Esortazione post sinodale, la rivoluzione non c'è stata

Caute aperture del Papa su divorziati risposati (a certe condizioni). La famiglia è quella tra uomo e donna, no alle unioni civili, chiusura alla “inquietante ideologia gender”
Esortazione post sinodale, la rivoluzione non c'è stata

Il Papa ha firmato l'esortazione post sinodale lo scorso 19 marzo (LaPresse)

Roma. L’esortazione post sinodale Amoris laetitia, la “gioia dell’amore”, presentata ieri in Vaticano recepisce in gran parte le conclusioni della grande assemblea ordinaria dello scorso ottobre convocata sul tema della famiglia. Nessuna rivoluzione si scorge nelle 259 pagine che compongono il testo, suddiviso in 325 paragrafi. Non era possibile fare altrimenti, anche in virtù della profonda spaccatura che si era manifestata nell’Aula nuova del Sinodo tra i padri. L’ammissione è messa nero su bianco nel documento, quando si afferma che “se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete (…) è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi”. Dal Papa arriva una severa condanna della “inquietante ideologia del gender” e dell’eutanasia, ribadisce che “solo l’unione esclusiva e indissolubile tra un uomo e una donna svolge una funzione sociale piena, essendo un impegno stabile e rendendo possibile la fecondità”, sottolinea che “le unioni di fatto o tra persone dello stesso sesso non si possono equiparare semplicisticamente al matrimonio” e che “nessuna unione precaria o chiusa alla trasmissione della vita ci assicura il futuro della società”.

 

La novità è contenuta nel capitolo ottavo, quello che tratta la questione più delicata e dibattuta nel biennio di aspro confronto  – e che non mancherà di creare ulteriori discussioni riguardo a certi suoi passaggi che si prestano a più interpretazioni, come dimostra già la corsa tutta mediatica a festeggiare per la presunta svolta epocale la quale – come aveva detto Kasper qualche settimana fa – segnerebbe il più grande cambiamento negli ultimi 1.700 anni: la possibilità di riaccostare ai sacramenti i divorziati risposati. Un tema che riguarda pochi individui – qualche giorno fa il cardinale arcivescovo di New York, Timothy Dolan, diceva “vorrei avere gente fuori dalla cattedrale che chiede di essere riammessa alla comunione, ma purtroppo non è così” – ma che ha lacerato le conferenze episcopali lungo la semplicistica linea di frattura “conservatori” e “progressisti”. Francesco, in nome delle due parole chiave che segnano l’esortazione (discernimento e integrazione), apre alla possibilità di individuare percorsi di recupero per quanti sono andati incontro a un fallimento, ma chiarisce subito che “ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti a una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma. Questo – prosegue il documento – non solo darebbe luogo a una casuistica insopportabile, ma metterebbe a rischio i valori che si devono custodire con particolare attenzione”. La soluzione è di valutare caso per caso, perché “la strada della chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno” e per il fatto che “nessuno può essere condannato per sempre”.

 

Servirà un percorso penitenziale, con un esame di coscienza e sviluppato “tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati – si precisa – dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze comporta la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio”. Un percorso che dovrà essere guidato da un sacerdote e concorrerà “alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere”. E’ il recepimento (annunciato e atteso) della relazione del circolo minore tedesco, che proponeva una sorta di mediazione tra la via ben più “coraggiosa” perorata da decenni da Walter Kasper e la conferma dello status quo.

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