Gattegna: "In questo difficile momento, cristiani ed ebrei sono accomunati dallo stesso destino"

"In questo difficile momento cristiani ed ebrei sono accomunati dallo stesso destino", ha sottolineato Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, nel suo intervento dinanzi al Papa, nel Tempio maggiore di Roma.

Pubblichiamo il discorso che Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane, ha tenuto dinanzi al Papa, nel Tempio maggiore di Roma.


 

Caro papa Francesco, è con spirito di profonda stima che Le porgo, a nome delle Comunità Ebraiche Italiane, il più caloroso benvenuto. Sono consapevole che Lei viene in questo tempio ad incontrare l'ebraismo italiano con il suo carico di fede e di cultura, di dolore e di vita. Questa sua visita giunge a rinsaldare ancora di più il cammino di dialogo, di amicizia e di fratellanza tra il popolo ebraico, il popolo dell'Alleanza, e la Chiesa cattolica.

 

Questa sua visita segue le due precedenti di papa Giovanni Paolo li nel 1986 e di papa Benedetto XVI nel 2010, ognuna delle quali ha segnato un innalzamento del livello delle relazioni. Sono indelebili nella nostra memoria le immagini dello storico abbraccio che trent'anni fa, il 13 aprile 1986, vide uniti papa Giovanni Paolo li e il Rav Elio Toaff. Ero presente e vidi con i miei occhi le loro figure avvicinarsi l'una all'altra, stringersi prima le mani e poi lasciarsi andare in quel gesto, uno appoggiato all'altro, come per sostenersi a vicenda e annullare quella distanza che per secoli era stata incolmabile. Il 17 gennaio 2010 ebbi la fortuna di partecipare personalmente, come rappresentante delle 21 Comunità ebraiche italiane, alla visita di papa Benedetto XVI, ora come allora insieme al nostro Rabbino Capo Riccardo Di Segni. Un incontro significativo e ricco di contenuti, durante il quale il papa ribadì la condivisione delle comuni radici, sulla base delle quali superare ogni forma di incomprensione e pregiudizio. I due momenti di incontro sono stati il coronamento e l'ideale prosecuzione di un percorso non sempre facile, che trova la sua origine e ha avuto una fondamentale svolta positiva con la promulgazione della Dichiarazione conciliare "Nostra Aetate". Quel passo che 50 anni fa cambiò radicalmente il rapporto tra la Chiesa cattolica e l'Ebraismo e che per giudizio unanime costituisce una pietra miliare che segna l'inizio di un dialogo costruttivo, com'è stato largamente condiviso durante le numerose celebrazioni che si sono svolte negli ultimi mesi per celebrarne il cinquantenario.

 

Nella loro diversità, nel reciproco rispetto delle differenti tradizioni, nell'accettazione di una pari dignità, il rapporto tra la Chiesa cattolica e l'Ebraismo vive da allora un periodo di grande progresso, che possiamo sicuramente definire di portata storica. Questa nuova era sta avendo negli anni più recenti una ulteriore accelerazione per suo merito, papa Francesco, e personalmente, avendo avuto l'onore di incontrarla più volte in questi anni, mi sono reso conto di quanto sia forte il Suo legame con il mondo ebraico. Nel novembre 2013 fu pubblicata la Sua prima esortazione apostolica denominata "Evangeli gaudium", nella quale erano contenute delle affermazioni che tante generazioni di ebrei hanno sperato di sentir pronunciare e della cui importanza non tutti si sono resi conto: “La conversione che la Chiesa chiede agli idolatri non è applicabile agli ebrei"; "Uno sguardo speciale si rivolge al Popolo ebraico, la cui Alleanza con Dio non è mai stata revocata, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili"; "La Chiesa considera il Popolo dell'Alleanza e la sua fede come radice sacra della propria identità cristiana. Come cristiani non possiamo considerare l'Ebraismo come una religione estranea"; e ancora proseguiva "Dio continua ad operare nel Popolo dell'Alleanza e fa nascere tesori di saggezza che scaturiscono dal suo incontro con la Parola Divina". E infine la più recente, che risale al dicembre 2015, attraverso la Pontificia Commissione per i Rapporti religiosi con l'Ebraismo che afferma: "Il fatto che gli ebrei abbiano parte nella salvezza di Dio è teologicamente fuori discussione".

 

Questo panorama innegabilmente positivo non deve indurre alcuno a interrompere il lavoro per nuovi ulteriori progressi e in particolare ritengo necessario realizzare una strategia comune che consenta un'ampia diffusione, presso tutta la popolazione, della conoscenza dei grande lavoro svolto e del consolidamento dei sentimenti di amicizia e fratellanza che fino ad oggi sono rimasti circoscritti ai vertici religiosi e culturali, mentre ancora circolano con frequenza pregiudizi e discorsi improntati a un disprezzo che ci offende e ci ferisce. In questo senso riponiamo grande fiducia nella sua capacità di parlare, di dialogare e di farsi ascoltare dalla comunità dei fedeli, oltre che dalle gerarchie ecclesiastiche. Tante volte in passato l'antisemitismo si è nutrito di falsi simboli, creati per diffondere falsi stereotipi, soprattutto negli strati della popolazione che avevano minor accesso all'istruzione. Si pensi, tanto per citarne un paio, ai Protocolli dei Savi di Sion e al culto del Simonino. La Chiesa cattolica è sempre stata attenta e consapevole dell'importanza dei simboli, e Lei, caro papa Francesco, ha mostrato una grande virtù: la capacità di diffondere, in maniera virtuosa, messaggi importanti e complessi in modo apparentemente semplice, proprio attraverso la forza dei simboli e dei gesti simbolici.

 

Lanciando uno sguardo al panorama internazionale appare chiaro che in questo difficile momento cristiani ed ebrei sono accomunati dallo stesso destino, come da Lei ricordato sia nel corso dei suo viaggio in Israele, sia nelle occasioni in cui ha avuto modo di incontrare il presidente Shimon Peres e il presidente Reuven Rivlin. Cristiani ed Ebrei sono costretti a difendersi da spietati nemici, violenti e intolleranti, che stanno usando il nome di Dio per spargere il terrore compiendo i più atroci crimini contro l'umanità. La salvezza per tutti può venire solo dalla formazione di una forte coalizione che sia in grado di vincere questa sfida camminando fianco a fianco, nel rispetto delle diversità, ma al tempo stesso consapevoli dei molti valori e principi che ci uniscono.

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