Il vero peccato del card. Bertone? Non essersi fatto un palazzo

Damien Hirst ha appena aperto il suo nuovo ristorante-galleria, Pharmacy 2, che non è lusso sfrenato ma porta in sé un’idea di bellezza come salvezza del corpo e dello spirito che insegnerebbe qualcosa a tanti preti da fitness coi sandali.
Il vero peccato del card. Bertone? Non essersi fatto un palazzo

Tarcisio Bertone al 28° Salone Internazionale del Libro, nel maggio scorso, durante la presentazione del libro "La fede ed il bene comune" (foto LaPresse)

Damien Hirst ha appena aperto il suo nuovo ristorante-galleria, Pharmacy 2, che non è lusso sfrenato ma porta in sé un’idea di bellezza come salvezza del corpo e dello spirito che insegnerebbe qualcosa a tanti preti da fitness coi sandali. Lui, che è il re dell’arte come mercato e danaro, lui che ha fatto un teschio per meditare sulla morte (“et in Arcadia ego”), ma tempestato di diamanti. Lui che scolpì una grande pastiglia di paracetamolo intitolata The Eucharist, e disseminato le sue opere di croci e simboli cristiani. Lui, forse, può spiegare che sfarzo e bellezza sono farmaci per il Regno dei cieli.


Quanto viene, un attico vista Cupolone? Fosse pure di 700 metri quadri e non di 296, come dice lui. Un bel costo, certo, ma non impossibile per un ricco borghese. Però un attico vista San Pietro fa sempre un effetto umbertino e borghese, appunto, non è magnificenza rinascimentale. Persino quello di Jep Gambardella aveva un che di tristanzuolo, poiché l’essenza del film è che Roma, che è la Roma dei Papi o non è, non ha più niente di quei Papi. Poi, siamo pur sempre nell’èra di Francesco, che l’ultima opera d’arte che s’è fatto regalare è un Gesù-clochard che dorme sulla panchina, e invece Paolo VI si metteva in casa, nella strepitosa Collezione d’arte moderna da lui inaugurata nell’Appartamento Borgia, lo Studio per un Papa di Francis Bacon. L’idea che la bellezza e pure lo sfarzo, lo sfoggio, il colpo d’occhio e di tutti gli altri sensi siano in contrasto con il cristianesimo (romano) è falsa. Convivono due esigenze e due bellezze, convergenze parallele dacché il Verbo s’è fatto carne.


Scipione Borghese, il cardinal nipote per antonomasia e presbitero di San Crisogono, la parrocchia del Foglio, fu un grande mecenate, sistemò il Palazzo di famiglia, iniziò a costruire la villa sul Pincio. I cardinali Farnese, quando non diventavano Papi, erigevano palazzi in città e manieri a Caprarola, gran belle viste, gran panorami. Federigo Borromeo – cardinale a 23 anni ma prete dopo, con calma – mentre su cugino Carlo a Milano controriformava la chiesa a scudisciate se la spassò un decennio a Roma, ne divenne uno dei più raffinati collezionisti d’arte. Nondimeno fu amico di Filippo Neri, prete povero e santo come piacciono a Bergoglio.


Se c’è una cosa da rimproverare al cardinale Tarcisio Bertone, già cardinal nipote, finito (outra vez) in copertina dell’Espresso per la famosa ristrutturazione dell’attico – il Vaticano ha aperto un’indagine per i finanziamenti, ma “il cardinale non è indagato”, Deo gratia – è quell’essere lì tra i tiepidi, com’è della chiesa moderna, classe media dei peccatori. Incapace di vivere povero, con l’eleganza del saio, perché l’orribile decoro borghese è stigma clericale, ma incapace di incarnare lo splendido sfarzo della bellezza che fa stupire il mondo. Senza sapere che tra ricchezza e povertà, semplicità e pompa e pure ostentazione non c’è aut aut. Il santo Curato d’Ars, che aveva “l’aria di non averne mai un soldo in tasca” spendeva e spandeva per abbellire il “guardaroba del buon Dio”. Lo guardavano a bocca aperta.

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