Il Papa apre alle donne diacono, "utile avere una commissione"

Francesco pronto a discutere la questione nonostante Giovanni Paolo II avesse definito "impossibile" tale soluzione.
Il Papa apre alle donne diacono, "utile avere una commissione"

Papa Francesco (foto LaPresse)

Roma. Papa Francesco, ricevendo in udienza le novecento rappresentati dell’Unione internazionale delle superiori generali, l’organizzazione che riunisce le comunità religiose femminili sparse sul pianeta, ha annunciato di voler istituire una commissione di studio sulle donne diacono – il primo grado dell’ordine sacro, seguito da sacerdozio ed episcopato – nella chiesa primitiva. Lo scopo è di valutare se sia possibile, oggi, riproporre quella situazione. “Credo sarebbe bene per la chiesa chiarire se avevano l’ordinazione o no”, ha risposto il Pontefice alla domanda di una religiosa che gli chiedeva perché la chiesa escludesse le donne anche dal diaconato. “Sono d’accordo, mi sembra utile avere una commissione che lo chiarisca bene”, ha aggiunto Francesco, spiegando che bisognerà valutare se questa sia “una possibilità per oggi”.

 

Il tema è molto delicato e il Papa non si è sbilanciato oltre la disponibilità a discutere il problema, anche perché la questione era stata perentoriamente chiusa da Giovanni Paolo II ventidue anni fa con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, che nel negare l’accesso al sacerdozio alle donne scriveva: “Il fatto che Maria Santissima, Madre di Dio e della chiesa, non abbia ricevuto la missione propria degli Apostoli né il sacerdozio ministeriale mostra chiaramente che la non ammissione delle donne all'ordinazione sacerdotale non può significare una loro minore dignità né una discriminazione nei loro confronti, ma l'osservanza fedele di un disegno da attribuire alla sapienza del Signore dell’universo”. Da tale assunto, Giovanni Paolo II faceva derivare la conclusione secondo cui, “al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della chiesa”.

 

L’ipotesi, alla quale già si era rifatto alla fine degli anni Novanta il cardinale arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, è quella di delineare un diaconato femminile sul modello di quello maschile così come regolato in seguito al Concilio Vaticano II, che permette a uomini sposati ultratrentacinquenni di amministrare alcuni sacramenti (come il battesimo e il matrimonio nel rito latino). E’ ministro della santa comunione ed esercita il ministero della parola. Martini notava, infatti, che Wojtyla non aveva menzionato il diaconato, e quindi, in assenza di una presa di posizione negativa su quella specifica figura, la porta doveva essere mantenuta aperta.

 

Nel 2001, però, l’allora prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger, firmava una lettera (assieme agli allora prefetti del Culto divino e disciplina dei sacramenti, Medina Estevez, e del Clero, Castrillon Hoyos) in cui si osservava che “non è lecito porre in atto iniziative che, in qualche modo, mirino a preparare candidate all'ordine diaconale”. 

 

“L'autentica promozione della donna nella chiesa – si aggiungeva – apre altre ampie prospettive di servizio e di collaborazione”.Francesco, pur dimostrandosi pronto ad affrontare il problema, non ha detto nulla circa le possibili soluzioni. Nonostante Bergoglio abbia sempre denunciato una certa emarginazione delle donne dal processo decisionale interno alla chiesa, ha allo stesso tempo ammonito sul rischio di una “clericalizzazione” delle stesse. Coinvolgimento che può portare le donne anche a “guidare un ufficio in Vaticano. La chiesa deve coinvolgere consacrate e laiche nella consultazione, ma anche nelle decisioni perché ha bisogno del loro punto di vista”. Il problema, ha chiosato Francesco, è che “troppe donne consacrate sono 'donnette' piuttosto che persone coinvolte nel ministero del servizio. La vita consacrata”, infatti, “è un cammino di povertà, non un suicidio”.

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