Gli eufemismi non veritativi di Francesco

Escogitazioni rischiose di un’attività pastorale. Perché l’esortazione apostolica sulla letizia dell’amore licenziata dal Papa mostra una chiesa che vuole redimere il mondo redimendosi agli occhi del mondo
Gli eufemismi non veritativi di Francesco

Papa Francesco (foto LaPresse)

C’è spirito eufemistico nell’esortazione apostolica sulla letizia dell’amore licenziata da Papa Francesco. In parte è anche comprensibile: un’attività pastorale benedicente e misericordiosa ha bisogno di un linguaggio buono, inclusivo. In spirito di verità uno direbbe: l’amore e i suoi luoghi familiari, tra questi il matrimonio indissolubile, è a pezzi. Il divorzio civile ha ovviamente slegato la famiglia. La contraccezione artificiale dietro l’angolo e l’aborto di massa hanno offeso la procreazione. L’ingegneria genetica ha infine rovesciato ogni schema genealogico di sesso e di genere, rendendo tecnicamente possibile l’impossibile creaturale. L’occidente sviluppato è il vertice di questo esito tragico, ateo materialista e sentimentale, il suo compimento.
Va bene, avevamo capito.

 

La chiesa cattolica vuole redimere il mondo redimendosi agli occhi del mondo, è il progetto che parte dalla fatale abdicazione di un Papa teologo, successore di un Papa moralista e profeta, e dall’elezione di un Papa callejero, sociale, ecologico, pastorale, infermiere nell’ospedale da campo. Ma per far questo bisogna opacizzare la realtà, sostituirla con un discorso integralmente relativista, proporre il discernimento come soluzione gesuita e casuistica adatta a ciascuna situazione particolare? Bisogna cancellare la teoria del peccato originale in Agostino e definire il sesso, che qui ovviamente non è l’amore sponsale o anche l’eros capace di muovere il mondo nell’agape cristiana, come un magnifico dono di Dio, il gioioso contrario di un male necessario? Io avevo letto che quanto si configurava come innocente e divino atto d’unione nello stato edenico dell’uomo e della donna, dopo il morso alla mela divenne una fonte di angoscia bisognosa della foglia di fico. Ma forse ho letto male. Sono favole. Accademismi biblici. Allegorie che la chiesa cattolica si ostinò sempre a considerare pericolose, sconsigliando per secoli la lettura libera della Bibbia. Pazienza per le mie letture e per il destino dei padri della chiesa nella nuova ermeneutica dell’ottimismo sociologico. Amatevi gli uni sugli altri.

 

Non è l’eventuale infrazione dottrinale che mi preoccupa, quando la leva sacramentale si diluisce a strumento di consolazione di afflitti e peccatori. Il Papa ha pieno diritto di statuire, senza rivoluzioni canoniche e dottrinali, un passo nuovo della presenza apostolica nel mondo. Fra i suoi compiti c’è la condotta misericordiosa del gregge, non si può non riconoscerlo. Non è neanche affar mio, che sono fuori della chiesa. Mi preoccupa invece il profilo culturale della cosa, il fatto che per arrivare a questa redenzione autoredentiva della chiesa si debba scegliere un percorso obliquo, se non fosse irrispettoso direi surrettizio. Bisogna dire il mondo per come il mondo non è più. Bisogna mettere tutto a posto, apparentemente confermando i criteri di vita e di amore che sono sempre stati quelli della chiesa e dei cristiani, per meglio aderire al disordine intrinseco delle cose, delle leggi, dei dettati tecnico-scientifici, e anche ai disordini delle anime, dei comportamenti sociali diffusi. Forse non si poteva fare altrimenti. Ma non è un bel vedere né un bel leggere, per quanto lo si voglia fare con attenzione e con anticipi di comprensione.

 

Avrei preferito che l’esortazione apostolica di Francesco dicesse che siamo in un’impasse, che il tempo (superiore allo spazio) dovrà aiutarci a uscire dalla notte più buia, che quel che hanno detto i predecessori era fondato su un’analisi realistica del pansessualismo e della crisi strutturale della famiglia e dell’amore, che ora bisogna riflettere, ritrovare una chiave di comprensione e di contraddizione alla ideologia mondana del sentimento e della carne che non hanno genere e non sopportano codificazioni, e intanto si possono curare le cicatrici. Ma questo fatto di negare il reale, di passare sopra le inquietudini e le rivolte contro l’umano da Nietzsche a Freud a Foucault, bè, ha tutta l’aria di una escogitazione appunto eufemistica e non veritativa. Quanto restava del lungo combattimento della chiesa con il mondo moderno e le sue idee, nella predicazione dei pontefici che avevano rimesso sulle sue gambe il Concilio Vaticano II, mi sembrava più importante e meno banale.

 

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