Non solo periferie estreme: la visione europea di Francesco, tra radici e identità

"Il Pontefice una chiara percezione europea ce l’ha, e l’ha fatto chiaramente intendere quando ha spiegato di essere favorevole al processo d’integrazione politica”, dice al Foglio Stefano Ceccanti, che qualche giorno fa ha partecipato all’udienza concessa da Francesco al movimento dei Poissons Roses.
Non solo periferie estreme: la visione europea di Francesco, tra radici e identità

Papa Francesco al Parlamento europeo di Strasburgo, nel novembre del 2014 (foto LaPresse)

Roma. E’ vero che Francesco, nel suo primo triennio di pontificato, di Europa ha parlato poco, preferendo focalizzarsi su altre aree del pianeta, quelle periferie esistenziali che attendono l’apertura degli ospedali da campo chiamati a sanare le ferite dei più lontani. Ma il Papa “una chiara percezione europea ce l’ha, e l’ha fatto chiaramente intendere quando ha spiegato di essere favorevole al processo d’integrazione politica”, dice al Foglio Stefano Ceccanti. Il costituzionalista di area cattolico-democratica qualche giorno fa ha partecipato all’udienza concessa da Francesco al movimento dei Poissons Roses, che si rifà all’esperienza del cristianesimo sociale francese.

 

Un incontro dove s’è parlato di tutto, “una sorta di ping-pong in cui ci si interrogava a vicenda. Lo stile era diretto, i temi toccati sono stati tanti”, aggiunge: dalla laïcité à la francese – “direi che la sua raccomandazione è stata quella di laicizzare la laicità, cioè di farla finita con l’ideologizzazione ma puntando su una chiara distinzione tra stato e chiesa” –  fino alla capacità degli italiani “buoni mediatori” ma poi sempre pronti a darsi calci sotto il tavolo del negoziato. Su tutto, il riferimento costante alla periferia, “il primo termine chiave, in senso sia geografico sia esistenziale”, dice Ceccanti. Quel che rileva – anche perché rappresenta un filone assai poco indagato nel mare magnum di riflessioni sul Pontefice culturalmente figlio del cattolicesimo sudamericano è la visione che ha Francesco circa il destino dell’Europa, da lui considerata “l’unico continente capace di apportare una certa unità al mondo”. Non la Cina, che non ha “una vocazione di universalità e di servizio”. “Francesco – ricorda il nostro interlocutore – è partito dal discorso pronunciato a Strasburgo nel novembre del 2014, quindi ha ricordato il padre fondatore Robert Schuman e quanto da lui fatto per l’integrazione”.

 

[**Video_box_2**]Quel che forse ha stupito, semmai, è l’approccio del Papa, che “si colloca un po’ tra l’apparato concettuale di Paolo VI e la classica spontaneità latinoamericana”, osserva Ceccanti. C’è un passaggio in particolare delle parole di Bergoglio che aiuta a decrittarne (per quanto possibile) gli ideali di riferimento, ed è quello in cui ha spiegato il senso della sua preferenza alla scuola gesuita di stampo francese, anziché spagnolo: “La corrente francese comincia molto presto, fin dalle origini, con Pierre Favre. Ho seguito questa corrente, quella di padre Louis Lallemant. La mia spiritualità è francese. Il mio sangue è piemontese, è forse questa la ragione di una certa vicinanza. Nella mia riflessione teologica mi sono sempre nutrito di Henri de Lubac e di Michel de Certeau. Per me, De Certeau resta a tutt’oggi il più grande teologo”. Che qualcosa sia cambiato, nella posizione della chiesa riguardo l’Europa lo dimostra anche il riferimento che Francesco ha fatto alle radici cristiane dell’occidente, tema che per anni ha dilaniato coscienze e governi, fino al naufragio del progetto di Costituzione europea: “L’attuale Pontefice declina la questione in modo diverso, l’identità di cui si parla non è fissa”, dice Ceccanti: “Non è che gli altri arrivano e si devono adeguare. Bergoglio propone di rinnovare e di riproporre in modo moderno queste radici, rifacendosi a Mounier, Ricoeur, Lévinas. E questo è possibile perché l’Europa è in grado di assorbire le spinte esterne, di resistere alla mescolanza di identità diverse”.

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