Gay ma belli, il cuore della ragione che il cuore non conosce

Familiare? Questo no. Il teologo e sacerdote e docente che si dichiara omosessuale e chiede la benedizione della chiesa per la sua unione ha molte ragioni del cuore dalla sua, ma come direbbe il giansenista Pascal, c’è un cuore della ragione che il cuore non conosce - di Giuliano Ferrara
Gay ma belli, il cuore della ragione che il cuore non conosce

Monsignor Charamsa ha fatto coming out con un'intervista al Corriere della Sera (LaPresse)

Familiare? Questo no. Il teologo e sacerdote e docente che si dichiara omosessuale e chiede la benedizione della chiesa per la sua unione ha molte ragioni del cuore dalla sua, ma come direbbe il giansenista Pascal, c’è un cuore della ragione che il cuore non conosce. Si era già capito tutto dalla bella lettera di un omosessuale alla sua chiesa, scritta da un magistrato e umanista napoletano, Eduardo Savarese, che si annovera con onore e piacere tra i collaboratori di questo giornale. Questi cattolici innamorati non sono contenti dell’amore, desiderano la codificazione, la glossa istituzionale, la santificazione sacramentale. Savarese, che ha un impianto mentale conservatore e anticonformista, sa di dirla grossa, è pieno di dubbi fecondi, ripercorre frivolezza e licenziosità non matrimoniale dell’amore gay a cui pure vuole sia destinata la pregnanza eucaristica delle nozze in chiesa. Monsignor Charamsa nel suo coming out rilegge invece la Bibbia e san Paolo con occhio antropologico, e ne conclude che non esiste una prescrizione scritturale contro l’unione omosessuale, è l’amore che fa la differenza, amor vincit omnia, anche il teocentrismo, e un amore benedetto esibice il sacro che è già chiuso in sé.
 
Belle parole, fraseggio non sprovvisto di una sua musicalità, dolce color d’orïental zaffiro, un’alba dello spirito che mi fa uscir fuor de l’aura morta che m’avea contristati li occhi e il petto. Via dal buio, inondati dalla luce della bienpensance. Tuttavia l’amore che oggi insegue il petulante rumore del suo stesso nome può essere una cosa bella, può essere filosofico, perfino teologico, può catturare il più puro piacere e la sovrabbondanza della misericordia, ma non è domestico, non è familiare. Come mi venne da dire una volta in tv, l’omosessualità è una cosa fantastica, la consiglio a tutti, ma non è naturale. Socrate e Platone la vivevano come paideia, educazione dell’uomo che è nel fanciullo. I romani la praticavano senza complessi, e lo stesso Cesare era marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti. Sant’Anselmo la liquefaceva nella dialettica conventuale, e nei ritagli di tempo però produceva o deduceva l’argomento ontologico alla maggiore gloria dell’esistenza di Dio. Il cardinale Newman volle essere seppellito accanto a un suo favorito. Flaubert minacciava di “socratizzare” il suo amico Bouilhet e, viaggiando in oriente, si accorse che la sodomia in Egitto era una pratica “bien portée”, che ci si poteva accompagnare ai garçons de bain, che sono tutti “bardaches”, ma aggiungeva “ça m’a fait rire, voilà tout”. Proust scavava più a fondo nel suo cuore di recchia, nondimeno apprezzava la ritualità mondana della cosa.
 
Le varianti sono tante, e tutte legittimate dal fatto, ma che c’entra il diritto? Il diritto matrimoniale, canonico o civile, è consacrato ad altro, e non a caso: ogni omosessuale è figlio di un atto eterosessuale, compreso l’utero in affitto e altri artifici dubbi della legge secolare. E la cosa si spiega, non c’è bisogno di tante parole. Le tante e belle parole che oggi si sprecano per dimostrare il contrario, la familiarità dell’amore fuori e contro il matrimonio com’è, o com’era, non soltanto espellono l’amour bleu dal suo cuore d’ombra, che è la sua luce particolare, arrivano a procedure di conformità nuziale e parentale che la natura della mente, prima ancora della legge naturale, rigetta. Non voglio adesso tirar fuori l’arma assoluta del peccato, termine abbastanza svalutato dal rifiuto di discernere bene e male morale in nome dell’abbraccio misericordioso al mondo, e non ho tutta questa competenza: peccatore sì, ma non analista della materia. Ma se il monsignore non apprezza la castità sacerdotale, va bene, c’è tutta una vita cristiana oltre la dispensa dai voti, non c’è bisogno di mettere sottosopra la chiesa latina. Per un flirt tra parigrado, poi.
 
[**Video_box_2**]La caduta ha qualcosa a che fare con la differenza, come insegna il comportamento di Adamo ed Eva (“maschio e femmina li creò”), dubito che l’uguaglianza genitale redima o anche solo riscatti nel sentimentalismo domestico il bel dramma dell’amore e del piacere, hominum divomque voluptas. Affermo categoricamente che il magistrato Savarese ha il dovere virile di perseguire la sua felicità illuministicamente, senza ostia a consacrazione del suo amore. E che Monsignore non deve trattare san Paolo come un imbecille, scherzando sulla Lettera ai romani.
Buon Sinodo.

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