Yazidi sì, cristiani no. Battaglia americana su chi è vittima del genocidio

Obama e il dilemma sulle prede preferite dal Califfo. Il vescovo caldeo di Detroit: "L'Amministrazione si vergogni"
Yazidi sì, cristiani no. Battaglia americana su chi è vittima del genocidio

Un gruppo di cristiani iracheni accolti a Erbil dopo la fuga dalle terre conquistate dai miliziani jihadisti (LaPresse)

Roma. Anche il cardinale arcivescovo di Washington, Donald William Wuerl, ha firmato la lettera con cui si chiede al Dipartimento di stato americano di rivedere la bozza della dichiarazione ufficiale sul genocidio in atto nel vicino oriente. Dichiarazione che, sostengono diverse fonti oltreoceano, potrebbe portare nell’intestazione direttamente l’emblema della Casa Bianca. Basterebbe specificare, chiedono i sottoscrittori, che a essere vittima del genocidio sono anche i cristiani e non solo – come ricordava ieri su questo giornale Giulio Meotti – gli yazidi. Perfino Carl A. Anderson, potente cavaliere supremo dei Cavalieri di Colombo (ieri mattina ricevuto in udienza privata dal Papa), ha usato il suo intervento dinanzi al sottocomitato della Camera dei Rappresentanti per scongiurare quello che sarebbe “un grande errore”. Il dipartimento di stato tace, anche se è plausibile che la dichiarazione in corso di scrittura rispecchi in gran parte le conclusioni messe nero su bianco dalla missione dello U.S. Holocaust memorial museum, che ha compiuto un’indagine nella piana di Ninive nell’agosto del 2014. Nel rapporto si legge infatti che “sotto l’ideologia dello Stato islamico, gli aderenti a religioni considerate infedeli o apostate – inclusi gli yazidi – sono costretti alla conversione o uccisi, e i membri di altre religioni – come i cristiani – sono soggetti a espulsione, estorsione o alla conversione forzata”.

 

In sostanza, solo per gli yazidi si potrebbe parlare di genocidio. Se Anderson ha quasi implorato l’Amministrazione di “riconoscere pubblicamente che è in corso un genocidio contro le comunità cristiane in Iraq e Siria” – ha raccontanto la storia di padre Douglas Bazi, sacerdote cattolico iracheno e parroco a Erbil rapito e torturato anni fa da un gruppo di estremisti islamici (si veda il Foglio del 26 agosto scorso) – la lettera recapitata da Wuerl e altri leader cristiani americani al segretario di stato, John Kerry chiede di agire sulla base di quanto afferma la Convenzione sul genocidio, senza eccezioni. Il documento, adottato a New York nel 1948, parla di “atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Tutti elementi che nella diaspora cristiana dovuta al dilagare delle milizie jihadiste del cosiddetto Califfato sarebbero assai evidenti. Non a caso, nella lettera si menzionano anche “le prove dell’uccisione di autorità ecclesiastiche, di torture, riduzione in schiavitù (spesso sessuale) e il sistematico rapimento di ragazze e donne cristiane”. Senza dimenticare “le conversioni forzate all’islam, la distruzione di chiese, monasteri, cimiteri e opere artistiche cristiane”.

 

[**Video_box_2**]La partita, più che politica, appare meramente tecnica. Questione di cavilli, insomma, anche se l’argomentazione secondo cui i cristiani non sono sottoposti alla campagna genocida dello Stato islamico perché essi hanno la possibilità di salvarsi convertendosi all’islam e pagando una tassa è assurda, dice al National Catholic Register Stephen Colecchi, direttore dell’Ufficio per la giustizia internazionale e la pace della Conferenza episcopale degli Stati Uniti: “Lo Stato islamico ha pubblicamente dichiarato che il suo intento è di rimuovere la presenza cristiana dalla regione. Questo è un atto di genocidio”. Senza la menzione dei cristiani, poi, vi sarebbero a cascata delle conseguenze che complicherebbero il soccorso e il sostegno alle popolazioni costrette all’esodo, a cominciare dall’impossibilità di concedere loro lo status di rifugiati e il reinsediamento in occidente come “minoranza vulnerabile”, ha sottolineato Nina Shea, che guida il Centro per la libertà religiosa dell’Hudson Institute. Anderson, nella sua audizione, ha elencato i “numerosi esempi di brutalità” documentati nella regione, tutti a danno dei cristiani, come testimoniano le crocifissioni sempre più frequenti, le cui foto vengono poi puntualmente pubblicate online. Un quadro che ha fatto sbottare il vescovo caldeo di Detroit, Frank Kalabat: “L’Amministrazione Obama rifiuta ancora di riconoscere la loro sofferenza. Si vergogni”.

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