Da ragazzi andavamo a Venegono

A ogni votazione ricevo sempre un solo voto. Se scopro chi è che si ostina a votarmi giuro che lo prendo a schiaffi”. L’aneddoto è gustoso, probabilmente non apocrifo, ed è stato ricordato da più di un vaticanista negli articoli dedicati al cardinale Giacomo Biffi.
Da ragazzi andavamo a Venegono

Il cardinale Giacomo Biffi è morto sabato all’età di 87 anni

A ogni votazione ricevo sempre un solo voto. Se scopro chi è che si ostina a votarmi giuro che lo prendo a schiaffi”. L’aneddoto è gustoso, probabilmente non apocrifo, ed è stato ricordato da più di un vaticanista negli articoli dedicati al cardinale Giacomo Biffi. E’ un aneddoto legato al Conclave del 2005, il 19 aprile per la precisione, il giorno dell’elezione di Joseph Ratzinger. Durante il pranzo, l’arcivescovo emerito di Bologna è sinceramente irritato,  si sfoga con un confratello: “Giuro che lo prendo a schiaffi”. Sembra una scena di “Habemus Papam” di Nanni Moretti. Il cardinale che sta seduto di fronte a lui gli spiega: “Eminenza, ormai è chiaro chi stiamo eleggendo come nuovo Papa ed è anche abbastanza evidente che questo candidato abbia scelto di votare per lei. Quindi se vorrà ancora mantenere il suo proposito sarà costretto a prendere a schiaffi il Papa”. Ratzinger votava per lui, con decisione e con affetto. E due anni dopo lo inviterà a predicare gli Esercizi spirituali alla Curia romana. Il loro rapporto di stima non è mai stato del resto un segreto, a prescindere dagli aneddoti di Conclave. Sul fondamento profondo, intellettuale, del loro legame – oltre alla comune fede, ovviamente – si tende spesso a equivocare, o a operare un certo riduzionismo. Sono due grandi conservatori, due principi della chiesa che hanno passato la vita a fare a botte con la modernità e con le deviazioni dello “spirito del Concilio”. Il che in parte è vero, in parte non spiega l’originalità di una storia (di due percorsi) che ha segnato in profondità la vicenda della chiesa – italiana e non solo – della seconda metà del Novecento. Una storia che ha un  punto di partenza particolare, per Biffi.

 

“I miei occhi sono stati subito abbagliati da Venegono. Di colpo ho avuto il presagio di quanto dovesse essere alto il compito che attendeva la mia piccolezza e quanto sovrumana la bellezza del destino che il Signore voleva assegnare. C’era di che restare incantati”. Nelle sue “Memorie e digressioni di un italiano cardinale”, la lunga e – va da sé – gustosa autobiografia che l’editore Cantagalli pubblicò nel 2007, Giacomo Biffi rievoca lo stupore del suo primo impatto con questa “quasi abbazia”, il Seminario Maggiore della diocesi di Milano, che sorge a Venegono Inferiore, nel varesotto. E’ il luogo della sua formazione al sacerdozio, in cui avrebbe trascorso otto anni. Ma non è soltanto questo. Venegono, per chi conosca un po’ la storia della chiesa, non solo ambrosiana, significa molto di più. Il vecchio “italiano cardinale” rievoca, per supplire alle parole mancanti al suo stupore di ragazzo, le parole di un altro futuro arcivescovo, anzi del “suo” futuro arcivescovo di Milano, Giovanni Colombo, che era allora un prete trentaduenne, insegnante di Letteratura italiana in seminario e alla Cattolica, e che il 12 maggio 1935 era stato incaricato del discorso di inaugurazione della nuova struttura: “Se Leon Battista Alberti venisse a noi dal Rinascimento, non appena all’orizzonte e alla collina, sorriderebbe a queste 49 scale, all’ardimento sicuro delle masse e dei piani, al rincorrersi degli archi che posano e riprendono lo slancio su esili colonne, alle linee tutte che s’allontanano e ritornano alla chiesa come le vene al cuore, e quivi s’annodano e balzano senza ritardi e senz’affanni su alla cupola, su alla lanterna suprema fatta di liste di cielo e di pietra”. Ci sorrideva, Biffi, di quell’eccesso di zelo retorico. Ma c’era un senso.

 

Il Seminario maggiore di Venegono è ancora oggi una costruzione imponente, sul limitare del bosco di Tradate, un’area verde che i decenni hanno conservato, se non intatta, ancora viva. Davvero somiglia a un’antica abbazia benedettina. Una grande abbazia: un rettangolo di pietra e mattoni lungo trecentoventi metri e largo centottanta. Isolato e imponente. Era sorto a tempo di record alla fine degli anni Venti del secolo scorso, come il risultato non soltanto di una risistemazione edilizia e logistica – serviva un luogo adatto che accorpasse le varie strutture fino ad allora disperse tra Milano e la provincia. Ma fu soprattutto il gesto simbolo di una rifondazione teologica. Fu la risposta della chiesa alla crisi del modernismo che ne aveva scosso dalle fondamenta di inizio Novecento. Di fronte al dilagare dello scientismo e del relativismo ottocenteschi, un’ampia parte della teologia e degli stessi sacerdoti cattolici aveva imboccato la strada di possibili “revisioni” della dottrina – dalla dogmatica, allo studio scientifico delle Scritture, alla sottolineatura della libertà di coscienza – che si erano spinti, magari anche a partire da buoni propositi, al punto di negare, o fortemente indebolire, le verità essenziali della fede. Dopo la condanna da parte del Vaticano  delle dottrine moderniste (la celeberrima enciclica “Pascendi” di Pio X), si trattò per la chiesa di riformare anche le proprie strutture formative per il clero, in modo che ne uscissero pastori preparati ma soprattutto ben radicati nell’ortodossia della teologia e della tradizione cattolica. A Milano, a guidare il seminario viene inviato nel 1926 Ildefonso Schuster, abate benedettino di San Paolo fuori le Mura a Roma – personalità di vasta cultura e tutt’altro che “retrograda”, se negli anni di Roma era stato tra i fautori del dibattito per l’eliminazione, dalla liturgia del Venerdì Santo, della preghiera contro i “perfidi giudei” –  e che dal 1929 sarà arcivescovo di Milano. Fu un’intuizione dell’ex abate benedettino, condivisa dal Papa – il colto brianzolo Achille Ratti (era stato biliotecario dell’Ambrosiana) – quella di costruire il nuovo seminario come fosse una sorta di abbazia per la preparazione adeguata di un clero nuovo, da inserire nel mondo senza timore di sbandamenti: “La domanda era: qual è il modo migliore di predisporre questo futuro inserimento?”, scrive Biffi: “E la risposta è stata: in una visione di fede (che non mette in primo piano le considerazioni sociologiche), ci si deve preparare con un tempo di raccoglimento, e quindi d’isolamento, che favorisca una sostanziale maturazione interiore e una progressiva conoscenza, mediante la preghiera… Ratti e Schuster concordano: il seminario deve sorgere fuori della città”.

 

Ma ovviamente determinante non fu “l’assillo ecologico” (Biffi). L’intelligenza, non solo di Schuster, fu quella di radunare a Venegono personalità di spiccato valore culturale, come monsignor Carlo Figini, preside della Facoltà teologica e uno dei più importanti teologi del tempo, il futuro arcivescovo di Milano Giovanni Colombo, umanista raffinato, Carlo Colombo, Gaetano Corti, che sarà il teologo di fiducia di Montini al Concilio. Lo storico Giuseppe Colombo “l’insegnamento nel contatto diretto con la storia e il pensiero, capace di superre la pura ripetizione manualistica, con una costante apertura internazionale.  Lo stesso Ratzinger, ripercorrendo il senso e il valore di quella scuola teologica, dirà: “La scuola di Venegono aveva superato la teologia scolastica delle astratte formulazioni sistematiche che, strutturata sostanzialmente come commento a degli assiomi, faceva apparire la fede cristiana come un sistema di pensiero” e valorizzerà di quel lavoro “la razionalità, compresa in un senso totalmente diverso rispetto al razionalismo, diventa in un modo nuovo una delle determinazioni essenziali della fede”. Lo storico della diocesi, Ennio Apeciti, scrive: Questo anelito alla ragionevolezza della fede era una delle espressioni più alte di quella che si chiamava la ‘Scuola di Venegono’, quel pool di teologi di fama internazionale, che fecero del seminario un punto di riferimento per la cultura teologica italiana almeno dalla metà del XX secolo”. Passione educativa per i giovani seminaristi, gusto intellettuale, precisa volontà di trovare strade nuove alla comprensione e testimonianza della fede che senza tradire la dogmatica (neoscolastica) riuscissero a rispondere alle domande del mondo moderno. Sono l’imprinting della Scuola Venegono della cui importanza Biffi dà conto, non solo per sé ma per tutta la chiesa ambrosiana. Dall’esperienza di Venegono di quegli anni provengono del resto alcune delle personalità più influenti e originali della chiesa italiana, come don Luigi Giussani o Enrico Manfredini, che per breve tempo sarà il predecessore di Biffi sulla cattedra di san Petronio. Un tratto non soltanto teologico o pastorale, ma di personalità e di tratto umano che accomuna quella prima generazione di Venegono è senza dubbio il gusto umanistico per il bello, la letteratura, la poesia, la musica: un terreno d’incontro ideale con le  istanze esistenziali dell’uomo contemporanero. Giussani farà della scoperta in seminario di Leopardi una delle architravi del suo pensiero; Biffi ha avuto come inseparabili compagni di viaggio Manzoni e Dante, oltre che Collodi e la storia italiana (Biffi fu a lungo responsabile della cultura nella diocesi di Milano). E come orizzonte globale, quello che la Scuola di Venegono indicherà con sempre maggiore precisione come il “Cristocentrismo”, l’idea della centralità assoluta di Cristo come redentore dell’uomo e del mondo, centro del cosmo e della storia. Una visione teologica di cui Biffi sarà un protagonista, con la sua capacità intellettuale di raccordare la filosofia e la teologia, la storia e la lezione di Ambrogio e Tommaso.

 

[**Video_box_2**]Negli anni della buriana del post Concilio, quando Joseph Ratzinger, con Von Balthasar e altri importanti teologi di scuola tedesca, incontrerà a Milano l’esperienza ecclesiale da cui nascerà la rivista Communio (cui Giacomo Biffi non parteciperà, se non per qualche raro contributo) il futuro Benedetto XVI  intercetterà anche qualcosa di quell’esperienza, diversa ma con molti tratti di sensibilità ecclesiale, dottrinale e culturale comuni che aveva attecchito, nella chiesa milanese a partire da Venegono.

 

La formazione di Ratzinger era ovviamente diversa – le sue radici teologiche sono nella Nouvelle Theologie, in Henri de Lubac, nella squisita sensibilità di Romano Guardini. Ma la determinazione e l’aspirazione a rendere vivo e incontrabile, e razionalmente credibile il cristianesimo nel mondo contemporaneo, senza cedere alle derive della secolarizzazione e dell’immanentismo sociologico, erano destinate a riconoscersi, e a stimarsi. Valevano molto. certo più di un simbolico voto in  Conclave.

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