Il preside dell'Istituto Giovanni Paolo II: "L'esortazione è un documento positivo, non c'è alcun cambiamento"

"Il documento di Papa Francesco propone un cammino d’integrazione, che permetta a questi battezzati di avvicinarsi gradualmente al modo di vita del Vangelo. Infatti le norme oggettive non riguardano la colpevolezza soggettiva", scrive mons. Livio Melina, preside dell'Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.
Il preside dell'Istituto Giovanni Paolo II: "L'esortazione è un documento positivo, non c'è alcun cambiamento"

L'esortazione post sinodale Amoris laetitia è stata presentata venerdì scorso

Pubblichiamo un commento di mons. Livio Melina, preside dell'Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, all'esortazione apostolica post sinodale Amoris laetitia, presentata venerdì scorso. 


 

L’Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia accoglie con rispetto, gratitudine e filiale disponibilità l’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia, con la quale Papa Francesco ha completato il cammino sinodale iniziato ormai due anni or sono. Abbiamo accompagnato questo percorso con la preoccupazione di non far mancare il nostro contributo, con apertura di mente e di cuore, con chiarezza e con parresìa, certi della fecondità dell’ispirazione che nasce da san Giovanni Paolo II, “il Papa della Famiglia” e che è maturata in questi ormai 34 anni di impegno nella ricerca e nella didattica, vissuti sempre a stretto contatto con l’esperienza concreta della pastorale familiare.

 

Desidero comunicare subito alcune riflessioni, che derivano da una prima lettura del documento. Ci saranno tempo occasioni per approfondire con l’attenzione che merita questo insegnamento di Papa Francesco, che si caratterizza soprattutto per il suo grande anelito pastorale di annunciare la Buona Novella della Famiglia nella prospettiva della misericordia, cercando di incontrare le famiglie nella concretezza dei loro problemi e delle loro fragilità, aprendo per tutti cammini di conversione e di crescita nell’amore.

 

Nel dibattito ecclesiale e nell’opinione pubblica c’è stato grande interesse riguardo ad una questione concreta, che non è certamente quella più importante da un punto di vista pastorale: l’eventuale ammissione all’Eucaristia dei divorziati in nuova unione civile. Infatti, come lo stesso Papa Francesco ha fatto notare, non era questo il problema centrale del Sinodo; basti pensare alle grande sfide della Chiesa riguardo alla famiglia nell’odierno contesto: il fatto che i giovani si sposano sempre meno; la perdita di ruolo sociale del matrimonio; le nuove ideologie che minacciano la famiglia; e soprattutto e prima di tutto il grande compito di portare Cristo a tutte le famiglie in una nuova evangelizzazione... Eppure si è voluto concentrare l’attenzione su quel punto specifico, considerandolo il test di verifica dell’auspicato eventuale cambiamento della posizione della Chiesa (una “rivoluzione” si è detto), magari, come si sosteneva, solo a livello pastorale e non dottrinale.

 

Un cammino di accompagnamento e di integrazione per le persone lontane

 

E’ dunque legittima la domanda: il testo appena pubblicato rappresenta davvero un cambiamento nella disciplina tradizionale della Chiesa, permettendo finalmente ai divorziati “risposati” di ricevere la comunione, almeno in certi casi? Dopo aver letto il capitolo ottavo, in cui si esamina la questione, c’è una sola possibile conclusione: l’esortazione apostolica Amoris Laetitia non cambia la disciplina della Chiesa, che poggia su ragioni dottrinali, come indicato da Familiaris Consortio 84 e confermato da Sacramentum Caritatis 29. Infatti, il corpo del testo del capitolo ottavo neppure menziona l’Eucaristia. In nessuna parte della nuova esortazione post-sinodale Papa Francesco dice che i divorziati “risposati” possono accedere all’Eucaristia senza il requisito di “vivere come fratello e sorella” e pertanto questa esigenza di Familiaris Consortio 84 e di Sacramentum Caritatis 29 resta di piena validità come punto di riferimento per il discernimento. Questa chiarezza è il minimo che si dovrebbe chiedere per legittimare il cambiamento di una disciplina radicata nella tradizione e nella dottrina della Chiesa, stabilita fermamente dal Magistero della Chiesa (cfr. Mt 5, 37). È con chiarezza cristallina che San Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio e Benedetto XVI in Sacramentum Caritatis si sono infatti espressi.

 

È evidente, allora, che Papa Francesco, il quale ha insistito sull’importanza del principio di sinodalità nella Chiesa, non ha voluto andare al di là delle decisioni sinodali. Pertanto, va detto con chiarezza che anche dopo Amoris Laetitia ammettere alla comunione i divorziati “risposati”, al di fuori delle situazioni previste da Familiaris Consortio 84 e da Sacramentum Caritatis 29, va contro la disciplina della Chiesa e insegnare che è possibile ammettere alla comunione i divorziati “risposati”, al di là di questi criteri va contro il Magistero della Chiesa.

 

Ciò che il documento di Papa Francesco propone, invece, è un cammino d’integrazione, che permetta a questi battezzati di avvicinarsi gradualmente al modo di vita del Vangelo. Infatti le norme oggettive non riguardano la colpevolezza soggettiva, della quale può essere giudice solo Dio che scruta i cuori, ma mostrano le esigenze e la meta a cui tende ogni evangelizzazione: una vita piena conforme al Vangelo, che la Chiesa è chiamata ad offrire a tutti, senza eccezioni né casistiche. Essa infatti è possibile, perché è ciò che chiede il Vangelo (n.102).

 

Quale è, dunque, la novità di questo capitolo ottavo? Non è la novità di un cambiamento di dottrina, ma dell’approccio pastorale misericordioso di Francesco, del suo desiderio di portare il Vangelo a coloro che sono lontani, seguendo così una logica d’integrazione progressiva. È per questo che il documento segnala che ci possono essere circostanze in cui le persone, che vivono obiettivamente in una situazione di peccato, magari non sono soggettivamente colpevoli a motivo dell’ignoranza, della paura, di affetti disordinati e di altre ragioni, che sempre la tradizione morale ha riconosciuto e che il Catechismo della Chiesa Cattolica menziona al n. 1735. Quest’affermazione è importante: significa che non dobbiamo giudicare o condannare queste persone, ma essere misericordiosi e pazienti con loro, così come lo è il Padre verso ciascuno di noi, e cercare per ognuno la strada di conversione dal peccato e di crescita nella carità. Certo l’affermazione di Amoris Laetitia dell’impossibilità di definire la mortalità del peccato personale a prescindere dalla verifica della responsabilità del soggetto, che può essere attenuata o mancare (n. 301), non toglie la necessità di dire che nondimeno è uno stato oggettivo di peccato (come si fa al n. 305).

 

Una nuova prospettiva pastorale per la Chiesa

 

Ma, una volta escluse le interpretazioni casuistiche e tendenziose, cosa dunque il Santo Padre vuole dirci davvero con questo testo? Ecco la risposta semplice e decisiva: vuole annunciare in modo nuovo il Vangelo della Famiglia e vuole invitare tutti, in qualsiasi situazione si trovino, ad un cammino: “Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare!” (n. 325). Lui stesso aveva suggerito questa chiave di interpretazione fondamentale, quando, intervistato al ritorno dalla Terra Santa, nel maggio 2014, aveva detto che la domanda fondamentale che lo aveva ispirato nel promuovere il cammino sinodale non era una questione casuistica, ma l’urgenza di annunciare “ciò che Cristo porta alla famiglia”. E nel documento Egli parte dalla costatazione che purtroppo nelle nostre società occidentali anche tra tanti battezzati il matrimonio non è più percepito come buona novella. Questo è il vero problema pastorale, di cui l’esortazione apostolica si fa carico, con coraggio. Il Papa vuole aprire un nuovo cammino alla proclamazione della buona novella del matrimonio e della famiglia per la vita della Chiesa.

 

Per capire in che senso, va osservato che in questo documento il Papa mette al centro della sua mediazione l’inno della carità di 1 Cor 13 (cap. IV), nel quale l’apostolo S. Paolo parla della carità come una via migliore. In questo modo il Papa mostra che per lui l’amore è una via sempre nuova, da percorrere nella piena fedeltà al disegno di Dio sull’amore umano. Questo disegno di Dio sull’amore umano include naturalmente le dimensioni fondamentali, che la grande teologia del corpo di San Giovanni Paolo II, ripresa dal documento (cfr. nn. 150ss), aveva richiamato e che vengono illustrate e richiamate da papa Francesco: la differenza sessuale, l’unità indissolubile e fedele e l’apertura alla vita nella fecondità.

 

Nel percorrere questa via dell’amore mettiamo in risalto qualche elemento decisivo, di grande valore per il rinnovamento della pastorale:

 

1.    La centralità del tema educativo come vocazione all’amore (cap. VII). Frequentemente nel documento si parla di “cammino”, di “storia”, di “narrazione”. Sono termini che dicono l’importanza della dimensione della libertà nel tempo: la Chiesa non solo esce e si accosta alle persone, le accoglie così come sono, ma si fa compagna del loro cammino, raggiungendole là dove sono e aiutandole ad arrivare alla meta possibile. Di fronte all’analfabetismo affettivo e alla fragilità della libertà di fronte a scelte impegnative di tutta persona, e irrevocabili, “per sempre”, la risposta non può essere che un rinnovato impegno formativo della famiglia, della Chiesa, dei gruppi sociali.

 

2.    La chiarezza dell’insegnamento sull’amore coniugale e la fecondità, a partire dall’enciclica Humanae Vitae. Si apre così il compito di riprendere l’enciclica di Paolo VI (di cui nel 2018 celebreremo il 50° anniversario) come proposta della Chiesa per evangelizzare l’intimità sessuale. È una luce molto necessaria in una cultura che, a partire dalla rivoluzione sessuale, ha dimenticato il linguaggio del corpo e della sessualità (n. 222). Questo magistero davvero profetico è pienamente confermato anche nella prospettiva di una ecologia integralmente umana.

 

3.    Il riconoscimento della centralità pastorale della famiglia nella Chiesa: la famiglia non è prima di tutto un problema pastorale tra gli altri da risolvere, ma piuttosto un soggetto vivo e presente, cioè la principale risorsa per l’evangelizzazione, anche in vista di una Chiesa più familiare, una Chiesa che abbia il profilo di una “famiglia di Dio”. Va cioè attivata una circolarità e una sinergia virtuosa tra Chiesa e famiglia. Così come la famiglia è una “piccola chiesa domestica”, allo stesso modo la grande Chiesa deve avere i tratti ed essere vissuta come “la famiglia di Dio” (nn. 86-87).

 

4.    Il carattere sacramentale della vita cristiana: il cristianesimo si basa su un evento storico che ci raggiunge nella carne e trasforma la carne dell’uomo. Non sono i piani pastorali elaborati a tavolino ciò che ci può salvare e ancor meno quelli che cercano di adattare la morale cristiana alla mentalità di un mondo occidentale, in crisi di senso. Perciò occorre superare qualsiasi impostazione puramente emotivista dell’amore oppure banalmente contrattualista e ricuperare il senso del matrimonio come “cardine” vocazionale della vita cristiana, per chi vi è chiamato.

 

Uscendo da una logica casuistica, va quindi colto il grande orizzonte positivo che il documento apre per la missione della Chiesa verso le famiglie, mettendo al centro la questione educativa come questione pastorale decisiva. Qui il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II si sente chiamato in causa in modo molto particolare, per la missione ricevuta e per l’esperienza maturata a livello teologico e pastorale.

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