Tra “bestemmia” e “pugno”, la via della pace del Papa si stringe

“Voglio riaffermare con vigore che la strada della violenza e dell’odio non risolve i problemi dell’umanità e che utilizzare il nome di Dio per giustificare questa strada è una bestemmia”. L'Angelus di domenica di Francesco e il netto cambio di tono dalla veglia di preghiera per la pace in Siria del settembre 2013, quando parlò di “casa dell’armonia e della pace”.
Tra “bestemmia” e “pugno”, la via della pace del Papa si stringe

Papa Francesco (foto LaPresse)

Milano. “Voglio riaffermare con vigore che la strada della violenza e dell’odio non risolve i problemi dell’umanità e che utilizzare il nome di Dio per giustificare questa strada è una bestemmia”. Così all’Angelus di domenica. Si potrebbero misurare in termini di escalation le espressioni utilizzate da Papa Francesco – e da altri esponenti vaticani – per condannare le violenze e il terrorismo islamici. Un netto cambio di tono dalla veglia di preghiera per la pace in Siria del settembre 2013, quando parlò di “casa dell’armonia e della pace”, o dalla preghiera con Abu Mazen e Shimon Peres dell’estate 2014. Dietro al Bergoglio della “bestemmia”, s’intravvede di più l’ombra del Benedetto XVI di Ratisbona e della sua citazione di Manuele II Paleologo a proposito dell’islam che diffonde “per mezzo della spada la fede”. Per quanto, Francesco abbia evitato di citare l’islam: poiché il capo di una religione si occupa della sua, e non dà giudizi pubblici su quella degli altri. Ma il Papa della “bestemmia” è anche il Papa del “pugno” dopo Charlie Hebdo: “Perché non si può provocare, insultare, ridicolizzare, la fede degli altri”. Nella via stretta tra queste due parole si gioca il percorso attuale e futuro della chiesa nel mezzo della guerra islamista.

 

La “battuta”, come fu rubricata nel gennaio scorso dallo staff della Santa Sede, o il lapsus colpevole e rivelatore, come lo giudicarono altri, sul “pugno” che attende chi offenda la religione degli altri costituisce, comunque la si voglia giudicare, uno dei paracarri segnaletici del percorso che Bergoglio indica alla chiesa. Il cristianesimo è una religione tollerante e di pace – o così è diventata dopo secolari batoste, secondo accreditate interpretazioni – e nessun cristiano si farà esplodere a Parigi o altrove, né chiamerà la città dei Lumi “Capitale della blasfemia”. Ma per la chiesa, e per un gesuita non europeo come Bergoglio, è chiaro anche il giudizio sull’occidente ateista e secolarista. Soprattutto con un pontificato che continuamente rivendica di guardare il mondo da una prospettiva universale e non più solo occidentale: aumenta la sensibilità nei confronti degli altrui punti di vista, compreso il sapere che la “blasfemia” è un concetto incendiario per tre quarti del pianeta. La prudenza della Santa Sede, secondo alcuni eccessiva, nel condannare la violenza insita nell’islam (nell’islamismo) ha in questo approccio la sua giustificazione logica e pratica. Nessuna violenza è giustificata nel nome di Dio: fu la prima immediata reazione anche di Giovanni Paolo II dopo l’11 settembre 2001. La sensibilità nel cercare di comprendere – non certamente le ragioni – ma le cause del crescente estremismo religioso è l’altra parte, mai disconosciuta, dell’approccio cattolico. Anche se non sono pochi, da tempo, i vescovi e i cardinali che da ogni parte chiamano col loro nome il terrore praticato in nome dell’islam. Per stare in Italia, domenica nel duomo di Milano Angelo Scola ha detto ai fedeli che bisogna evitare il “correttismo religioso” e soprattutto non bisogna dimenticare che “l’integralismo fondamentalista identifica l’occidente con il cristianesimo: ‘Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno a causa del mio nome’, dice Luca”. Inoltre, col montare della furia dell’Is e il peggiorare della situazione in Siria, in Iraq e in Africa, si sono fatti più pressanti gli appelli delle chiese locali per interventi anche di carattere militare, onde fermare le persecuzioni. Cosa di cui ovviamente tiene conto anche la diplomazia vaticana, nei suoi progressivi aggiustamenti di rotta. Almeno da quando l’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente del Vaticano all’Onu a Ginevra, si dichiarò a favore di “una coalizione coordinata e ben concepita” per raggiungere in Iraq e Siria un accordo politico senza uso della violenza. “Ma nel caso non sia possibile, l’uso della forza sarà necessario”, disse. Poco dopo fu la volta del Papa, scrisse al segretario generale Ban Ki-moon per chiedere di proteggere “quanti sono colpiti o minacciati dalla violenza” nel nord dell’Iraq.

 

Inamovibile nel pilastro del suo credo pacifico – il cristianesimo è una religione di martiri –, la chiesa è pure inamovibile, o quasi, nella sua dottrina onusiana. Il segretario di stato cardinale Pietro Parolin, parlando all’Onu, ripeté che lo scopo dell’organizzazione è “di evitare la piaga della guerra alle generazioni future. La struttura giuridica del Consiglio di sicurezza, pur con tutti i suoi limiti e difetti, è stata stabilita proprio per questa ragione”. Ma questi cippi segnavia, assieme a quello del “pugno” – il rispetto a oltranza della religione degli altri – oggi restringono di molto la strada, delimitata dall’altra parte dal limite invalicabile della “bestemmia” contro Dio. “Tanta barbarie ci lascia sgomenti e ci si chiede come possa il cuore dell’uomo ideare e realizzare eventi così orribili”, ha detto Francesco nel suo consueto tono informale. E’ un Papa che, meno degli altri, mai benedirà eserciti. Ma è anche il Papa che ha parlato di “Terza Guerra mondiale a pezzi”, che si trova a guidare la chiesa in un clima di minaccia e persecuzione che potrebbe varcare i confini geografici dei “fratelli lontani”. Un Papa cui toccherà guidare la jeep del Signore su un sentiero assai stretto.
 

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