Giù le mani da Paolo VI

Il paragrafo 137 dell’Instrumentum laboris implica che l’insegnamento esplicito e incessante del magistero papale di più pontefici possa essere cambiato, il che a sua volta significa che tale insegnamento non era oggettivamente vero. Il testo in discussione propone che l’autorità papale ed ecclesiale si basi sulla volontà, anziché sulla ragione e sulla verità.
Giù le mani da Paolo VI

Paolo VI promulgò l’enciclica Humanae vitae il 25 luglio 1968. Sarà l’ultima. Nei successivi dieci anni di pontificato, non ne scriverà più

I padri sinodali, attualmente riuniti a Roma per discutere sulla “vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”, si chiedono come trovare uno slancio nuovo per la pastorale familiare. A questo scopo è importante individuare con precisione le sfide cui la famiglia cristiana si trova di fronte nelle società di oggi. La più grande di queste sfide, almeno secondo alcuni sociologi, è quella rappresentata dalla rivoluzione sessuale (cfr. M. Eberstadt, “The New Intolerance”, First Things, marzo 2015), la cui caratteristica principale è l’avere scisso la sessualità dalla procreazione. Per noi che viviamo ormai nell’epoca post-rivoluzionaria, spesso è difficile capire fino in fondo quanto sia stata radicale quella rivoluzione e fino a che punto stia influendo sul modo di vivere la sessualità, il matrimonio e la famiglia nel mondo odierno.
Il documento magisteriale che propone con più forza un’alternativa alla rivoluzione sessuale è l’enciclica Humanae vitae del Beato Paolo VI. Nell’Instrumentum laboris di quest’anno, che serve da base ai padri sinodali per le loro deliberazioni, troviamo due atteggiamenti diversi nei confronti di quel documento. Nel n. 137 si vede un approccio pragmatico che prende il suo orientamento dal mondo di oggi. Mentre elogia la sapienza di Humanae vitae, non riesce a riassumere il suo contenuto e con una casistica pre-conciliare lo svuota del suo valore normativo (cfr. D. Crawford-S. Kampowski, “An Appeal”, First Things, 9 settembre 2015). Nel precedente n. 49 invece si legge che Paolo VI “con la enciclica Humanae vitae, ha messo in luce l’intimo legame tra amore coniugale e generazione della vita”. Quello, difatti, si potrà dire l’argomento principale del documento, che vale la pena di approfondire, come faremo in seguito.

 

L’amore coniugale: la base della norma


Nel n. 14, Humanae vitae esprime una norma contro gli atti sessuali deliberatamente resi sterili (è ciò che il documento intende con il termine “contraccezione”), chiamandoli intrinsecamente non onesti. Come il “perché” di questa norma viene indicata la seguente tesi: un atto sessuale contraccettivo non si può mai qualificare come atto di amore coniugale. E’ questo il significato essenziale del cosiddetto “principio d’inseparabilità” proposto dall’enciclica, secondo cui vi è un nesso inscindibile fra il significato unitivo dell’atto coniugale e il suo significato procreativo (HV 12). Se questa tesi è vera, allora risulta evidente che i rapporti sessuali contraccettivi violano il sesto comandamento, la cui affermazione principale è che i rapporti sessuali sono ordinati all’amore coniugale. In altri termini, l’argomento è che, nei rapporti sessuali contraccettivi, l’uomo compie un atto sessuale con la moglie senza trattarla come moglie, e la donna compie un atto sessuale con il marito senza rapportarsi a lui come marito: insomma, comunque si voglia chiamare ciò che stanno facendo, i due non compiono un vero atto di amore coniugale.

 

Orbene, su che cosa si basa questa tesi? Per capirlo dobbiamo domandarci che cosa occorra affinché un atto sessuale sia un atto di amore coniugale. Vi sono alcuni requisiti da soddisfare. In primo luogo, ovviamente, occorre che sia un atto sessuale compiuto da coniugi, cioè da un uomo e una donna che hanno unito le loro vite per mezzo di una promessa pubblica di reciproca fedeltà, esclusività sessuale e apertura alla generazione e all’educazione della prole. Assumendo questo impegno i due si uniscono in matrimonio. Quest’ultimo è l’istituzione dell’amore coniugale, che a sua volta è un amore con una missione: “l’altissima vocazione dell’uomo alla paternità” (cfr. HV 10). Questa missione di generare ed educare la prole è ciò che distingue l’amicizia coniugale da altri generi di amicizia. Come afferma il Concilio Vaticano II, “per la sua stessa natura l’istituto del matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati alla procreazione e all’educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento” (GS 48). L’amore proprio del marito e della moglie, quindi, è un amore che ha una missione particolare e, con essa, anche la caratteristica specifica di abbracciare tutta la loro vita.

 

Come non vi è unione che due persone possano realizzare in terra più grande dell’essere padre e madre dei figli dell’uno e dell’altra, così difficilmente potrà esservi un’espressione di amore più grande che dire all’altra persona: “Voglio che tu sia la madre / il padre dei miei figli”. In questo senso, essere il marito di una donna significa essere il padre potenziale dei figli di lei, ed essere la moglie di un uomo significa essere la madre potenziale dei figli di lui. Il fatto che l’uomo e la donna si guardino reciprocamente in questo modo non implica che si stiano strumentalizzando reciprocamente in vista di generare prole. Significa soltanto che l’amore coniugale è ordinato a formare una famiglia, e questo è l’aspetto che rende l’amicizia coniugale specificamente diversa da ogni altro genere d’amicizia.

 

Un secondo requisito che un atto sessuale deve soddisfare per essere un atto di amore coniugale è l’essere di per sé idoneo alla procreazione (cfr. HV 11). Deve cioè essere scelto come un atto di tipo generativo. Nella misura in cui un atto coniugale consuma e riassume il senso ultimo dell’amore coniugale, esso stesso deve avere le caratteristiche dell’amore coniugale. Orbene, l’amore coniugale è umano, totale, fedele, esclusivo e fecondo (cfr. HV 9). Affinché un atto sessuale sia un atto coniugale, i coniugi devono rapportarsi l’uno all’altra come marito e moglie, cioè come il potenziale padre e la potenziale madre dei loro figli. E’ evidente che l’atto sessuale contraccettivo è carente sotto questo profilo: nella misura in cui i coniugi, intervenendo sui propri corpi, rendono deliberatamente sterili se stessi e il loro atto, chiaramente scelgono un tipo di atto sessuale intrinsecamente sterile. Questo è l’aspetto sotto il quale l’atto è scelto. Potrà essere fecondo accidentalmente, a causa del fallimento del contraccettivo, ma la possibilità di “incidenti” non cambia il fatto che, tentando di rendere sterili se stessi e il loro atto, i coniugi scelgono atti sessuali sterili tanto quanto sono sterili i rapporti anali od orali. Indipendentemente dal metodo di contraccezione impiegato – sia esso un metodo “barriera” o chimico – un atto sessuale contraccettivo non si può definire un atto di amore coniugale perché, sul piano delle loro scelte, i coniugi non si rapportano fra loro come sposi, cioè come il potenziale padre e la potenziale madre della loro prole comune. La loro potenziale paternità e maternità è proprio ciò che hanno deliberatamente escluso. Essi compiono un atto sessuale senza rapportarsi l’uno all’altra come coniugi. In questo senso l’atto non può consumare o riassumere il senso ultimo dell’amore coniugale.

 

Pertanto il rapporto sessuale contraccettivo non si può mai definire un atto di amore coniugale, anche se compiuto da coniugi. Esso ricade quindi sotto l’interdetto del sesto comandamento: “Non commettere adulterio”, o in altre parole: “Il sesso è per l’amore coniugale”. Ne consegue che come norma morale negativa contenuta nei Dieci Comandamenti, la norma formulata dalla Humanae vitae esprime una verità sul nostro essere, sul nostro bene e sul nostro amore, la quale è valida sempre e ovunque. Esprime cioè un assoluto morale che non ammette eccezioni. Pertanto Paolo VI, in riferimento all’atto sessuale reso volutamente infecondo, parla di un atto “intrinsecamente non onesto” [intrinsece inhonestum] (HV 14). E’ vero, talvolta la fedeltà a questo amore è difficile, comporta sacrifici e richiede la maturità delle virtù. Ma l’amore sacrificale è al cuore del Vangelo.

 

La contraccezione e la pastorale della famiglia
In questa parte vogliamo sottolineare che la proposta della Humanae vitae, che ribadisce l’insegnamento costante della Chiesa secondo cui, per essere buono e gradito a Dio, ogni atto sessuale deve essere un atto di amore coniugale, è tutt’altro che un tema secondario nell’immenso mare di sfide che affronta oggi la pastorale della famiglia. Il rifiuto, a tutti gli effetti, della Humanae vitae da parte della cultura secolare e di un gran numero dei pastori e dei fedeli della Chiesa è all’origine di una cospicua porzione delle sfide odierne, e la Chiesa non può affrontarle adeguatamente se non trova la forza, il coraggio e la parresìa evangelica per riproporre nella loro pienezza, per quanto possano essere impegnativi, gli insegnamenti di questo documento.

 

Al paragrafo 17 della Humanae vitae, il Beato Paolo VI pronostica ciò che avverrà se le sue proposte non saranno ascoltate. La diffusione delle pratiche contraccettive aprirebbe una “via larga e facile […] all’infedeltà coniugale e all’abbassamento generale della moralità”. L’uomo potrebbe finire “per perdere il rispetto della donna e, senza più curarsi del suo equilibrio fisico e psicologico, arrivare a considerarla come semplice strumento di godimento egoistico”. Infine, il Papa immagina che i governi civili possano essere tentati di imporre ai loro popoli misure di controllo demografico. Ebbene, tutto ciò si è avverato. Ecco una triste constatazione, che milita a favore dell’insegnamento dell’enciclica, e che dovrebbe incoraggiare la Chiesa a riscoprire la sua verità e bellezza e a proclamarla con maggiore convinzione.

 

Inoltre, l’ideologia del gender – denunciata da Papa Francesco come “colonialismo ideologico” (Conferenza stampa del Santo Padre durante il volo di ritorno dalle Filippine, 19 gennaio 2015) e come “espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa” (Udienza generale del 15 aprile 2015; cfr. anche Laudato si’, 155) – può sorgere soltanto in una cultura che ha dimenticato il nesso fra sessualità e procreazione. Se l’attività sessuale è scissa da ogni idea di procreazione, allora la differenza sessuale perde il suo significato. Soltanto in una cultura che ha completamente scisso l’esercizio delle facoltà sessuali da qualsiasi considerazione per la procreazione, l’orientamento sessuale può diventare più importante della differenza sessuale, il che apre la via anche alla questione del “matrimonio” fra persone dello stesso sesso. Se gli atti sessuali non sono pensati come atti di tipo generativo, allora – come vedeva già la filosofa inglese e discepola di Ludwig Wittgenstein, G.E.M. Anscombe nei primi anni Settanta – non vi è più ragione perché essi dovrebbero essere compiuti da un uomo e da una donna, e non da due uomini o due donne (cfr. il suo Contraception and Chastity), ovvero, aggiungiamo noi, da tre uomini e/o quattro donne.

 

Dobbiamo tenere a mente che con i loro atti di amore coniugale, uomo e donna fanno qualcosa che va al di là di entrambi. Si inseriscono nella grande corrente delle generazioni umane. Ricordano la loro origine e si proiettano verso il futuro. Nella misura in cui tali atti sono potenzialmente fecondi, gli sposi superano l’isolamento della coppia e si trascendono verso un terzo, verso un progetto di vita comune che è il potenziale figlio. Ciò rimane vero anche se non intendono direttamente procreare un figlio, o se sanno che, per motivi indipendenti dalla loro volontà, non sono in grado di concepire. Essi conservano la loro “apertura intenzionale” verso la procreazione finché scelgono un tipo di atto generativo. Per far ciò non occorre null’altro che usare gli organi adeguati e non manipolare se stessi né l’atto. Un esercizio degli organi sessuali che sia intrinsecamente sterile (masturbazione reciproca, rapporto anale od orale), o che sia stato deliberatamente reso sterile (contraccezione, sterilizzazione), non possiede questa dimensione trascendente: e in ciò risiede la sua manchevolezza, il suo male.
A parte le questioni delle unioni fra persone dello stesso sesso e della teoria del gender, anche tutti i problemi morali e pastorali legati alle tecnologie riproduttive artificiali (dalla questione della moralità delle procedure in sé alle questioni collegate, come la maternità surrogata o la sorte dei cosiddetti embrioni “soprannumerari”) sono legati al rifiuto della Humanae vitae: se si possono avere rapporti sessuali senza avere figli, ovviamente si possono avere figli senza avere rapporti sessuali.

 

 

Appello finale

Le Sacre Scritture ci consentono di pensare la Chiesa come un corpo, il Corpo di Cristo (cfr. Ef 1, 22-23), un organismo vivente che si estende attraverso lo spazio e il tempo. Ciò che essa ha definito vero e buono ieri non può certo diventare falso e gravoso oggi. Per quasi duemila anni, fra i cristiani vi fu un consenso pressoché universale circa l’immoralità delle pratiche contraccettive (cfr. J. T. Noonan, Contraception). Fu soltanto con la Conferenza di Lambeth del 1930 che, per la prima volta nella storia, una confessione cristiana mise pubblicamente in discussione tale concezione. Da allora in poi, a partire dall’enciclica di Pio XI Casti connubii di quello stesso anno, il magistero della Chiesa cattolica affermò esplicitamente l’immoralità della contraccezione. Quella posizione fu poi ribadita da Pio XII, il quale definì immorale “ogni attentato dei coniugi nel compimento dell’atto coniugale o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, attentato avente per scopo di privarlo della forza a esso inerente e di impedire la procreazione di una nuova vita” (Discorso alle ostetriche del 19 ottobre 1951). Pio XII aggiunse nella stessa allocuzione che “nessuna ‘indicazione’ o necessità può mutare un’azione intrinsecamente immorale in un atto morale e lecito”, sottolineando con parole ben chiare che “questa prescrizione è in pieno vigore oggi come ieri, e tale sarà anche domani e sempre, perché non è un semplice precetto di diritto umano, ma l’espressione di una legge naturale e divina”.

 

Orbene, Paolo VI non promulgò la Humanae vitae perché pensava che le forti affermazioni dei suoi predecessori lasciassero adito a dubbi. A occasionare l’enciclica fu piuttosto l’invenzione della pillola ormonale (cfr. GS 51, n. 14). La questione originaria non era se la contraccezione potesse in fin dei conti essere moralmente lecita, ma semplicemente se l’uso della pillola potesse qualificarsi come contraccezione, considerato che non rientrava nella definizione che Pio XII aveva dato di quella pratica. Nel decidere della questione della pillola, con una lieve modifica della definizione di contraccezione data in precedenza da Pio XII, Paolo VI ribadì anche gli insegnamenti dei suoi predecessori (cfr. HV 14), che a loro volta sono stati costantemente sottoscritti e difesi dai suoi successori. Così, con parole chiare, San Giovanni Paolo II, parlando dell’insegnamento della Humanae vitae, ha precisato: “Non si tratta, infatti, di una dottrina inventata dall’uomo: essa è stata inscritta dalla mano creatrice di Dio nella stessa natura della persona umana ed è stata da lui confermata nella rivelazione. Metterla in discussione, pertanto, equivale a rifiutare a Dio stesso l’obbedienza della nostra intelligenza” (Discorso ai partecipanti al II Congresso Internazionale di Teologia Morale, 12 novembre 1988).

 

Ora, effettivamente il paragrafo 137 dell’Instrumentum laboris implica che l’insegnamento esplicito e incessante del magistero papale di più pontefici possa essere cambiato, il che a sua volta significa che tale insegnamento non era oggettivamente vero. Orbene, se il magistero papale non trae la sua autorità dall’essere un ministero al servizio della verità, il suo esercizio può basarsi soltanto sul potere. In altre parole, il testo in discussione propone che l’autorità papale ed ecclesiale si basi sulla volontà, anziché sulla ragione e sulla verità. Naturalmente ciò segnerebbe la fine dell’autorità papale, la quale, per esistere, deve basarsi sulla verità e non sul potere (cfr. J. H. Newman, Lettera al Duca di Norfolk).

 

Considerato tutto quanto si è detto fino a questo punto, per il bene della famiglia, della Chiesa e della società, facciamo energicamente appello al Sinodo affinché rifletta più approfonditamente sul significato della differenza sessuale con il suo nesso con la fecondità, e riconosca e promuova l’insegnamento della Humanae vitae malgrado tutti gli ostacoli e contro tutte le ideologie che vogliono distruggere la famiglia e in ultima analisi la stessa Chiesa di Dio. Supplichiamo i Padri Sinodali di seguire l’esempio di Nostro Signore e a riferirsi al “principio”, cioè al piano originale di Dio per la famiglia fin dal momento della Creazione (cfr. Mt 19, 8): un piano iscritto nella natura stessa della persona umana e che è il solo a corrispondere al nostro vero e autentico bene. Infine, imploriamo il Sinodo di ribadire ed esporre gli insegnamenti di San Giovanni Paolo II, che Papa Francesco ha innalzato all’onore degli altari conferendogli l’appellativo di “Papa della famiglia” (Omelia, 27 aprile 2014).

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi