Pelagio e gli gnostici, appunti di cronaca su una polemica molto attuale

Il padre Ignace de la Potterie era un eccelso studioso di Sacra scrittura, specialista del Vangelo di Giovanni e del cristianesimo antico, professore al Biblico di Roma. Minuto di corporatura, gentile e ironico, occhialuto, negli anni avanzati aveva una bella zazzera bianca.
Pelagio e gli gnostici, appunti di cronaca su una polemica molto attuale

Il padre Ignace de la Potterie era un eccelso studioso di Sacra scrittura, specialista del Vangelo di Giovanni e del cristianesimo antico, professore al Biblico di Roma. Minuto di corporatura, gentile e ironico, occhialuto, negli anni avanzati aveva una bella zazzera bianca. Un tipo alla Ratzinger. Non fosse che era belga di nascita, e gesuita per vocazione di una vita (chissà se gesuita del genere di Bergoglio). Un giorno, in una conferenza, lesse con la sua voce piana e l’accento francese una bellissima preghiera antica, dedicata a Maria. Poi disse: sapete qual è il problema? Che è una preghiera gnostica! Scendendo di categoria, per chi sull’onda del recente rilancio bergogliano si dilettasse di gnosticismo cristiano antico e moderno, non c’è come gustarsi la parodia degli Inni sacri manzoniani, “Alessandro Manzoni, La Gnosi (Inno sacro)”, nel Secondo diario minimo di Umberto Eco: “Non s’incarnò quel Murmure / nel grembo virginale / ed il materno tramite / passò come un canale” e via pasticciando. Cosa divida la gnosi cristiana dalla fede cristiana è una faccenda, presa dall’alto della cultura, difficile spiegare. Ci si può anche confondere. Però il padre de la Potterie, che non era confuso, spiegava che “per lo gnostico moderno come per quello antico, l’Incarnazione non può avere alcun senso. Il Gesù prepasquale, quello della storia, è solo un buon ebreo che rimane irrilevante per il credente; ma il Cristo della fede rischia fortemente di ridursi a un mero simbolo spirituale”. E si chiedeva: “Ma si può ancora parlare, allora, di cristianesimo autentico?”. Se con l’Incarnazione, aggiungeremmo ora sul tamburo della cronaca, si perde di vista pure la “carne tenera” dell’umano? E con questo ci avviciniamo un po’ al problema. Notando solo che per Papa Francesco l’umanesimo cristiano (tema del suo discorso a Firenze) non può essere solo questione di parole “belle, colte, raffinate”. Ma non ha detto che la cultura sia una eresia.

 

Il pelagianesimo, altra faccenda complessa, è un po’ più svelto e intuitivo da rapportare al pensiero di oggi. E’ il moralismo-pragmatismo per cui contano solo le proprie (buone?) azioni e progetti. “Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette”, è facile capire cosa voglia dire. Anche se è facilone concludere: “Ah be’, è il ruinismo”, dimenticando che la faccenda è più lunga, e che fu Papa Luciani, molto prima dell’éra Ruini, a smascherare la tentazione di Pelagio dentro la chiesa moderna: “Il vero dramma della chiesa che ama definirsi moderna è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole”, disse.

 

Giuliano Ferrara, mio amico carissimo, bontà sua, ieri, immeritatamente associandomi a Francesco, s’è un po’ risentito del fatto che il Papa regnante avrebbe aperto una caccia in quanto eretici – “il Pontefice è a caccia, se non di eretici, di eresie” – ai laici che come lui “fervorosamente” appoggiarono “la piattaforma di illuminismo cristiano e umanesimo colto e filosoficamente implicato nel pontificato” di Benedetto XVI. Ferrara si sente messo da parte – non lui di persona, ovvio – ma lui in quanto rappresentante delle buone ragioni di cultura occidentale che gli fecero apprezzare Ratzinger.

 

Devo dire però che forse il mio prezioso direttore emerito – prezioso (quasi) quanto il mio Papa emerito – s’è un poco ingannato, nell’arma e nel bersaglio. Un po’ per un suo volerla leggere così, un po’ per mancanza di qualche informazione per così dire cronistica, di cronaca ecclesiale, che proverò a offrirgli. Non prima di aver precisato che Francesco, in Santa Fiore, ha parlato di pelagianesimo e gnosticismo come di due “tentazioni”: che si tratti di eresie l’ho aggiunto io, nel Fogliuzzo, per gusto di buttarla in caciara tra i Douthat e i Faggioli, e Ferrara ci s’è buttato, perché gli piace.

 

[**Video_box_2**]I punti sono due. Quando il Papa parla delle due tentazioni ereticali, è evidente che l’appunto non sia rivolto ai laici, ma ai cristiani e alla chiesa. Segnatamente italiana, cui stava parlando, ma non solo a quella (ne parla anche nell’Evangelii Gaudium). L’altro punto è che pelagianesimo e gnosticismo, esattamente nell’accezione critica e “attuale”, fuori dall’accademia teologica, con cui le usa Bergoglio, sono termini di una polemica intra-ecclesiale che data alla fine degli anni 80 e che provocò vasti dissapori, e che fu portata avanti da un piccolo settimanale corsaro e trasversale, di matrice ciellina. Si chiamava Il Sabato e viveva del genio cristiano di don Giacomo Tantardini, sacerdote romano cui per lunghi anni il card. Bergoglio fu molto affezionato, e del quale il futuro Papa ha condiviso, quasi alla lettera, quelle due intuizioni. Intuizioni non teoriche, allora e ora: che i due maggiori disastri del cristianesimo moderno fossero la tentazione di ridursi a un immanentismo morale – nella versione pauperista o in quella da battaglia etico-politica. E la tentazione di disarticolare la fede dalla sua storicità, dal suo essere un avvenimento, insomma di trasformarla in una “complicazione” della vita – nella versione spiritualista e in quella culturaleggiante (progressismo o tradizionalismo, in questo, pari sono). Era un giudizio sulla chiesa. E tale e quale lo ripropone oggi Francesco, a partire dall’Evangelii Gaudium. Oggi che l’esito del “neopelagianesimo autoreferenziale” e dello gnosticismo come somma di idee “che si ritiene possano confortare e illuminare” è visibile a occhio nudo. Lo possono vedere anche gli amici laici, e culturalmente illuminati.

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