Il Sinodo e lo scontro sulla famiglia che gli agiografi del Papa non vogliono vedere

Il Papa ha chiesto ai padri sinodali di discutere apertamente, con parresia, e come diceva san Paolo di esprimersi opportune et inopportune. E i padri obbediscono, come dimostra la loro discussione dello scorso autunno, idee voti e svolte, e quella in corso.
Il Sinodo e lo scontro sulla famiglia che gli agiografi del Papa non vogliono vedere

Papa Francesco al sinodo (foto LaPresse)

Il Papa ha chiesto ai padri sinodali di discutere apertamente, con parresia, e come diceva san Paolo di esprimersi opportune et inopportune. E i padri obbediscono, come dimostra la loro discussione dello scorso autunno, idee voti e svolte, e quella in corso; come dimostra la pubblicazione non autorizzata (da parte dell’eccellente vaticanista ruiniano e ratzingeriano, Sandro Magister) di una lettera di principi della chiesa al Papa, datata all’inizio del mese, che denunciava il pericolo di una predeterminazione, sul piano del metodo di lavoro e di discussione, degli esiti del Sinodo in corso, che si concluderà alla fine del mese di ottobre. Questo esercizio di parresia sarebbe, nel linguaggio conformista del Giornalismo Collettivo, un attacco a Francesco in nome della resistenza conservatrice al disegno di misericordia che con questo Papa regnante si sostituisce all’arcigna teoria di precetti non negoziabili che ha espulso la pietà, la misericordia evangelica come fonte originaria del cristianesimo, dal campo della dottrina e della pastorale (che cosa la chiesa insegna, come salva concretamente le anime nel suo fare). Nello schemino del Giornalista Collettivo, che è ovviamente tribuno sopra tutto di ignoranza della storia, e in particolare della storia della chiesa, tutto questo si colora di politica politicante, e le questioni somme di cui i padri sinodali si occupano, questioni estranee alla cultura laica andante, vengono lette alla luce della dialettica di destra e sinistra, di partito conservatore e progressista. A sentire certe bellurie ideologiche, siamo in presenza di una Rivoluzione francese nella chiesa, con il giuramento della Pallacorda e tutto, e alla reazione dei vandeani difensori dell’Antico Regime. Iperbole impazzita, ovviamente.

 

Il tema è decisivo. La famiglia non è un presepe di cartapesta, una questione sociologica con un cappello ideologico: è invece il problema dell’umano, dell’amore, della misericordia verso la vita, della procreazione, del sesso e dell’eros, della dignità e libertà e responsabilità di uomini e donne verso l’esistenza, verso la condizione dell’esistere, verso il tempo e la promessa. Una questione profetica, non una dozzinale ricognizione di affari di società. Una seria divisione degli orientamenti di dottrina e pastorali è sicuramente in atto, e non da oggi ma almeno dalla grande crisi intorno all’enciclica di Paolo VI Humanae vitae.

 

L’enciclica è del 1968, e fu presa letteralmente a sassate. Fu l’ultima di quel Pontefice tormentato, che dopo la rivolta contro di lui e il suo magistero non volle più firmare altre encicliche  (Paolo morì dieci anni dopo, nel 1978). Fu una lettera enciclica di dottrina e  pastorale che andò contro al mainstream, anche al pensiero corrente in ambito cattolico, pensiero maturato nel contesto del Concilio Vaticano II. Al Papa bresciano era stato suggerito dagli esperti di benignità e di modernità del clero: afferma il consenso della chiesa ai metodi contraccettivi, fratello Paolo, e stabilisci che noi cattolici siamo favorevoli al controllo delle nascite anche con i metodi chimici come la pillola, solo così – dicevano – si chiuderà lo scisma sommerso dei fedeli che decidono della loro vita e della procreazione di altra vita, forti della loro coscienza libera, trasgredendo i dettami della teologia morale ecclesiastica.

 

La risposta fu un rotondo e argomentato “no” all’omologazione del pensiero e della predicazione e dell’azione della chiesa cattolica nelle procedure di vita e nei criteri di etica prevalenti nel mondo contemporaneo. E siamo sempre lì.

 

[**Video_box_2**]Francesco ha governato la discussione del Sinodo straordinario dello scorso autunno con sapienza. Ha visto, osservato, considerato con attenzione quel che avevano da dirgli i fedeli, con i questionari diffusi nelle parrocchie, e i padri sinodali. Ha messo sul piatto della bilancia il sensus fidelium, cioè quel deposito di fede e di senso che parte dal popolo o popolo di Dio in cammino, e la funzione di madre e maestra gerarchica della chiesa, che non è un’istituzione repressiva, come pensa la subcultura laicista andante, ma è un soggetto teandrico (per metà trascendente e per metà antropocentrico) della storia del cristianesimo. Per usare termini cari al Giornalismo Collettivo, il Papa ha mediato spinte diverse: quelle che vogliono abbattere il sacramento dell’eucaristia nel suo fondamento matrimoniale (riconoscendone la legittimità per i divorziati risposati civilmente, dunque in situazione di peccato contro il precetto dei precetti contenuto nel vangelo); quelle che si oppongono a questa trasformazione della dottrina di sempre in nome della pastorale di oggi, cioè di una scelta di benevolenza verso un problema sociale diffuso, vista la condizione pietosa della famiglia e del matrimonio tradizionali. Ora si ricomincia, e si conclude, aspettando poi che sia il Papa a decidere. Ma cercando, dicono alcuni, di predeterminare il risultato della discussione; o sforzandosi, dicono altri, di impedire al Papa una decisione di rottura e di riforma.

 

Il cardinale Müller, che è il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede e un sobrio teologo ratzingeriano, ha detto che su questioni di questa natura si consumò cinquecento anni fa la scissione protestante, con la fatale divisione della cristianità europea, dunque bisogna fare parecchio attenzione. Il cardinale Kasper, capofila teologico dei riformisti, che aveva impostato ab origine il Sinodo sulle sue idee (e il cui rapporto segreto al Concistoro, richiesto dal Papa, fu pubblicato dal Foglio), sostiene invece che bisogna fare il grande salto e che la chiesa non reggerebbe un nuovo stallo, come al tempo della Humanae vitae. Ed è convinto, come dice a Raffaele Luise nel suo fresco e intelligente libro apologetico su Papa Francesco, appena pubblicato, che i veri nemici del Papa sono quelli, cioè noi, che dicono che “questo Papa piace troppo”. Sulla questione di fondo, vedremo nel decorrere delle generazioni chi avrà avuto ragione. Ma sui nemici del Papa, parola d’onore, Kasper si sbaglia. Qui si è nemici non già del Pontefice ma del piacionismo e del dilettantismo morale che ispira l’agiografia quotidiana del Papa della misericordia: nessuno, come disse Valéry Giscard d’Estaing a François Mitterrand in un famoso dibattito televisivo, ha il “monopolio del cuore”. Tantomeno i laici modernisti che chiedono alla chiesa un cristianesimo vuoto, solo del cuore e non della ragione, una fede priva di conseguenze.

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