Il Papa va a toccare un pezzo della Terza guerra mondiale

Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana sono le mete del viaggio apostolico di Bergoglio. Chiese giovani e dinamiche, record di battezzati e seminari pieni. Ma ancora fragili ed esposte alla “mondanità spirituale”. L’incontro in moschea, la visita al campo profughi, gli incontri con il clero.
Il Papa va a toccare un pezzo della Terza guerra mondiale

L'Università di Nairobi, in Kenya, è pronta ad accogliere Papa Francesco domani mattina (LaPresse)

Roma. “Il Papa è consapevole di correre un rischio visitando la Repubblica Centrafricana”, diceva qualche giorno fa il cardinale nigeriano Francis Arinze, da trent’anni in Vaticano e prima vescovo di Onitsha, ma il messaggio che Francesco porterà in quel paese dilaniato da anni di guerra civile e di scontri etnici e religiosi “sarà molto forte”. Conterà (e non poco), insomma, la sua sola presenza in loco, ultima tappa di un viaggio che gli farà prima calcare il suolo keniota e poi quello ugandese. Presenza che però in Centrafrica sarà in dubbio fino alla fine, come sottolineava sabato scorso il segretario di stato Pietro Parolin, interpellato in merito da alcuni giornalisti. Al momento pare che la situazione sia più tranquilla, chiariva Parolin, ma nulla di definitivo si potrà dire fino a domenica mattina, quando è previsto il trasferimento aereo dall’Uganda a Bangui. Da giorni, sul posto, è presente una squadra della Gendarmeria pontificia e in arrivo ci sono i Caschi blu senegalesi. Ma la preoccupazione c’è tutta, soprattutto dopo l’informativa con cui i servizi segreti francesi, domenica scorsa, sconsigliavano esplicitamente al Papa di recarsi in Repubblica Centrafricana. Francesco di usare macchine blindate non ha alcuna intenzione, tant’è che ogni punto del programma originario è stato per ora confermato. Compresa l’apertura della Porta santa giubilare nella cattedrale di Bangui e la conseguente veglia di preghiera sulla spianata davanti l’edificio. Per non parlare dell’incontro con la comunità musulmana nella moschea centrale della capitale, lunedì mattina; evento che molti osservatori temono possa essere interpretato come “una sfida” da qualche gruppo jihadista. Gli allarmi – più o meno specifici – ci sono, amplificati dalle mattanze parigine al grido di Allahu akbar e dallo stato d’assedio in cui si trova da quattro giorni Bruxelles, cuore pulsante e capitale dell’Europa unita. Tuttavia, si fa notare da oltretevere, non è che prima la situazione fosse più tranquilla: Boko Haram da anni spadroneggia nel nord-est della Nigeria (con incursioni non infrequenti nei paesi vicini), il Mali è sempre sull’orlo di divenire nuova terra di nessuno contesa tra bande integraliste attive tra le città e le campagne.

 

Il problema è che la tensione rischia di mettere in secondo piano l’enorme portata simbolica del viaggio di Francesco nel continente che più d’ogni altro pare essere il “serbatoio” di cattolici per gli anni futuri. Lo evidenziava bene il periodico francese Point, quando scriveva che questa è la terra “dove la crescita del numero dei battezzati è la più alta al mondo”. In Uganda si professa cattolico il 47 per cento della popolazione (17 milioni), in Kenya il 32 (quasi 14 milioni), nella Repubblica centrafricana il 37 (1,7 milioni). Corposo anche il clero, fino a qualche decennio fa vero tallone d’Achille della chiesa africana: 38 vescovi in Kenya (dove operano poco meno di 3 mila sacerdoti), 32 in Uganda (2.180 presbiteri), 16 in Centrafrica (350 preti). Affollatissimi anche i seminari, con numeri che fanno impallidire il nord del pianeta, Europa in particolare. Paolo VI, già nel 1964, diceva che “la nuova patria di Cristo è l’Africa”, e i numeri sembrano oggi dargli ragione, anche se la giovane chiesa africana appare ancora fragile. Lo notava già Benedetto XVI, sei anni fa, quando avvertì che quel continente è sì un “immenso polmone spirituale per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza”, ma che anche i polmoni apparentemente più sani possono “ammalarsi”. E quando si è giovani, aggiungeva il cardinale Robert Sarah, per vent’anni vescovo in Guinea prima di essere chiamato in curia a Roma sotto l’ala protettiva del cardinale Bernardin Gantin, è più facile “farsi prendere dalla mondanità spirituale”. Saranno per questo di assoluto rilievo i discorsi che Francesco pronuncerà davanti a vescovi, religiosi e religiose nel corso del suo viaggio (ne farà ben sei, esclusi quelli ai catechisti).

 

Cristiani nella morsa dei gruppi terroristici

 

[**Video_box_2**]Ma a dominare sarà l’appello al dialogo interreligioso. E’ stato il cardinale Parolin a dirlo, facendo intendere che la minaccia globale definita in più d’una circostanza da Francesco una “terza guerra mondiale a pezzi” occuperà una parte consistente dell’agenda papale in Africa. Bergoglio chiederà pace, ma andrà oltre i semplici e banali slogan da bandiera arcobaleno mai passati di moda: “In Kenya – ha aggiunto il segretario di stato – rinnoverà l’appello a non usare il nome di Dio per giustificare la violenza e a fare delle religioni quello che esse sono e devono essere, cioè operatrici di bene, fattori di riconciliazione, di pace, di fraternità nel mondo d’oggi”. Certo, ci sarà anche spazio (e tanto) per l’invito a combattere contro la povertà, i traffici corrotti e l’esclusione – di questo Francesco parlerà con ogni probabilità domani pomeriggio visitando la sede delle Nazioni Unite di Nairobi, venerdì mattina visitando il quartiere povero di Kangemi,  sabato incontrando il personale della Casa di carità di Nalukolongo e domenica recandosi in un campo profughi di Bangui – ma il tema portante sarà l’invito alla riconciliazione e all’unità delle fedi contro il comune e agguerrito nemico (l’estremismo islamico): “L’apertura della Porta santa nella cattedrale della capitale centrafricana – con una settimana d’anticipo rispetto a quanto avverrà a Roma l’8 dicembre, ndr – sarà un incoraggiamento a curare le ferite, a superare le divisioni in nome del rispetto e dell’accettazione reciproca, in maniera tale che i gruppi che ora si fronteggiano possano trovare le ragioni per lavorare insieme a beneficio del paese e del bene comune del paese”, chiosava Parolin intervistato dal Centro televisivo vaticano. Lo stesso Francesco, in un video inviato a Bangui, si diceva pronto a fare il possibile per “incoraggiare la pacifica convivenza nel vostro paese: so che questo è possibile”.
Non limitandosi alla cornice centrafricana, però, la missione appare ardua, considerato che le locali comunità cristiane – unite sì, ma in quello che Bergoglio ha definito “un ecumenismo del sangue” – sono strette nella morsa concentrica di Boko Haram a ovest, al Shabaab a est e da una miriade di sigle terroristiche attive nel cuore del continente. E oggi, i cristiani, paiono essere sulla difensiva, soprattutto dopo l’assassinio di 150 studenti dell’Università di Garissa, in Kenya, nell’aprile di quest’anno.

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