Sì al crocifisso, ma anche al Ramadan in classe. Idea dei preti di frontiera

Crocifisso, canti natalizi, presepi e “simboli del Ramadan” da esporre nelle aule scolastiche italiane in nome “del multiculturalismo”. Non è una provocazione da salotto televisivo pomeridiano, bensì il passaggio cardine della “Lettera di Natale” che i dodici “preti di frontiera” friulani hanno pubblicato sul proprio sito internet.
Sì al crocifisso, ma anche al Ramadan in classe. Idea dei preti di frontiera

"L’autentica laicità garantisce il pluralismo delle culture e delle fedi religiose diverse", si legge nella "Lettera di Natale" dei preti di frontiera

Roma. Crocifisso, canti natalizi, presepi e “simboli del Ramadan” da esporre nelle aule scolastiche italiane in nome “del multiculturalismo” nel quale siamo immersi. Non è una provocazione da salotto televisivo pomeridiano, bensì il passaggio cardine della “Lettera di Natale” che i dodici “preti di frontiera” friulani riuniti nel Centro Balducci hanno come di consueto pubblicato sul proprio sito internet a cavallo delle festività di fine anno. Parole e pensieri che vanno ben oltre il Natale, ma che corrispondono a una sorta di vademecum programmatico per l’anno nuovo. “Si sono accese nuovamente polemiche sulla presenza di simboli religiosi nelle scuole”, scrivono nel lungo messaggio che, dopo aver toccato il tema di “Madre Terra”, sposa l’irenismo più vacuo circa la risposta da dare all’avanzata del terrorismo fondamentalista in Europa e altrove nel globo: “Per noi è fondamentale partire dalle vittime di Parigi e di ogni altro luogo del pianeta e dal dolore straziante dei loro familiari e amici. Il dolore per tutte le vittime condiviso può favorire la cultura della pace”.  Scontato il rifiuto di qualsiasi risposta militare: “La spiritualità, la cultura, la trattativa, la politica, la cooperazione sono le strade della pace”. Quanto alla questione dei simboli confessionali nelle aule scolastiche, “noi – aggiungono i sacerdoti di strada, qualifica oggi assai di moda – esprimiamo la convinzione dell’importanza di affermare la laicità, come dimensione di partenza per tutte le persone nelle scuole, nella politica, nelle istituzioni. L’autentica laicità garantisce il pluralismo delle culture e delle fedi religiose diverse. Consideriamo una grande possibilità storica, in termini religiosi una ‘grazia’, che le aule scolastiche diventino un laboratorio permanente dell’incontro fra le diversità, nella conoscenza, nel rispetto, nella reciprocità che arricchisce. I simboli e i canti religiosi delle diverse culture e fedi possono quindi diventare un’educazione continua, con attenzione a ciascuno di essi nei diversi momenti dell’anno scolastico. Avvertiamo tutto il resto come povertà culturale e spirituale e anche come grossolana strumentalità”. Don Pierluigi Di Piazza, l’animatore del gruppo, chiarisce di che si tratta, sgombrando il campo dai dubbi residui: “Sì al crocifisso e al presepe, ma diciamo di sì ai simboli del Ramadan o di altre importanti ricorrenze religiose”, ha detto al Messaggero Veneto. Tanto è bastato per rinfocolare le richieste di presidi e professori di togliere ogni simbolo che possa in qualche modo richiamare una confessione religiosa e quindi creare turbamento in coloro che in quella religione non si riconoscono.

 

Non è la prima volta che il messaggio natalizio del Centro Balducci fa discutere: nel 2013 l’elezione di Francesco fu salutata come “un atto di evidente discontinuità, di spostamento del baricentro della dottrina al Vangelo, dalla chiesa chiusa in sé alla storia”, mentre l’anno prima auspicavano che le alte gerarchie cattoliche si interrogassero “responsabilmente sul sacerdozio alle donne, sul celibato dei preti, sull’ordinazione di uomini sposati”. Tutte domande poste alla chiesa, cui – scrivevano – “con convinzione e consapevolezza critica apparteniamo come preti”. La proposta di quest’anno ha subito trovato il muro della curia udinese, con il vicario Guido Genero che si domanda: “In una scuola paritaria di impostazione islamica vi sarebbe la possibilità di mettere il presepe cristiano sotto Natale?”. E poi, “sulla simbologia nelle classi vedo complicato fare una sintesi. Chi deve scegliere? Quali le religioni ammesse? Quelle che hanno una percentuale di scolari fatta con il manuale Cencelli? E poi – chiosa Genero – dovremmo rivoluzionare il calendario scolastico: si starebbe a casa per osservare il sabato ebraico o il venerdì musulmano?”. In una terra dove di preti non ce ne sono più (e quelli che sono rimasti, per lo più avanti con gli anni, devono occuparsi anche di otto parrocchie contemporaneamente) e le messe domenicali sovente sono sostituite da liturgie della parola, è l’arcivescovo, mons. Andrea Bruno Mazzocato, a dire che semmai è necessario “sostenere i valori che veicolano la nostra storia, li dobbiamo offrire come valore e non come qualcosa che è in contrapposizione”.

 

[**Video_box_2**]Valori che scricchiolano anche nella Spagna un tempo cattolicissima e che oggi, dopo la revolución di José Luis Zapatero, ha nel dinamismo di Podemos il principale fautore della laicità vagamente ispirata al modello francese. Centro del nuovo corso è Madrid, la capitale governata dall’alcaldesa (la sindaca) Manuela Carmena, avvocatessa di 71 anni, già giudice della Corte suprema, che da mesi – dopo aver annunciato di voler rivedere la toponomastica – s’arrovella su come sbiadire l’identità cattolica della città. Lo scorso ottobre, Carmena aveva infatti deciso di proibire la consueta esposizione del presepio nella sede municipale, Palacio de Cibeles, non essendo questo “di proprietà dei cattolici”. E poi, aveva aggiunto, “bisogna tener conto anche di chi cristiano non è”. Qualcuno, anche tra i suoi compagni di partito, le aveva fatto notare che i presepi da sempre riempiono strade e piazze del centro di Madrid, con chiari vantaggi per commercianti e ristoratori. Da qui, la retromarcia: sì al presepe, ma più piccolo. Minimal, che si veda il meno possibile, insomma. Per dare il segno del cambiamento, allora, meglio concentrarsi sulle altrettanto affollate sfilate dei Re Magi, tradizione che ferma il paese intero ogni 5 gennaio: due figuranti su tre che prendono parte alle sfilate in periferia – ha disposto l’alcaldesa – devono essere donne per “rispettare la parità di genere”. E’ questione di dignità, ha sottolineato. Se i maschi possono portare la barba posticcia, non si vede perché non lo possano fare anche le donne.

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