Opporsi un po’

La lezione attuale di Allan Bloom e la fine della famiglia, colpita a morte dal pensiero liberal
Opporsi un po’

Giuliano Ferrara ha posto sul Foglio una domanda-proposta: “Un appello per un Sinodo laico sulla famiglia”, dopo essere arrivato alla conclusione che il matrimonio non è mai stato così “intrinsecamente corroso, svuotato, quasi annullato”, come sta avvenendo, aggiungo io, da un ventennio in occidente. Come ovvio, condivido tutto quanto scritto da Giuliano, lui parte dalla “Famiglia”, io allora partivo dalla “Scuola”. Lessi la prima volta Allan Bloom oltre vent’anni fa, avevo il privilegio di vivere fra Londra, Chicago, New York. Lessi il suo libro “La chiusura della mente americana”, da allora è uno dei due libri che sono perennemente sul mio comodino (l’altro è “Il grande gioco”), mi indicano entrambi la strada del declino irreversibile dell’occidente.

 

Più passavano gli anni, più le sue analisi avevano conferme, avevo allora il privilegio di vivere più tempo a Londra, questa era già più avanti, università e salotti intellettuali erano stati “occupati” dagli insopportabili nipotini di Bloomsbury, citavo spesso Allan Bloom ma premettevo il suo profilo che costringeva i liberal e i radical chic con bocca a culo di gallina, a odiarlo in silenzio (era ebreo, allievo di Leo Strauss, amante di Israele, combatteva il relativismo e lo storicismo, un dandy figlio di due assistenti sociali di Indianapolis, traduttore di Platone, di Rousseau, di Shakespeare, ma quello che mi permetteva di parlarne con entusiasmo, senza pericolo di essere massacrato, era la sua omosessualità, appena la citavo, in positivo, crollavano). Oltretutto il suo amico, Saul Bellow, aveva scritto che era morto di Aids. Per i liberal fu la fine, lo odiavano come un individuo culturalmente spregevole, ma dovevano tacere per le sue preferenze sessuali, che erano poi le loro.

 

Lui spiegò in oltre 500 pagine la sua intuizione: “La benedizione data dall’intellighenzia alla nozione di diversità culturale negli Stati Uniti ha contribuito a un degrado dell’idea che i diritti individuali enunciati nella Dichiarazione di indipendenza fossero qualcosa di più di una retorica datata”. Il libro di Allan Bloom è meraviglioso, smantella dall’interno l’università americana come istituzione, stigmatizza l’impoverimento del linguaggio, il degrado col quale accettiamo il losco relativismo, non ricerchiamo più il significato delle nostre vite. Alla fine del libro ci accorgiamo di essere come uomini, tecnicamente falliti.

 

[**Video_box_2**]Una battaglia persa
A mio parere, bene fece Allan Bloom a partire dalla Scuola (nella fattispecie l’Università) e trattò solo di striscio il tema della Famiglia, che in realtà dovrebbe essere posto sullo stesso livello. Il fatto è che all’epoca la Famiglia in America aveva già subìto molti colpi devastanti, mentre l’Università era ancora potenzialmente recuperabile. In realtà era persa anche lei, oggi nelle grandi università americane i professori liberal del “politicamente corretto”, sono superati (a destra o a sinistra non saprei dire) dall’“emotivamente corretto” praticato in proprio dagli studenti (fra i due c’è la stessa differenza che c’è tra fascismo e nazismo).

 

Caro Giuliano, da anni studio questo fenomeno secondo l’unica disciplina che conosco, quella dei comportamenti organizzativi delle leadership. Ti invidio e ti stimo per questa volontà e disponibilità che tu metti in tutte le tue iniziative (nobili), io ho preso atto di essere uno sconfitto, ma ho il privilegio, ogni giorno, almeno con i miei scritti, con leggerezza e ironia, di oppormi a costoro, travestiti di volta in volta in politici, economisti, regolatori, ceo.

 

Riccardo Ruggeri è editorialista di Italia Oggi

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