Fine del mito: l’America (sondaggi alla mano) non è più “nazione cristiana”

L’America non è più “nazione cristiana”, almeno così la pensa il 19 per cento di quanti hanno risposto al sondaggio realizzato da LifeWay Research sulla libertà religiosa negli Stati Uniti. I più convinti assertori del fatto di abitare in un paese ancora cristiano sono gli ultracinquantacinquenni e gli evangelici.
Fine del mito: l’America (sondaggi alla mano) non è più “nazione cristiana”

"Le giovani generazioni intendono il loro paese come un luogo aperto a tutti, a differenza dei loro genitori"

Roma. L’America non è più “nazione cristiana”, almeno così la pensa il 19 per cento di quanti hanno risposto al sondaggio realizzato da LifeWay Research sulla libertà religiosa negli Stati Uniti. I più convinti assertori del fatto di abitare in un paese ancora cristiano si trovano a sud della Sunbelt, la cintura di stati meridionali che va dalla east alla west coast, tra gli ultracinquantacinquenni e gli evangelici. E’ la certificazione, attesa e già da tempo evidente da un capo all’altro del paese, che il sogno dei padri pellegrini è rimasto tale. Il ventunesimo secolo sancisce una volta di più che la mitica frontiera è aperta a tutti i credo confessionali, anche a quelli che si rifanno alla chiesa del Mostro degli Spaghetti Volanti. Dopotutto, per il 92 per cento degli intervistati, libertà religiosa significa poter costruire ovunque un edificio di culto. Per qualcuno, però, la frontiera è aperta un po’ di più. Il dato rilevante del sondaggio, infatti, è quello relativo alla “accoglienza” suddivisa per appartenenza religiosa. Se i rispondenti concordano quasi all’unanimità sul fatto che i cristiani e gli ebrei sono i più accettati (così dice, rispettivamente il 92 e 87 per cento), la percentuale cala drasticamente per quanto attiene agli atei (67 per cento) e i musulmani, fanalino di coda con il 57 per cento. Sono i cristiani a credere che i musulmani siano bene accolti negli Stati Uniti, mentre meno della metà di quanti si dichiarano atei o agnostici condivide tale impressione. Permane una sorta di diffidenza verso i credenti musulmani, come dimostra il fatto che più di un terzo degli americani veda nell’islam una minaccia alla libertà religiosa e teme che un giorno (non troppo lontano) la sharia, con tutte le sue conseguenze, possa essere applicata negli Stati Uniti.

 

“Non è del tutto chiaro se questa sia una buona o cattiva notizia”, ha detto Ibrahim Hooper, portavoce del consiglio per le relazioni americo-islamiche. “Aspetto il giorno in cui i sondaggi domanderanno quanto benvenuti si sentono i musulmani in America”, ha aggiunto. Più disilluso e per nulla sorpreso dai dati diffusi da LifeWay Research è David Silverman, presidente degli atei locali, conversando con il portale Crux: “Non si è del tutto felici quando si scopre di far parte del secondo gruppo meno benvoluto nel paese. E’ terribile essere non rappresentati al Congresso o essere considerati dall’intero Partito repubblicano come irrilevanti (nella migliore delle ipotesi), e immorali (nella peggiore)”. Le cose però sono destinate ineluttabilmente a cambiare, spiega Scott McConnell, vicepresidente dell’istituto che ha realizzato l’indagine: “I millennial crescono in una cultura diversa rispetto a quella dei loro genitori e nonni. Mentre la maggioranza degli americani anziani pensa che i musulmani e gli atei non siano qui i benvenuti, le giovani generazioni intendono il loro paese come un luogo aperto a tutti”. E questa “mutazione” è destinata, nel medio e lungo periodo, a ripercuotersi anche sullo scacchiere che porta all’elezione dell’inquilino della Casa Bianca, al pari della crescita dei latinos in stati un tempo contendibili per i repubblicani (è il caso del New Mexico, ad esempio) e oggi considerati saldamente in mano ai democratici.

 

[**Video_box_2**]Nelle ore in cui negli Stati Uniti ci si interrogava sul grado di libertà religiosa conquistata e su quello ancora da raggiungere, la Caritas italiana diffondeva il corposo rapporto annuale relativo alla persecuzione dei cristiani nel mondo. Oltre ai contesti più noti, che spaziano dai campi di lavoro della Corea del nord (50-70 mila reclusi a causa della propria fede) alla tragica situazione dei cristiani nel vicino oriente, in Afghanistan, Sudan, Nigeria e Somalia, merita attenzione il capitolo dedicato all’Europa. Già da tempo la Fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre ha lanciato l’allarme, ora ripreso dal documento della Caritas. La libertà religiosa, infatti, “ha registrato un forte declino nell’area nordeuropea”, tanto che “paesi universalmente noti per la loro liberalità e democraticità, come Norvegia, Danimarca, Svezia, Regno Unito, Francia e Paesi Bassi, compaiono nella lista dove il grado di violazione della libertà religiosa è preoccupante e in peggioramento”. E l’Italia non è esente, seppur coinvolta “in minore misura, in questa parabola discendente verso una minore tolleranza e rispetto reciproco”. Anche dove non arrivano gli sgherri barbuti del Califfo a marchiare le case, a deportare o sgozzare, i cristiani non possono stare al sicuro. Leggi e sentenze, chiarisce implicitamente il rapporto, possono far male quasi quanto la scimitarra sguainata.

 

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