastero. L’armonia – il tranquillitas ordinis (La Città di Dio, XIX, 13) – non è di questo mondo. Un ordine politico come quello che il nord Africa visse sotto i residui dell’autorità romana è una benedizione, ma, come ha affermato uno studioso (R. A. Markus), “tutto l’ordine umano era precario, e posto sopra un abisso fatto di caos. Esso necessitava il meglio che gli uomini – cristiani e non cristiani – potevano dare per la sua salvaguardia e la sua promozione”.

 

Di conseguenza, diceva sant’Agostino, basta rincorrere le donne (Bonifacio viveva con la sua seconda moglie e le concubine) e presidiate quei muri! “Sarebbe infatti cosa assai vergognosa che fosse vinto dalle passioni chi non è vinto dalle persone e fosse sopraffatto dal vino chi non è vinto dalla spada” (Lettera 189). E tu, Bonifacio, stai tradendo il tuo dovere di soldato ponendo il soddisfacimento dei tuoi bisogni più bassi sopra la difesa del popolo a te affidato.

 

In un’altra lettera a Bonifacio (Lettera 220), sant’Agostino scrive: “Che dire della devastazione dell’Africa compiuta dai barbari senza che nessuno vi si opponga, mentre tu ti trovi preoccupato per la tua situazione critica e non dai nessun ordine per tenere lontana una sì grande sventura?”. Nessuno pensava che con te al comando “i barbari avrebbero avuto tanto ardire, sarebbero avanzati tanto e avrebbero compiuto tante devastazioni e avrebbero reso deserte tante regioni fin allora tanto popolate”.

 

Sì, Roma è imperfetta. Sì, Roma può anche essere stata ingiusta con Bonifacio, i cui servizi alla frontiera non erano ripagati. Sì, nessun ordine politico e sociale è durevole. Ma “dall’impero romano hai ricevuto dei beni quantunque caduchi e terreni, come è caduco anch’esso, non celeste, e non può dare se non quanto è in suo potere” (Lettera 200). Questi beni – che costituiscono l’ordine sociale – meritano di essere difesi. La guerra, di conseguenza, è un dovere e una necessità. “Non si cerca la pace per provocare la guerra, ma si fa la guerra per ottenere la pace. Sii dunque ispirato dalla pace in modo che, vincendo, tu possa condurre al bene della pace coloro che tu sconfiggi” (Lettera 189).

 

L’autorità civile –  in questo caso Bonifacio – ha una delicata responsabilità. E sant’Agostino si mostra cauto nell’offrire consigli operativi. Capire come proteggere l’ordine esistente, Bonifacio, è la tua missione! “Forse tu dirai: ‘Che vuoi ch’io faccia nella situazione critica in cui mi trovo?’. Se mi chiedi ciò, non so proprio cosa risponderti, poiché non si può dare un consiglio sicuro su cose mal sicure” (Lettera 220). Tu, Bonifacio, hai esperienza politica, una preparazione militare, e l’abilità di stimare lo stato delle tue forze: è tuo compito comprendere come risolvere la situazione. Come si possa difendere il precario ordine politico è questione che dovrebbe essere lasciata agli esperti di sicurezza. Ma prima uno dovrebbe tenere bene a mente che il fragile ordine ha bisogno di essere difeso, e non sacrificato in nome di una vanità personale o di un’astratta e utopica armonia.

 

Alla fine, sant’Agostino morì nel 430 d. C. durante l’assedio di Ippona, e poco dopo Bonifacio venne sconfitto definitivamente dai Vandali. Il nord Africa cadde. Ma questo risultato, come tutti gli eventi storici, non fu inevitabile. La storia non è scritta da movimenti di massa inesorabili, o da regole ferree sulla nascita e il declino degli ordini politici, bensì dalle decisioni prese dagli individui. In questo caso fu il fallimento militare di Bonifacio, e forse anche il fallimento di sant’Agostino nel convincere Bonifacio a non chiamare i vandali e a combatterli prima, che portò al collasso dell’ordine romano nel nord Africa.

 

Di fronte agli attuali disordini sulla sicurezza in Europa, avremmo senz’altro bisogno di un vigoroso sant’Agostino e di leader secolari migliori di Bonifacio.

 

 

Jakub Grygiel è Senior Fellow al Center for European Policy Analysis (Washington, DC). L’articolo è apparso sulla sulla rivista The American Interest.

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