Spirito, natura e bontà. Perché è difficile benedire le nozze omosessuali

Dialogo tra due cattolici di versanti che si fronteggiano e si completano. Antonio Gurrado discute con Eduardo Savarese del suo ultimo libro “Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma” su matrimoni omosessuali e Sinodo. "Non c’è verso di accordarci nemmeno su ciò che è buono"

Spirito, natura e bontà. Perché è difficile benedire le nozze omosessuali

Il giorno in cui ho letto l’appassionata “Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma” di Eduardo Savarese (edizioni e/o), a messa ho sentito queste parole di Mosè: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il proprio Spirito!”. Per contrasto mi ha colpito la dimestichezza con cui Savarese, partendo dall’assunto che lo Spirito va dove vuole, lo fa atterrare nella pagina dei ringraziamenti. Non l’amore infatti ma lo Spirito è il fulcro del suo libro – ne invoca la discesa su tutte le persone che si amano e chiede alla chiesa di suggellarne il soffio col matrimonio religioso per le coppie omosessuali – a costo di prendersi troppa confidenza col trascendente. Quando scrive che Cristo sorride per “ogni istante di profonda liberazione interiore” o che “salvare le anime significa farle fiorire in pienezza”, non rischia di ridurre lo Spirito Santo a psicologia? Direttamente interpellato, Savarese risponde che la sua confidenza “deriva dall’esperienza decennale dell’orazione di quiete ma anche dallo stupore nel riconoscere i segni di Dio lasciati in abbondanza nel corso della mia vita e trasformati in bene per altri”. L’interiorità cui attinge, mi spiega, “è forma irripetibile di ciascuna creatura, un viaggio in profondità tanto più vero quanto più assistito dalla preghiera”; per me invece ogni interiorità che si ritenga complessa o eccezionale puzza di compiacimento e ricordo che Ratzinger consigliava di confessarsi elencando asetticamente i peccati per rifuggire dalla giustificazione.

 

Siamo cattolici entrambi, di due versanti che si fronteggiano e si completano; lo capisco quando Savarese descrive la natura del suo amore. Il fraintendimento non è sull’amore ma sulla natura. Per lui è “leopardianamente indifferente” e sembra coincidere con l’impulso (fa l’esempio dell’eccitazione nel contemplare una bella schiena): da questo punto di vista è ovvio che nessun desiderio potrà mai essere considerato contro natura. Abbiamo illustri predecessori. Per Rousseau l’homme naturel era il selvaggio a quattro zampe mentre per Voltaire era l’uomo compiuto, che ha sviluppato le capacità fornite dalla natura e s’è evoluto in persona sofisticata, produttiva, colta. Per me la natura non è materiale grezzo ma progetto da realizzare; è una tensione, non una zavorra. Savarese replica che più che puro istinto per lui la natura è “sostrato essenziale piuttosto complesso per la specie umana, ma di certo fondato su alcuni fatti ed evidenze. Che non si tratta di assecondare, come fosse una forma di pigrizia interiore, ma di prendere molto sul serio per comprenderne origine, elementi strutturali ed effetti”. Savarese è magistrato e qui il giurista prende il sopravvento: mi spiega che “diritto naturale e diritto efficace funzionano così. Il mio ragionamento serve a rispondere alla postulata innaturalità dell’omosessualità: in natura abbiamo variegati fenomeni, e la nostra natura è fatta anche della complessità del cervello. Natura non è ciò che deve essere (quella è la norma) ma ciò che è”.

 

Non c’è verso di accordarci nemmeno su ciò che è buono. Scrive Savarese che la chiesa deve accogliere le coppie omosessuali, intendendo per accoglienza il riconoscimento della bontà di ognuno; si scontra col mio cattolicesimo basato sul versetto evangelico secondo cui nessuno è buono se non Dio solo, ovvero, in termini meno spettacolari rispetto a quelli che Gesù prediligeva, che siamo tutti peccatori bisognosi di redenzione. Su questa base mi sorprende che ascriva alla chiesa l’idea “nazista” che “l’omosessuale sia male”, sia perché abbiamo tutti il male dentro di noi sia perché confonde il peccato, che è male, col peccatore, che se fosse male non potrebbe essere redento. “Siamo d’accordo se l’omosessualità non è un peccato in quanto tale”, risponde Savarese, “ma parte dell’essere peccatori in quanto uomini: non c’è però necessità di farne una fattispecie a sé di peccato. Ciò che nego è che la mia condizione di omosessuale sia un peccato perché vissuta in convivenza: io sono peccatore in quanto uomo e bisognoso di redenzione per le impurità del cuore tra le quali non riesco a ravvisare la mia natura omosessuale”.

 

La sua lettera si chiude sull’auspicio che la chiesa smetta di “avere paura dell’uomo e della sua libertà”. Ma lo scopo della chiesa non è proprio la libertà fondata (lo scrive san Giovanni evangelista) sulla verità che rende liberi a condizione di essere fedeli alla parola di Cristo? Mi pare una definizione che ridimensiona l’idea di libertà come arbitrio dei desideri; Savarese mi assicura che “siamo d’accordo: ma che la fedeltà al Cristo si traduca nell’acritica accettazione di un corpus di precetti non direttamente fondati sulla Sua parola mi convince sempre meno”. Sto per chiedergli se il principio della sola Scriptura non sia un po’ troppo protestante ma è stato più che paziente con me, quindi tralascio in nome di una massima pagana: se puniamo quelli che si amano, cosa faremo a quelli che si odiano?
Antonio Gurrado

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