Sì, è un Papa che preoccupa

Da Trump a Charlie fino al profetismo pauperista. Il programma santo di Francesco è chiaro e persino magnifico ma i mezzi scelti sono inclini a pregiudicare il risultato, propendono verso una resa senza condizioni.
Sì, è un Papa che preoccupa

Messico, Papa Francesco parte dall'Aeroporto di Ciudad Juarez (foto LaPresse)

Non è difficile criticare un Papa che giustifica la reazione violenta contro la blasfemia dopo Charlie Hebdo, che invita i fedeli a non far figli come conigli in un mondo cristiano demograficamente a pezzi, che lascia riconfigurare il matrimonio senza “impicciarsi” e delegittimando vescovi e popolo di Dio che si oppongono come possono, che predica in automatico contro l’aborto (“sono figlio della chiesa, è un crimine, è il male assoluto”) ma consegna agli archivi la nozione di questioni non negoziabili, che è in procinto di ratificare il divorzio sacramentale nella chiesa con astuta prudenza ma senza battere un ciglio, che si impiccia delle presidenziali americane scomunicando come “non cristiano” un candidato perché non contrasta la sua politica evangelica pro-immigrazione (esistono politiche evangeliche, dunque, e non negoziabili), che bandisce il profetismo pauperista e anticapitalistico incurante della riduzione della povertà realizzata dai mercati aperti, che definisce la Curia romana come una lebbra e lancia oscure minacce contro la “lobby gay” in Vaticano, che ha appena incontrato da Raul Castro il pope di Putin un po’ alla carlona, che arde dal desiderio di abbracciare Al Azhar e il suo imam (e Dio ci protegga da quel che si diranno, così lontani da Ratisbona), che sogna di andare in Cina praticando ovunque può l’appeasement, come fece digiunando con Putin per la Siria allo scopo di rafforzare la linea del non intervento occidentale, con conseguenze che si sono viste, che evoca la rifondazione dell’Europa non in nome dei santi Cirillo e Metodio quanto di Adenauer e Schuman, che dissimula un’ostile e opaca disdegnosità verso l’America yankee e abbraccia le sue radici centro e latinoamericane, che si tiene a una teologia del popolo callejera e peronista, e molta legna da ardere si potrebbe aggiungere.

 

Criticarlo non è difficile, tenuto anche conto del coro filisteo dei suoi estimatori e chiosatori, e magari del partito preso dell’establishment vaticano conservatore, ma capirlo? Capire cosa pensi un gesuita è uno dei massimi misteri della psicologia, della cultura e della spiritualità contemporanea. Forse non è nemmeno saggio provarcisi. Il mio modesto contributo interpretativo, dall’inizio, dalla notizia e dai primi passi del pontificato, puntava su alcuni elementi: la chiesa è in ginocchio, deve riguadagnare terreno nel mondo, deve convertire più che prescrivere e combattere guerre culturali, deve secondo Martini ridurre un ritardo di duecento anni sul moderno, giusto il tempo che ci divide dalla vittoria dei lumi, deve elevare una testimonianza alla Pietro Favre, il santo cinquecentesco del santo padre, fatta di soavità, di misericordia, di tenerezza e di pastoralità ravvicinata, questo è il programma santo di Francesco, la trama delle sue mitologie, dei suoi simbolismi, dei suoi comportamenti, alcuni dei quali addirittura magnifici, e va bene, ma i mezzi scelti sono inclini a pregiudicare il risultato, propendono verso una resa senza condizioni. Ecco. Mi pare che ci siamo. Siamo proprio lì. Ed è evidente che si preoccupa chiunque abbia a cuore un mondo di differenze, in cui la laicità delle istituzioni (ora abbiamo perfino un Alberto Melloni che evoca una chiesa che abbia “il senso dello stato”!) s’intrecci con la libertà confessionale e il pluralismo spirituale e culturale. Mi preoccupo.

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