Il Papa e la pastorale low cost

Ieri l’aborto, adesso il divorzio breve. La chiesa della misericordia di Francesco si è messa a correre rinunciando, buone intenzioni e fini santi a parte, a proteggere laici e cattolici dai lupi del postmodernismo.
Il Papa e la pastorale low cost

Papa Francesco (foto LaPresse)

Ieri l’aborto, adesso il divorzio breve. La chiesa della misericordia si è messa a correre. Accoglie, accoglie, accoglie. E’ chiesa orante, non giudicante. E’ chiesa della gratuità, perfino low cost. Il vescovo può sciogliere in un anno, anche meno, un matrimonio rivelatosi spiritualmente nullo. Se ne può contrarre un altro, magari più di uno, e restare in comunione senza problemi e senza complessi. Il Papa, gesuita in chief, eccita riserve e opposizioni che i giornali riferiscono forti e minacciose, ma spesso così ben dissimulate che non si riesce a vederle, almeno nella gerarchia, ma trionfa nei cuori dei fedeli e nel secolo, nella sua cultura e nei suoi giornali, radio, televisioni, social media. Francesco ha sempre la ragionevolezza dalla sua, è sempre in continuità con i predecessori, non rinnega, non altera, anzi è teologicamente un conservatore, dicono i preti del dissenso oltranzista  radunati in un fascicoletto di MicroMega; ma la sua pastorale del perdono ha sfondato, e al Pontefice tocca il privilegio di essere nel solco della chiesa di cui è figlio e al tempo stesso in un campo o ospedale da campo rivoluzionario in cui le ferite si curano sola fide, sola scriptura, il famoso vangelo sine glossa, sulla scia dell’alter Christus, Francesco il grande santo, che si spogliò dei suoi beni, riaggiustò la sua chiesa e le diede nuova vita parlando con gli uccellini, i lupi, la luna, il Soldano, preparandosi con le stimmate e la teologia della povertà a sora nostra morte corporale.

 

Naturalmente esagero con le iperboli, dunque semplifico, volgarizzo in modo saccente e impertinente, ma davvero non sono minimamente polemico. La chiesa di Francesco è contro l’aborto, lo considera tuttora un peccato. E’ per il matrimonio tra uomo e donna, come si dice aperto alla procreazione, è per la promessa definitiva, l’attesa anziché la produzione seriale e medicalmente congegnata di figli di tutti i tipi, à la carte, in ogni tipo possibile di coppia (per adesso siamo a due, anche nella cultura secolarista, poi vedremo). La chiesa cattolica è sempre la stessa, si occupa della salvezza delle anime, non rinuncia a dirsi diversa dal way of life dei postmoderni ma non vuole essere percepita come estranea. Considera ideologico, in senso culturale e anche in senso religioso, tutto quello che non fa riferimento diretto allo svuotamento mistico dei cuori, alla fede come fede personale, non vuole che la mediazione dei sacramenti sia considerata un ostacolo dalla gente comune, dal gregge, in particolare dai poveri del mondo, tra cui annovera non solo i derelitti delle periferie urbane ma anche i divorziati, chi vive il famoso “dramma dell’aborto”, chi ama il proprio stesso sesso, il popolo delle periferie esistenziali che dalla chiesa si allontana se la chiesa non lo accoglie con amore. Non si perdonano la corruzione, la pompa, la filologia liturgica tradizionalista, il peccato di mondanità o di formalismo delle elite, specie di quelle ecclesiastiche. Su tutto il resto si spande la dolcezza della chiesa missionaria, in uscita, che predica un vangelo del gaudio, che indica un Dio che ride e ama senza ammonimenti diretti al cuore carnale dell’umanità.

 

[**Video_box_2**]Oggi nessuno potrebbe più scrivere il “Diario di un curato di campagna”, famoso racconto tragico di George Bernanos, oppure “Il gesuita perfetto” di Furio Monicelli, altra epopea del peccato imbrigliato nelle inibizioni della dottrina e della prassi pastorale d’antan. Erano gli anni Trenta o gli anni Cinquanta, il cuore di un secolo ferrigno e malinconico. Un Papa venuto dal Cinquecento mistico, nutrito della spiritualità di san Pietro Favre, il primo prete gesuita che predicava gli Esercizi ignaziani e le mozioni dell’anima nell’Europa attraversata dal luteranesimo, anche lui sola fide e solus Christus, è la risorsa ultima di una chiesa piagata dall’attacco temporalista: la riconquista e la conversione devono usare mezzi che non abbiano nulla di correzionale, di polemico, di dialettico e di razionale, mezzi non formalistici, slegati dal peso insopportabile della vecchia e polverosa idea del sacramento, dal cosiddetto dottrinarismo. La rinuncia di Benedetto XVI e l’elezione di un gesuita argentino sono state una cosa seria, che ha delle conseguenze. Il problema è che il cristianesimo che ne risulta è privo di conseguenze, seduce con la misericordia il mondo estraneo all’idea regolativa di una giustizia divina. Si perdono ammennicoli letteralisti e canonistici, si rinnova la spinta spirituale, ma il sale della terra rischia alla fine di risultare insipido. La salvezza della chiesa, forse. Quella delle anime, lo si spera. La rovina di una cultura della contraddizione etica e del cristianesimo come ossatura della civiltà occidentale, con una chiesa capace di disciplinarsi e disciplinare, proteggendo laici e cattolici dai lupi del postmodernismo, questo mi sembra sempre più probabile, buone intenzioni e fini santi a parte.

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