Il vescovo di Aleppo invoca il modello culturale degli Stati Uniti per il futuro del medio oriente

Serve un intervento culturale, piuttosto che militare, per forgiare un paese “dove si è liberi di essere cristiani, liberi di essere musulmani, liberi di scegliere la propria fede”, dice il prelato
Il vescovo di Aleppo invoca il modello culturale degli Stati Uniti per il futuro del medio oriente

L'arcivescovo cattolico melkita di Aleppo Jean-Clément Jeanbart

Roma. “We need to be like America”, dobbiamo essere come l’America, ha detto l’arcivescovo cattolico melkita di Aleppo, mons. Jean-Clément Jeanbart, delineando quello che a suo giudizio dovrebbe essere il futuro del vicino oriente ora squassato da guerre intestine e terrore jihadista. “Prego il Signore che possa darci uno stato civile come il vostro”, ha aggiunto il presule parlando di quel che accade in Siria davanti a una platea di quattrocento persone riunite nella storica chiesa di St. Mary, a New Haven, in Connecticut. Se a Washington c’è sempre meno voglia di fare il poliziotto del mondo, con candidati alla presidenza che definiscono “obsoleta” la Nato e ammiccano alle dottrine isolazioniste che tentano di riportare in auge i princìpi cari a James Monroe, nelle realtà preda del caos c’è chi invoca la presenza americana. Non a livello militare, dice mons. Jeanbart – il patriarca caldeo di Baghdad, mar Sako, invece, auspica ancora l’invio di truppe occidentali per sradicare la presenza califfale dal paese – bensì su un piano culturale. E’ il modello di un paese “dove si è liberi di essere cristiani, liberi di essere musulmani, liberi di scegliere la propria fede”, ha spiegato il vescovo di Aleppo. Jeanbart ha ringraziato l’impegno dei Cavalieri di Colombo che, chiamando in causa il Congresso e l’Amministrazione, hanno portato il segretario di Stato, John Kerry a definire “genocidio” quanto sta avvenendo tra la Siria e l’Iraq anche a danno delle popolazioni cristiane.

 

I Cavalieri di Colombo hanno raccolto, attraverso i soli canali online, 10,5 milioni di dollari destinati a fornire alloggi, cibo, assistenza medica e istruzione ai cristiani perseguitati. La partita, però, è tutta politica, come ha evidenziato Carl Anderson, che dell’organizzazione è il presidente. Dopo aver chiesto la scorsa settimana alle Nazioni Unite di deferire la questione del genocidio al Tribunale penale internazionale, Anderson ha lanciato un appello affinché il Parlamento europeo e i governi di Londra e Washington continuino da un lato a raccogliere le prove che certifichino l’esistenza di una mattanza su base etnica e religiosa e dall’altro proseguano sulla strada del soccorso umanitario. Il paragone che viene fatto è quello con lo sterminio degli ebrei a opera della Germania nazista: “Il mondo non può essere testimone di una soluzione finale in medio oriente che si è scatenata contro le comunità cristiana, yazida e turkmena”, ha osservato Anderson, chiamando tutti a compiere “uno sforzo in più per proteggerle”.

 

La situazione più drammatica è quella di Aleppo, da mesi epicentro dello scontro tra i governativi e i miliziani califfali. “La tregua è stata infranta migliaia di volte, decine di missili sono caduti attorno a noi. La lira siriana è in continua discesa. Le case distrutte o danneggiate in questi dieci giorni nella parte ovest di Aleppo sono più di seicento. C’è il forte rischio che arriveremo a una catastrofe umanitaria”, scrive il parroco della cattedrale latina della città, padre Ibrahim Alsabagh, il primo – la scorsa settimana – a dare notizia dell’attacco jihadista all’ospedale di Dabbi’t: missili e razzi che hanno centrato il reparto di ostetricia, uccidendo diciassette bambini. In precedenza, aveva reso noto il sacerdote francescano, era stata colpita l’università statale, con gli studenti rimasti costretti a cercare rifugio nei sotterranei, pregando che un crollo ulteriore non facesse fare loro la fine dei topi. “Occorre trovare soluzioni politiche”, ha detto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, aggiungendo che “tutto quello che è successo in questi anni ha prodotto una situazione che sarà molto difficile da ricostruire”. Anche perché, come osservava mons. Jeanbart, in quelle terre “abbiamo visto persone uccise, sgozzate, donne violentate, preti e vescovi scomparsi, case distrutte, chiese e conventi profanati”. E questo, ha detto al quotidiano spagnolo Abc il sacerdote cileno Rodrigo Miranda, da cinque anni ad Aleppo, nel silenzio della chiesa d’occidente: “Si parla tanto della crisi dei rifugiati, quando invece queste persone vengono uccise ancora prima nelle loro città”.

 


Le rovine di Aleppo (foto LaPresse)

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi